Solidarietà. Estratti dal libro “Solidarietà. Un’utopia necessaria” di Stefano Rodotà

Proseguiamo la pubblicazione della selezione di brani dai testi  prescelti per gli incontri delle Arti del lunedì al CSA delle Rughe. Quello precedente era Rispetto, di Richard Sennett

Stefano Rodotà. Solidarietà. Un’utopia necessaria. Laterza,2014

Avvertenza: La scelta di questi brani non può né vuole essere esaustiva. E’ uno dei tanti possibili percorsi attraverso un libro, che permettono, a chi non l’ha ancora letto, di conoscerne alcune parti, di provarne piccoli “assaggi”, che trasmettano il sapore del linguaggio, del ritmo, del pensiero dell’autore.

La solidarietà. Virtù dei tempi difficili o sentimento repubblicano?

Parole che sembravano perdute tornano nel discorso pubblico e gli imprimono nuova forza. “Solidarietà” e tra queste e, pur immersa nel presente, non è immemore del passato e impone di contemplare il futuro. Era divenuta parola proscritta. Di essa infatti ci si voleva liberare o se ne cancellava ogni senso positivo capovolgendolo nel suo opposto. Non più tratto che lega benevolmente le persone ma delitto, delitto appunto di solidarietà, quando i comportamenti di accettazione dell’altro, dell’immigrato irregolare ad esempio, vengono considerati illegittimi e si prevedono addirittura sanzioni penali per chi vuol garantire i diritti fondamentali come la salute o l’istruzione.

La ragione che consente di andare oltre queste ostilità risiede nel suo essere un principio volto a scardinare barriere, a congiugnere, a esigere quasi il riconoscimento reciproco, e così a permetttere la costruzione di legami sociali nella dimensione propria dell’universalismo. Di legami, si può aggiungere, fratenri,poiché la solidarietà  si congiunge con la fraterntà, in un gioco di radici linguistici che ci spinge verso radici comuni.

Dal dovere morale alla regola giuridica

La modernità occidentale si è venuta organizzando intorno agli uomini che nascono tutti “liberi e uguali”, e proprio libertà ed eguaglianza sono state la vera bussola indicante un cammino che non è stato sostanzialmente modificato quando la fraternità si è aggiunta nel costituire la storica triade dei principi.

[Il principio] è nominato in molte costituzioni e in documenti internazionali, compare in più di un punto del trattato europeo di Lisbona, soprattutto dà il titolo a uno dei capitoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

[Già nel ‘500] nel Discours de la servitude volontaire, Étienne de La Boétie scrive: “Vi è qualcosa di evidente nella natura, qualcosa che nessuno può dire di non vedere, è il fatto che essa, strumento di Dio, e governante degli uomini, ci ha fatti di una medesima forma e, come sembra, col medesimo calco, affinché noi ci si riconosca scambievolmente come compagni o meglio fratelli.”

[Le sue parole] tracciano un itinerario in cui compare, forte, il legame sociale dal quale nasce la considerazione di una natura che ha fatto tutti tutti liberi, “perché siamo tutti uguali”. In quel testo cinquecentesco è ben percepibile l’impossibilità, pur integralmente morale, di separare il nascere tutti liberi ed eguali dal dovere di solidarietà.

Perché rimane sullo sfondo, e addirittura sembra svanire, la fraternità, malgrado il suo riconoscimento così esplicito e risalente nel tempo?

Fraternità e solidarietà

Della triade rivoluzionaria proprio la fraternità si rivela precocemente la componente più debole, o quella più difficilmente accettabile, tanto che Napoleone, nel suo proclama del 18 brumaio, si sarebbe pèresentato ai francesi come difensore della “libertà, eguaglianza, proprietà”.

La debolezza della fraternità non può esser fatta derivare da un suo carattere astratto, da un suo intimo formalismo. E’ una sorta di sua incompatibilità con la sempre più trionfante logica proprietaria a determinarne l’emarginazione. Siamo di fronte a un classico conflitto tra inclusione (fraterna) e esclusione (proprietaria).

La crisi economica, e la scarsità delle risorse disponibili da essa determinata, ripropongono la dipendenza totale della solidarietà da un fattore esterno, dalle risorse economiche disponibili, imponendo così una visione di diritti sociali unicamente come diritti sottoposti alla condizione obbligante dell’esistenza dei mezzi finanziari necessari per renderli effettivamente operanti.

Solidarietà e cittadinanza

L’esperienza dello Stato sociale ha contribuito a definire in maniera spesso determinante i caratteri del principio di solidarietà: facendo l’emergere con nettezza un profilo sociale specificato nella forma della redistribuzione intersoggettiva istituzionalizzata dallo Stato.

[Si individua] un terreno dove la solidarietà assume valenza normativa, sintetizza una relazione particolare tra diritti e doveri. E questo accade attraverso un processo che consente di uscire dalle solidarietà parziali per approdare a una solidarietà generale riconosciuta come principio costitutivo dell’ordine costituzionale. [La solidarietà è] riferimento fondativo del nuovo concetto di cittadinanza, intesa come l’insieme dei diritti che accompagnano la persona. Tema questo che emerge con chiarezza nella dimensione europea […] perché vengono riconosciuti diritti anche a persone che non siano cittadini di uno dei paesi membri.

L’attenzione rinnovata per la solidarietà nella sua connessione con la cittadinanza rende palese la contraddizione in cui si è impigliata l’Unione Europea nel momento in cui ha ritenuto, in nome delle politiche di austerità finanziaria, di poter escludere dal suo quadro costituzionale proprio la Carta dei diritti fondamentali.

