I predatori della terra. Estratti dal libro sul land grabbing di Maria Gemma Grillotti Di Giacomo e Pierluigi De Felice

Maria Gemma Grillotti Di Giacomo e Pierluigi De Felice, Land grabbing e land concentration. I predatori della terra tra neocolonialismo e crisi migratorie, Franco Angeli, 2018. Con i contributi di Francesco Bruno, Francesca Krasna, Mario Lettieri, Paolo Raimondi, Vittoradolfo Tambone.

La sovranità alimentare è il diritto dei popoli a un cibo appropriato dal punto di vista culturale e della salute, prodotto attraverso metodi ecologicamente sani e sostenibili, nonché il loro diritto a definire i propri sistemi agricoli e alimentari. Questo pone coloro che producono, distribuiscono e consumano cibo al centro delle politiche e dei sistemi alimentari e al di sopra delle esigenze dei mercati e delle corporation”.
Dichiarazione di Nyéléni, Sélingué, Mali, 27 febbraio 2007

Per chi e perché? Un’introduzione al problema

Questo volume nasce con una sfida e per uno scopo: la sfida è nel nostro “per chi?” abbiamo scritto; lo scopo è il nostro “perché?” abbiamo indagato.
Il testo è rivolto al “grande pubblico” del mondo occidentale, mass media compresi: vorremmo arrivare a sensibilizzarlo, informandolo dell’attuale, grave processo di accaparramento e concentrazione delle risorse naturali, in particolare di quelle fondiarie, nelle mani di pochi “signori della terra”.
Un processo di neocolonialismo di cui si parla poco o niente e del quale siamo tutti responsabili, anche se in larga parte (la totalità?) siamo solo spettatori ignari che assistono – senza averne piena consapevolezza – ai danni ambientali che esso produce su tutto il pianeta; agli effetti devastanti che crea nell’economia dei Paesi industrializzati e ai drammi sociali che genera nei Paesi in via di sviluppo.
Quanto incide sul cambiamento climatico globale l’agricoltura di piantagione, oggi in gran parte no food, che espone migliaia e centinaia di migliaia di ettari all’inquinamento e alla desertificazione? E quanto pesa sull’abbattimento dei costi di produzione degli alimenti (poche decine di centesimi di euro per un chilo di farina o per un pacco di pasta o per una bottiglia di pomodoro o di latte) la concorrenza garantita da spese di esercizio pressoché nulle (terreni a meno di 1 dollaro l’ettaro e manodopera assoggettata al caporalato)? E infine da dove partono i flussi migratori dei disperati che perdono, insieme alla terra espropriata con la forza, la possibilità stessa di assicurare la sopravvivenza a sé e alle loro famiglie tanto da essere pronti ad affrontare viaggi “della speranza” carichi di sevizie e di morte?

Land grabbing: l’accaparramento di terre

Il land grabbing, saccheggio di terre fertili nelle regioni più povere del mondo, è fenomeno di difficile localizzazione, ambiguo, complesso e volutamente mascherato sia nelle forme di acquisizione che nella destinazione d’uso dei suoli, perciò di fatto “fenomeno liquido” che tuttavia genera effetti molto concreti, “solidi” e disastrosi, tanto nei paesi depredati delle loro risorse fondiarie (povertà, fame, ribellioni e migrazioni forzate), quanto e paradossalmente negli stessi paesi predatori (competitività commerciali tra produzioni autoctone e produzioni ottenute nei paesi preda). Sul fronte dei paesi “venditori” di aree fertili troviamo in genere Stati caratterizzati da istituzioni deboli, governi antidemocratici e/o totalitari, con elevati livelli di corruzione politica ed economica, mentre interessati all’acquisto sono diversi attori: compagnie e società finanziarie; banche e governi, aziende private e gruppi multinazionali, fondi di investimento e agenzie multilaterali che offrono garanzie anche dai rischi derivanti da espropri, guerre civili o disordini (MIGA), tutti ufficialmente sostenitori convinti della necessità di produrre per motivi e con metodi sostenibili.
Addirittura gli investitori, per giustificare i loro accordi finanziari, sostengono farisaicamente di farlo proprio per salvaguardare l’ambiente naturale, perché le terre accaparrate vengono destinate alla produzione delle biomasse per l’energia rinnovabile. In realtà il risultato di tante transazioni è solo la povertà generata dall’alienazione delle terre all’agricoltura famigliare di sussisten­za e l’al­lon­tanamento coatto dai territori d’origine di interi gruppi umani costretti ad emigrare. La sostenibilità delle nuove