Il principio di solidarietà per il modo in cui compare nella Costituzione Italiana [art.2] viene specificato come un insieme di doveri e questi sono declinati con riferimento alla politica all’economia alla socialità. Non è casuale la collocazione tra l’articolo 1 che fonda la Repubblica sul lavoro, e l’articolo 3, dove la dignità compare con una esplicita connotazione sociale e riferimento agli ostacoli “di ordine economico e sociale” e si rinvia letteralmente ai doveri di solidarietà “economica e sociale” dell’articolo 2. Questa è una conferma della necessità di una lettura sempre consapevole dei legami inscindibili tra dignità, solidarietà, e uguaglianza.

Il titolo IV della Carta dei diritti fondamentali [dell’Unione europea] offre riferimenti significativi per l’insieme dei diritti sociali e riconduce all’interno della solidarietà i temi della salute, dell’ambiente, dell’accesso ai servizi economici di interesse generale, della tutela del consumatore, sottraendoli così a una impostazione tutta economicistica.

L’Unione Europea [ha contraddetto se stessa] nel momento in cui ha ritenuto, in nome delle politiche di austerità finanziaria, di poter escludere dal suo quadro costituzionale proprio la carta dei diritti fondamentali.

Vale la pena di ricordare, in tempi di perdita della memoria e di regressione culturale, l’innovazione profonda prodotta dalla cultura politica e giuridica italiana quando venne scritto l’articolo 3 del codice civile del 1865, dove il godimento dei diritti civili fu sciolto dal vincolo con la cittadinanza nazionale e così riconosciuto anche allo straniero senza la condizione, allora obbligante della reciprocità . “I diritti civili [- c’è scritto in quella legge -] spettano all’uomo come tale, non al solo cittadino, ecco il principio, grande e generoso nella sua semplicità, accolto e attuato dal nostro legislatore”.

Solidarietà, diritti, doveri

La solidarietà si manifesta tutte le volte che si entra nella dimensione universalistica come solidarietà tra le persone per quanto riguarda Ad esempio la tutela generale della Salute tra le generazioni Per quanto riguarda il sistema delle pensioni e in relazione a determinati beni tra i quali quelli ambientali anche tra le generazioni presenti e quelle future.

Carità, assistenza, solidarietà

La vicenda culturale della solidarietà diviene terreno di incontro di tradizioni diverse come la fratellanza cristiana e il pensiero socialista. Soprattutto si  distacca sempre più nettamente dalla matrice caritativa, si fa strumento di organizzazione politica e di emancipazione sociale, e così si manifesta con particolare intensità come solidarietà operaia o di classe, ponendo le premesse per una forma di Stato connotata dal riconoscimento pieno dei diritti sociali e dal principio di solidarietà che ne costituisce il saldo fondamento.

Crescita e benessere

Il Welfare State […] ha finito con l’essere riferimento costante unificante, costruito proprio intorno alla solidarietà.

Forse un punto istituzionale di intersezione tra crescita e benessere può essere trovato nelle parole che aprono l’articolo 36 della Costituzione: “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

La questione vera è rappresentata dal mantenimento della coesione sociale, che non nasce da processi spontanei, ma è funzione del grado di benessere che l’organizzazione istituzionale rende possibile. Quando questa premessa scompare, o si degrada, la solidarietà collettiva si scompone nelle logiche individualistiche o di categoria, si manifesta in una molteplicità di conflitti, può lasciare il posto alle terribili “guerre tra poveri”.

Individualismo e globalizzazione: può la solidarietà sopravvivere?

Inseparabile dal quadro complessivo dei principi la solidarietà non compare come voce solista. Ma questo non vuol dire che non si debba individuare con maggior precisione ciò che le è proprio. […] Può la solidarietà sopravvivere nel tempo della individualizzazione crescente, della globalizzazione, della “morte del prossimo”? […] Luigi Zoja ci ricorda che “con la parabola del buon samaritano Cristo propose un salto morale rivoluzionario. Al tempo stesso, impose un ideale elevatissimo sentito dai circostanti come poco realizzabile e, in buona parte, antipsicologico: amare lo straniero. E’ istintivo pensare che questo compito impossibile, questo ‘scandalo’ sia stato un fattore non secondario dell’isolamento, abbandono e morte del Cristo stesso”.

Produrre solidarietà

Vi sono situazioni in cui la solidarietà si incarna direttamente in istituzioni che la producono e ne arricchiscono l’immediata capacità trasformativa. E’ il caso della garanzia di un reddito alle persone, che richiama uno dei motivi originari dello Stato sociale e che oggi, nel tempo della povertà e delle disuguaglianze crescenti, rimette al centro i nessi tra solidarietà, dignità, eguaglianza. La solidarietà è parola che torna a riassumere l’attenzione per la condizione umana. Nessuno può essere condannato alla solitudine e all’abbandono senza che questo determina la perdita radicale di legittimità delle istituzioni pubbliche.

Uno degli elementi costitutivi della solidarietà è la finalità dell’inclusione, che porta con sè anche l’ineliminabile attitudine cooperativa con altre persone, unificate dal fatto che uno stesso bene serve per la soddisfazione della medesima categoria di interessi. Si può aggiungere che la forte attenzione per i beni comuni appartiene a quella nuova ondata di beni ad alto contenuto relazionale che caratterizza il nostro tempo valorizzando condivisione, interazione con l’altro, socialità, benefici reciproci.

 

Amos Oz, l’orologiaio delle parole

Lo scrittore israeliano Amos Oz è scomparso a Tel Aviv il 28 dicembre scorso a 89 anni. Pubblichiamo l’intervista realizzata per Rainews24 (da Luciano Minerva) nel marzo 2007 a Pordenone, in occasione della manifestazione letteraria Dedica, di cui fu protagonista, con il relativo video delle Teche Rai.

 

Suo padre era bibliotecario e sarebbe stato molto più volentieri scrittore anche lui, come invece era lo zio, un’autorità nella letteratura ebraica. Il contrasto con il padre, vicino alla destra ebraica, portò Amos, a 15 anni, a lasciare casa sua, entrare in un kibbutz e cambiare il cognome originario Klausner in Oz, che in ebraico significa “forza”. Docente di letteratura, per molti anni è stato vicino al leader laburista Shimon Peres, che l’aveva proposto, senza successo, come un possibile successore alla guida del partito.
Incontro Amos Oz a Pordenone, cittadina in cui ogni anno a marzo si dedicano quindici giorni di iniziative, tra incontri, spettacoli, letture pubbliche, a uno scrittore “universale”, capace di parlare a tutti. (“Dedica” è il nome della manifestazione.)

La biblioteca di Pordenone come set

Mostra di apprezzare la scelta della Biblioteca comunale come set, lo dimostra il sorriso con cui entra.
Il mio mondo – racconta, aggiungendo altri particolari – era pieno di libri in 16 o 17 lingue perché mio padre era un grande poliglotta. I libri erano il mio universo. Questi erano i paesaggi, le montagne, i laghi, i fiumi, tutto era fatto di libri. Non mi era permesso giocare molto all’aperto, era troppo pericoloso, perciò giocavo con i libri che non potevo leggere, li toccavo, li tenevo tra le mani, li annusavo. La biblioteca è stata il mio primo universo.” Da piccolo, non osando immaginare di diventare, da grande, uno scrittore, sognava di diventare un libro: “Volevo essere un libro piccolo, in modo da potermi nascondere dietro ai grandi libri.
Ha una simpatia che gli piace esporre, un buon senso dello humour, nel parlare mostra lo stesso gusto della parola che manifesta nella scrittura.
Preciso, rapido, capace di inquadrare un problema nel numero essenziale di parole giuste, sembra impersonare, quasi mimandolo coi gesti, quell’orologiaio vecchio stile a cui ama paragonare lo scrittore.
Lavoro come un orologiaio di vecchio stampo, con una lente di ingrandimento sull’occhio e un paio di pinzette in mano, prendo una parola, la controllo in controluce e mi chiedo: ‘E’ la parola giusta? E’ la parola giusta?’. La giro prima da un lato e poi dall’altro, poi la metto al suo posto e spesso la prendo, la sposto e la sostituisco con un’altra parola perché so quanto possano essere pericolose e complesse.”

La complessità delle parole


“Molto spesso quello che vogliamo dire non è quello che in realtà diciamo e quello che diciamo non corrisponde a quello che volevamo dire. E’ per questo che le parole possono comunicare cose che in realtà non intendevamo dire, provocando così dolore, offesa o ridicolo. Io lavoro con le parole con estrema cautela, come se fossero materiale radioattivo. Il mio vero lavoro come scrittore non ha a che fare con le idee, con i concetti, non si occupa principalmente di elaborare una trama; è piuttosto il lavoro di prendere le parole una a una e metterle una accanto all’altra, parola dopo parola dopo parola.”
La sua narrativa si colloca in uno spazio tra la vocazione di comprendere gli esseri umani e la coscienza dell’estrema impossibilità di intendersi che, riferendosi alla famiglia di origine, definisce come “mille anni di oscurità”.
La storia della mia famiglia è soprattutto la storia del popolo ebraico in Europa. È una storia di persecuzione, discriminazione, alienazione e infine di massacro su scala impressionante. Come essere umano, guardo questa storia così oscura da cui proviene la mia famiglia e mi chiedo: cosa avrebbe potuto evitare il corso di questa storia? Come sarebbe potuta essere una storia diversa? Così mi dico: solo attraverso la curiosità dell’altro, l’apertura verso le altre persone e la capacità di accettare l’altro come altro. Credo profondamente che la curiosità sia un valore morale, un imperativo etico: sii curioso degli altri; se sarai curioso sarai suscettibile al fanatismo, meno incline a diventare un fanatico. Trovo in me stesso, come risultato della storia di tenebre della mia famiglia, una grande curiosità umana. E la curiosità è la mia vita, un raggio di luce nell’oscurità.”
Nel 2007, quando lo incontrai, era appena uscita in Italia la sua autobiografia, Storia d’amore e di tenebra. Un romanzo toccante, dove, a oltre cinquant’anni, si misurò per la prima volta con il suicidio della madre, quando ne aveva dodici. Mi incuriosiva sapere quanto accade nella persona, prima ancora che nello scrittore, una volta che si siano ricostruiti, rimessi in ordine, come i tasselli di un puzzle, gli eventi di una vita.
“Dopo aver scritto Una storia d’amore e di tenebra sono diventato un uomo molto più pacifico. Ho fatto pace con i morti: con mio padre morto, mia madre morta, i miei nonni, con un passato morto. Ho fatto pace con il passato, non sono più arrabbiato con il passato. Ho ancora molta rabbia in me, ma è rabbia nei confronti del futuro e non più nei confronti del passato. Credo che la rabbia verso il passato sia un veleno.“

Dalla pace con se stessi alla pace coi popoli

Lei parla del fare pace dentro se stessi e scrive sempre di famiglie, di relazioni, di microcosmi. Ma come si passa poi all’altro livello, a quello della pace tra i popoli?
“Se mi chiede di dirle in una sola parola qual è il tema di tutto il mio lavoro letterario, le direi ‘famiglie’. Se mi dà due parole, le direi ‘famiglie infelici’, se mi dà tre parole… le direi di leggere i miei libri. Credo che la famiglia sia l’istituzione più affascinante di tutto l’universo, e la più misteriosa, la più paradossale, la più comica e tragica. Ritengo che tutto abbia inizio all’interno della famiglia: il fanatismo nasce all’interno della famiglia, il conflitto nasce all’interno della famiglia e anche la pace nasce all’interno della famiglia. Se non riusciamo a condurre una vita familiare pacifica, avremo pochissime possibilità di riuscire a vivere in pace con i nostri vicini e sicuramente non sapremo come fare pace con i nostri nemici. Tutto nasce, secondo me, all’interno della famiglia.”
Così come ama annusare i libri, Oz racconta di un’altra sua passione legata al mondo sensoriale: da bambino assaporava le pietre, che per lui hanno lo stesso effetto delle madeleine di Proust.
Gerusalemme, da cui provengo, è una città di pietre e sogni. Delle pietre molto grandi e compatte e dei sogni estremamente folli, fanatici e malsani. Molto spesso toccare una pietra, annusarla mi aiuta a riportare nella mia mente i sogni di Gerusalemme, i vari sogni, alcuni dei quali purtroppo mi spaventano, mentre altri sono meravigliosi. Ma nella mia mente c’è sempre un legame tra la pietra e i sogni. E i sogni di Gerusalemme durano più a lungo delle pietre.”
Come mai ha deciso di venir via dalla sua Gerusalemme per andare a vivere ai confini del deserto?
“Quando avevo intorno ai 15 anni, mi sono ribellato contro il mondo di mio padre, contro Gerusalemme, mi sono ribellato contro l’atmosfera fortemente soffocante di questa città e della mia famiglia. Mio padre era di destra e io ho deciso di essere di sinistra; mio padre era un intellettuale e io avevo deciso di guidare il trattore; mio padre era basso e io avevo deciso che sarei diventato molto alto, non ha funzionato, ma avevo deciso così. Quindi mi sono ribellato contro Gerusalemme, anche oggi vado molto spesso in visita a Gerusalemme e gran parte dei miei libri sono ambientati lì, ma non posso vivere a Gerusalemme, l’aria è troppo soffocante per me.”
Lei scrive che la forza di gravità di Gerusalemme era più forte alcuni anni fa di adesso. Cosa vuol dire?
“In quei giorni a Gerusalemme le persone camminavano con grande attenzione. Se poggi un piede per terra, non lo sposti molto facilmente perché potrebbe esserci qualcuno a prendere il tuo posto; se alzi un piede, non lo riappoggi molto facilmente perché non sai cosa c’è sotto, non sai se c’è una mina, un serpente, una bomba o altro. Quindi le persone camminano in punta di piedi, come se fossero arrivate in ritardo a un concerto.”

Israele da fuori e da dentro


A colloquio con uno scrittore israeliano si arriva inevitabilmente ad affrontare i temi del conflitto, che a volte entrano nei romanzi attraverso semplici osservazioni dei personaggi. Al protagonista di Non dire notte Oz fa dire, ad esempio, che “il conflitto in Israele visto da lontano è tutta un’altra cosa”. Una visione che corrisponde alla sua.
La realtà vista dall’esterno appare molto spesso come la realtà proposta dalla CNN: solo i palestinesi, il terrore, gli insediamenti, i confini e i luoghi sacri. In realtà Israele è un luogo vivo, ha un classe media molto forte, una vita estremamente edonistica, molto rumorosa, passionale, polemica, piena di passione e desiderio e questo è l’Israele che non è mai in prima pagina, non si è neanche coscienti dell’esistenza di questo Israele finché non si viene in Israele. È una terra di polemiche, le persone discutono in mezzo alla strada con grande passione. Il vero Israele è molto simile a un film di Fellini: le persone parlano sempre in modo appassionato. Ma la visione televisiva di Israele che vedo quando viaggio all’estero non corrisponde alla realtà che viviamo.”
Pochi sanno forse che per scelta del primo leader dello Stato di Israele, Ben Gurion, le prime trasmissioni televisive iniziarono nel Paese molto più tardi che nelle altre parti del mondo, nel 1968.Ben Gurion – ricorda al proposito Amos Oz, – diceva che la televisione era un male per Israele perché avrebbe rovinato le persone. Forse aveva ragione.” Come David Grossman, anche Amos Oz pubblica di tanto in tanto interventi sulla situazione politica.

L’asilo globale

L’aspetto probabilmente peggiore della globalizzazione è questa regressione infantile del genere umano, l’asilo globale, ridondante di ninnoli e balocchi, dolcetti e lecca- lecca.”
Contro il fanatismo, Feltrinelli, 2004

 Credo che viviamo in un asilo globale perché c’è un sistema di lavaggio del cervello che ci rende infantili e immaturi. Pensiamo che se compriamo ancora un altro oggetto possiamo diventare felici; siamo circondati da giocattoli e oggetti e siamo invitati a passare tutta la nostra vita a giocare con i giocattoli. Questa è un’infantilizzazione dell’essere umano, un’infantilizzazione sistematica dell’intera umanità. Ho visto qualche tempo fa dei graffiti in Israele che dicevano: ‘siamo nati per comprare’. Ma non tutti noi. Alcuni sono nati per vendere e sono loro i responsabili dell’infantilizzazione dell’umanità. “
Quando era bambino incontrò una bambina araba e ancor oggi rimpiange di aver commesso un errore.
“Avevo forse 9 o 10 anni, ero un piccolo fanatico, vittima di un lavaggio del cervello nazionalista, e quando ho incontrato questa ragazzina araba, l’ho trattata come una rappresentante del mondo arabo, mentre io mi consideravo un rappresentante del popolo ebraico. Le ho parlato come un rappresentante parla a un altro rappresentante. Dopo molti anni mi sono dispiaciuto perché non mi ero rivolto a lei come un ragazzo si rivolge a una ragazza.”
Gli scrittori israeliani, in modo particolare, parlano spesso del bisogno di mettersi nei panni degli altri. Perché secondo lei?
“Viviamo in una serie di conflitti. C’è un conflitto di maggiore entità, quello tra israeliani e palestinesi, e per poterlo risolvere è necessario immaginare l’altro, mettersi nei panni dell’altro non per essere d’accordo con lui, ma solo per immaginare il modo di pensare dell’altro. Ci sono poi conflitti interiori infiniti, contraddizioni nella società israeliana. Ricordiamo che Israele è una terra di immigrati. Ogni ebreo in Israele proveniva da un paese diverso, da un background diverso, da una diversa relazione di amore e odio con il vecchio paese. Per coesistere, l’immaginazione dell’altro è un bene cruciale, senza la quale è impossibile vivere e perfino uscire a comprare il giornale in edicola.”
Lei dice che l’amore non è il contrario della guerra. Qual è allora il contrario della guerra e come si può arrivare alla pace?
C’è un’idea molto sentimentalista e principalmente europea che confonde l’amore, la compassione, la pace, il perdono, la comprensione, come se tutte queste parole avessero lo stesso significato. Nel mio vocabolario il contrario della guerra è la pace, non l’amore. Per questo non ho mai creduto agli slogan sentimentalisti: “fate l’amore, non fate la guerra”. per quanto riguarda i palestinesi il mio slogan è sempre stato:”fate la pace, non fate l’amore”. Non credo che sia necessario che i Paesi si amino, è sufficiente smettere di uccidere e morire, non credo che possa esserci un amore improvviso tra israeliani e palestinesi, c’è troppa rabbia, troppe ferite, troppo dolore, troppa ingiustizia da entrambe le parti. Ora non abbiamo bisogno di amore ma di pace e la pace è un accordo pratico, un contratto tra due parti in cui entrambe possono ottenere solo in parte quello che vogliono. Se accettiamo questa condizione non si potrà arrivare all’amore, ma alla pace sì.“

Il nuovo anno inizia con l’Amore

 

Ritornano Le arti del Lunedì, al CSA delle Rughe, a Formello. E’ il quinto dei sei appuntamenti previsti. Dopo quelli dedicati a testi sul rispetto, la solidarietà, l’onestà, la sincerità, arriviamo, per il primo incontro dell’anno, a un tema che ci riguarda e ci coinvolge tutti sempre: l’amore.
Al centro dell’incontro ci sarà un percorso attraverso il libro di Vito Mancuso Io amo. Piccola filosofia dell’amore, pubblicato da Garzanti nel 2014. Vediamo come Mancuso presenta la visione d’insieme del suo libro:

“La complessità del fenomeno amore richiede che esso venga accostato da più di una prospettiva. Si tratta infatti di considerare ciò che la natura fa in noi, ovvero la dimensione passiva dell’amore; ciò che noi facciamo di noi stessi, ovvero la dimensione attiva dell’amore; e infine l’unione consapevole di noi con la natura, ovvero il senso complessivo del nostro essere qui.  Nel primo capitolo descriverò l’amore come forza primigenia, espressione della forza dell’espansione che domina l’universo a partire dal suo sorgere e di cui l’innamoramento è una manifestazione privilegiata. […] Nel secondo capitolo considererò l’amore dal punto di vista di ciò che noi siamo chiamati a fare di noi stessi in quanto esseri dotati di libertà e quindi chiamati alla responsabilità; […] esiste uno spazio intederminato comunemente detto libertà, il quale, perché l’amore giunga a maturità, richiede l’intervento della volontà e dell’intelligenza;  infine nel terzo capitolo metterò a tema il messaggio sul senso dell’esistere che la presenza dell’amore in questo mondo porta con sè, convinto come sono è proprio l’amore la prospettiva privilegiata per giungere a individuare le tracce di ciò che si usa denominare senso della vita.”

Come nelle altre occasioni, ci sarà la possibilità di esplorare il tema attraverso citazioni di altri libri. Data la vastità dell’argomento invitiamo chi vuole contribuire alla ricerca a indicare, possibilmente, non più di due citazioni letterarie.

 

 

E’ il momento della sincerità. Quarto appuntamento alle Rughe

Dopo Rispetto, Solidarietà e Onestà, il quarto appuntamento con le Arti del lunedì, il 17 dicembre, alle 18, al CSA delle Rughe, è quello con il tema della Sincerità. Al centro, questa volta, il libro di Andrea Tagliapietra, edito da Cortina nel 2012, dal titolo semplice di Sincerità. Una carrellata sulla storia del concetto della Sincerità, in particolare nella filosofia.
Questi i concetti con cui Tagliapietra apre il suo percorso:

“Se un viaggiatore celeste raggiungesse la medesima postazione sugli anelli di Saturno da cui Micromegas e il suo saturniano compagno nella famosa novella di Voltaire, partirono in direzione della terra e, disponendo di un potentissimo microfono direzionale, fosse in grado di intercettare tutte le conversazioni umane, quante volte ascolterebbe in quell’ininterrotto crepitio di voci planetarie dichiarazioni di sincerità, inviti alla franchezza e alla veracità, appelli accorati all’essere sinceri e all’essere se stessi nelle parole e negli atti o ingiunzione perentoria a non mentire, a dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità?
La sincerità è pretesa dagli amanti, giurata nei Tribunali, temuta dai traditori, blandita dagli adulatori, fuggita dai bugiardi e dagli impostori, ma parimenti evocata dell’intreccio vivente delle azioni e delle conversazioni, sia per ingannare meglio e più a fondo, che per testimoniare se necessario anche contro tutto e tutti la dignità del vero e di chi eroicamente le si affida”.

E’ atteso un nuovo collegamento video con la filosofa Francesca Rigotti dalla Germania.

 

 

70 anni dalla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo. Le voci degli scrittori

Il 10 dicembre 1948 l’ONU proclamò, tre anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, la Dichiarazione Universale dei Diritti umani. Se ne parla molto, specie in occasione degli anniversari “tondi”, ma la si conosce poco. Ecco una piccola parte del Preambolo e i primi due articoli:
Dal preambolo:
Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;
Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;
Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione;
Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
Articolo 2
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

La città di Isaura ha promosso, a Ostia e Formello, due iniziative nei mesi scorsi, proponendo attraverso i filmati delle Teche Rai le voci di alcuni scrittori: i Premi Nobel Nadine Gordimer, Toni Morrison, Gao Xingjian, e Eduardo Galeano, Ryszard Kapuściński , Madri di Plaza de Mayo. Ognuno di loro aiuta a fornirci un quadro ampio dei Diritti umani, tema presente nella letteratura di tutti i tempi. E’ il momento di riascoltarli.

Onestà, appuntamento lunedì 3 dicembre con Francesca Rigotti

Dopo gli appuntamenti su Rispetto e Solidarietà, è la volta dell’Onestà. Dopo aver scandagliato, sui primi due temi, i libri di Richard Sennett e Stefano Rodotà, è la volta di Francesca Rigotti, filosofa “delle piccole cose”, cioè di quello che conta, giorno per giorno nella vita quotidiana. Grazie alla conoscenza e all’amicizia che abbiamo stabilito da qualche anno attraverso Paolo Aleotti, Francesca Rigotti sì è detta molto lieta di partecipare, sia pur da lontano, all’incontro di lunedì 3 dicembre.
Grazie alle tecnologie di comunicazione, è previsto un collegamento video da Tübingen, in Germania, dove insegna alla Facoltà di filosofia. Francesca Rigotti è l’unica “metaforologa” europea. Come testimonia nel libro Onestà (Raffaello Cortina editore, 2014), che sarà al centro dell’incontro, “cerco di integrare, per la comprensione del lessico della morale e del vocabolario filosofico-politico, la ‘storia di concetti’ con la ‘storia di metafore’. Accanto e spesso intrecciati ai concetti della morale e della politica si trovano infatti le metafore, ovvero immagini verbali che abbracciano contenuti semantici e si sottraggono alla forza espressiva del linguaggio. La metafora nasce infatti nell’ambito della fantasia, ambito che non è qui considerato subordinato al logos[…]”.
Mentre nei due precedenti incontri c’era da integrare il testo con brani letterari sui concetti al centro degli incontri, in questo caso il libro della Rigotti offre esso stesso molti spunti, perché la sua indagine, scritta in modo piacevole e sorprendente, fa molti riferimenti a libri, libretti d’opera e altro.
L’incontro di lunedì si presenta dunque originale (la ricerca di forme nuove accomuna Alvaro Vatri e me) e succulento. Una sola, piccola curiosità-anticipazione delle tante che affronteremo al CSA delle Rughe: “la virtù delle donne, il loro onore, la loro onestà, è stata fino a pochissimo tempo fa unicamente di natura sessuale: la donna virtuosa, la donna onesta non ha da essere leale e coraggiosa, audace e sincera (non saprebbe nemmeno esserlo, queste capacità le sono precluse), ma unicamente casta.” Ci avevate mai pensato, uomini e donne che ci leggete? (l.m.)

Il rispetto. Estratti dal libro di Richard Sennett (Il Mulino, 2003)

Richard Sennett, Rispetto. La dignità umana in un mondo di diseguali, a cura di Gabriella Turnaturi, Il Mulino collana Intersezioni, 2003.

Avvertenza: La scelta di questi brani non può né vuole essere esaustiva. E’ uno dei tanti possibili percorsi attraverso un libro, che permettono, a chi non l’ha ancora letto, di conoscerne alcune parti, di provarne piccoli “assaggi”, che trasmettano il sapore del linguaggio, del ritmo, del pensiero dell’autore.

Carenza di rispetto

La mancanza di rispetto, anche se meno aggressiva di un insulto diretto, può ferire in maniera altrettanto viva. Non c’è insulto ma nemmeno riconoscimento; la persona coinvolta semplicemente non viene “vista” come essere umano pieno, la cui presenza conti qualcosa.
Quando una società tratta la massa della gente in questo modo, accordando solo a pochi il riconoscimento, crea una carenza di rispetto, quasi come se si trattasse di una sostanza troppo preziosa da far circolare. Al pari di altre carestie, anche questa è opera dell’uomo; ma a differenza del cibo, il rispetto non costa niente. Perché, allora, ne viene dispensato così poco?

Cosa significa “rispetto”

Le nazioni vanno in guerra per difendere il loro onore, le trattative sul lavoro falliscono perché i sindacati si sentono trattati con scarsa dignità dagli industriali, i cortigiani di Luigi XIV consideravano altamente prestigioso potersi sedere su uno sgabello alla presenza del nipote del re. Il soldato che ha combattuto valorosamente viene salutato con ammirazione, i pompieri sono orgogliosi del lavoro di squadra grazie al quale spengono incendi, un ricercatore che scopre qualcosa di nuovo trae soddisfazione dal suo lavoro. Il rispetto appare così importante nella nostra esperienza delle relazioni sociali e del Sé che dovremmo cercare di definirlo meglio.
La sociologia dispone di parecchi sinonimi per indicare differenti aspetti di “rispetto” come “status”, “prestigio”, “riconoscimento”, “onore” e “dignità”. L’elenco sarebbe più lungo ma ci fermiamo per evitare noiose astrazioni; preferiamo piuttosto rivolgerci alla musica per sostanziare il vocabolario sociale del rispetto.
Quando cominciai a suonare musica da camera, il mio insegnante mi ingiunse di rispettare gli altri interpreti, senza tuttavia spiegare cosa intendesse. Ma i musicisti imparano a farlo in genere usando il loro orecchio anziché le parole.

Quando gli individui suonano bene gli “strumenti sociali” allora riescono a entrare in contatto con gli estranei, diventano emotivamente coinvolti in fatti non personali, si impegnano nelle istituzioni.

[Nei termini “status” e “prestigio”] manca qualcosa che implichi la reciprocità, cosa che invece c’è nel termine “riconoscimento”.

Recita un proverbio dei cabili del Nord Africa: “L’uomo è uomo tramite gli altri uomini; Dio solo è Dio grazie a se stesso” Questo detto punta a definire la dignità umana: essa viene dalla fede in Dio, a prescindere dai codici d’onore, dalla comunicazione fra gli uomini e dalle capacità espressive. La società moderna ha tentato di definire due equivalenti laici di pari importanza.
Uno risale alle prime stesure dei diritti umani universali, soprattutto a Cesare Beccaria. In Dei delitti e delle pene (1764) Beccaria sostiene che la tortura, quale che sia la motivazione, buona o cattiva, va contro la dignità umana. E’ una tesi che presuppone che il corpo umano abbia dei limiti naturali di piacere e dolore.

Il rispetto della sofferenza altrui conferisce agli esseri umani una dignità laica prossima, nella sua gravità, al rispetto per il divino nella società più tradizionali.
L’altra traiettoria della società laica moderna è stata l’enfasi sulla dignità del lavoro. La dignità del lavoro era un concetto ampiamente estraneo alla società antica; l’economia era basata essenzialmente sulla schiavitù – anche se c’erano delle eccezioni agropastorali, come si legge nelle Georgiche di Virgilio. Il lavoro cristiano di tipo monastico era concepito per il servizio di Dio, piuttosto che come fonte di dignità in sé.
Le storiche Linda Gordon e Nancy Fraser definiscono questo valore così: “Il lavoratore tende a divenire il soggetto sociale universale. Ci si aspetta che tutti lavorino e siano autosufficienti. “Ogni adulto che non rientri nella categoria di ‘lavoratore’ deve sopportare un peso maggiore di autogiustificazione.

L’etica del lavoroconsiste, per Max Weber, nel “mettersi alla prova tramite il lavoro; ciò che l’individuo deve dimostrare è il suo valore di fondo.

L’etica del lavoro è concorrenziale, richiede giudizi comparativi di valore; coloro che vincono possono far finta di non vedere i perdenti.
Quando il lavoro assume questa forma, la dignità del corpo differisce dalla dignità del lavoro. Sono entrambi valori universali, ma la dignità del corpo è un valore che tutti possono condividere, mentre la dignità del lavoro può essere raggiunta solo da pochi.

Un’indagine sul rispetto

La società ha tre modi per modellare un carattere portando l’individuo a meritare rispetto o a non ispirarne affatto. Il primo modo avviene attraverso la crescita personale, in particolare sviluppando abilità e competenze.
Il secondo modo consiste nella cura di sé. La cura di sé può anche voler dire non diventare un onere per gli altri: così, l’adulto bisognoso incorre nella vergogna, la persona autosufficiente invece merita rispetto. Questo modo di guadagnare rispetto deriva dall’odio che la società moderna nutre per il parassitismo; la società non ama la dissipazione di energie, ma ancor più non desidera – razionalmente o meno – essere assillata da richieste non giustificate.
Il terzo modo di meritare rispetto è di dare agli altri. Questa è forse la fonte più universale, profonda e senza tempo con cui una persona può attingere stima.

Lo scambio è il principio sociale che anima il carattere di chi contribuisce alla comunità.

La vergogna della dipendenza

Immaginate un innamorato che dichiari: “Non preoccuparti, posso bastare a me stesso, non sarò mai un peso per te”. Andrebbe messo alla porta: una creatura senza bisogni non potrebbe mai prendere sul serio i nostri. Nella vita privata la dipendenza lega le persone. Invece, nell’ambito pubblico, la dipendenza appare umiliante. Appare così in particolare agli attuali riformatori del welfare.

Pur essendo così essenziale in amore, amicizia e parentela il bisogno degli altri viene rimosso dalla convinzione che la dipendenza sia umiliante.

Di tutti coloro che hanno sottolineato la vergogna della dipendenza si potrebbe dire che hanno orrore della scena primaria materna: il bambino che succhia il latte della madre. Essi paventano che, per costrizione o inclinazione, gli esseri adulti vogliono continuare a succhiare; il seno materno diventa lo stato. Ciò che distingue Il liberalismo è la visione dell’uomo che allontana le labbra e diventa, in questo modo, cittadino.

Di per sé l’etica protestante del lavoro è una sorta di perversione dei valori liberali; l’etica del lavoro spinge le persone a dare prova del loro merito, a dimostrare quanto sono indipendenti, attive, determinate. Tutto ciò avviene nella negazione del diritto al piacere, e anche così la prova non è mai definitiva: l’uomo è spinto incessantemente a fornire nuove prove del suo valore.

Questo valore si fece strada nel nascente welfare state. Fin dall’inizio dell’Ottocento, i riformatori sociali distinsero fra indigenti che vivevano di assistenza e operai poveri che lavoravano. Gli indigenti erano visti “non semplicemente come poveri, bensì come degradati, dal carattere corrotto e dalla volontà sepolta sotto la dipendenza dalla carità”, osservano Nancy Fraser e Linda Gordon.

La contrapposizione tra lavoratore e indigente ha avuto una sua fortuna. Nel sostenere che “essere povero è una condizione oggettiva” e che “essere povero è spesso associato a considerevoli qualità personali il senatore Moynihan, come i riformatori dell’800, intende lavare la macchia della vergogna dalla semplice povertà, affermando la dignità del povero che lavora, per quanto modeste siano le sue mansioni.

L’avversione per gli indigenti e l’equazione tra vita improduttiva e mancanza di carattere accomunano, durante l’Ottocento, i rivoluzionari e i radicali ai borghesi impegnati in iniziative assistenziali e ai riformatori dell’istruzione.

Riflessioni sul welfare

I riformatori del welfare sono stati, a modo loro, sociologi. Essi sono convinti che il lavoro sia una fonte migliore di stima di sé rispetto a un assegno statale; credono che nell’ambito del possibile sia meglio rimpiazzare istituzioni e professionisti dell’assistenza con le comunità e i volontari. Dietro queste aspirazioni sociali sta la convinzione che il welfare state dovrebbe funzionare il più possibile come un’azienda con fini di lucro.
Una riforma di questo genere è sociologia ingenua. Ingenua perché le privatizzazioni e le comunità non cancelleranno mai le tante combinazioni fra talento, dipendenza e prestazione assistenziale. Inoltre, la visione che questi riformatori hanno delle istituzioni è sbagliata. Muoversi sulla base di questa visione erronea non può che peggiorare la disuguaglianza nel rispetto sociale, emarginando gli utenti del welfare del resto della società.

Un carattere aperto al mondo 

La frase inglese “a solid character” evoca qualcuno che può pensare a sé con stima e rispetto. In America l’accento è posto sulla sicurezza di sé; in Francia si dice che una persona del genere “sta bene nella sua pelle”. Sono tutte espressioni di fiducia nelle proprie capacità.

L’antropologo Claude Lévi-Strauss ha spinto l’analisi un poco più lontano: egli considerava gli individui troppo sicuri di sé come persone capaci di danneggiare se stessi: il fatto di sentirsi tanto “bene nella propria pelle” poteva addirittura paralizzare nella capacità di relazionarsi con gli altri. Il problema è dunque come aprirsi all’esterno mantenendo un solido senso di sé.

La politica del rispetto

Il tipo di eguaglianza che ho affermato in questo libro è fondato sulla psicologia dell’autonomia. Piuttosto che una parità di comprensione, autonomia significa accettare negli altri proprio ciò che non si capisce di loro. Così facendo, si tratta la loro autonomia come uguale alla propria. Il riconoscimento dell’autonomia gratifica gratifica il debole o l’emarginato; fare questa concessione finisce poi per rafforzare il proprio carattere.

Un grazie dei violoncelli di Brunello agli alberi della foresta e alle loro radici

La sciagura che ha devastato all’inizio di novembre boschi e foreste delle Alpi ha riguardato anche, come ricorda Paolo Rumiz in questo video, gli abeti di risonanza che hanno dato vita per secoli ai più famosi liuti della terra. “Lo sterminio – dice Rumiz – sembra riprodurre il disastro e la devastazione della Prima guerra mondiale. Quelle foreste sono cresciute sui corpi di 36 milioni di morti, tra civili e militari.” L’11 novembre di quest’anno, nel centenario della fine della guerra, “una pattuglia di violoncelli è entrata in dialogo con gli alberi di questa foresta e le loro radici, in un gesto di ringraziamento per ciò che questi alberi hanno dato. I violoncelli di Villa Lobos, guidati da Mario Brunello, hanno suonato l’Aria sulla quarta corda di Johann Sebastian Bach.

 

Nelle arti del lunedì tocca alla solidarietà

Nuovo appuntamento, lunedì 19 novembre, alle ore 18, al CSA delle Rughe, a Formello con i valori della vita quotidiana visti attraverso i libri. Il secondo appuntamento con Luciano Minerva e Alvaro Vatri, dopo quello sul Rispetto, è quello con la solidarietà. Si parte da un libro di Stefano Rodotà, dal titolo Solidarietà. Un’utopia necessaria, pubblicato da Laterza nel novembre del 2014.
Come in occasione dell’appuntamento sul Rispetto, anche in questo caso chiediamo al pubblico locale e a quello in rete di condividere citazioni da libri. La prima è l’incipit del libro al centro di quest’incontro.

Solidarietà: il capovolgimento all’opposto, ovvero il “delitto di solidarietà“
(Stefano Rodotà)

Parole che sembravano perdute tornano nel discorso pubblico e gli imprimono nuova forza. “Solidarietà” è tra queste e, pur immersa nel presente, non è immemore del passato e impone di contemplare il futuro. Era divenuta parola proscritta. Di essa infatti ci si voleva liberare o se ne cancellava ogni senso positivo, capovolgendolo nel suo opposto. Non più tratto che lega benevolmente le persone ma delitto, delitto appunto di solidarietà, quando i comportamenti di accettazione dell’altro, dell’immigrato irregolare ad esempio, vengono considerati illegittimi e si prevedono addirittura sanzioni penali per chi vuol garantire i diritti fondamentali come la salute o l’istruzione.”
da Solidarietà. Un’utopia necessaria, Laterza, 2014.

La locandina dell’evento è di Vittorio Picconi, il fiore corrispondente alla solidarietà è il bucaneve.

“Caro Albero, se tu non fossi qui io non sarei qui” (Thich Nhat Hanh)

Il monaco buddhista zen Thich Nhat Hanh, in un’intervista del 2005 per Rainews24, a Castelfusano, ha immaginato che un albero potesse parlarci. Nella conferenza stampa che aveva preceduto il ritiro Thich Nhat Hanh aveva detto: “dovreste ascoltare gli alberi e intervistarli, per comprendere meglio la realtà che ci lega a loro, il senso dell’inter-essere”. Ne avevo preso spunto per chiedergli , in avvio di intervista, che fosse lui, con la sua sensibilità e capacità di ascolto, a fare da interprete a uno dei tanti albero della pineta. E questa fu la risposta:

Sul video appena pubblicato su youtube Stefano Lamorgese ha aggiunto questo commento, che ben si addice alle parole del monaco vietnamita:

Si stupiva un dì un allocco:
“Certo Dio trova assai sciocco
che quel pino ancora esista
se non c’è nessuno in vista”
“Molto sciocco,
mio signore,
è soltanto il tuo stupore:
Tu non hai pensato che
Se quel pino ancora c’è
è perché lo guardo Io.
Ti saluto e sono Dio”
(There once was a man who said: “God Must think it exceedingly odd If he finds that this tree Continues to be When there’s no one about in the Quad.” Dear Sir, Your astonishment’s odd: I am always about in the Quad. And that’s why the tree Will continue to be, Since observed by Yours faithfully, God.)

(Ronald Knox, per spiegare il pensiero di Berkeley sulle idee e le percezioni che non ci apparterrebbero…)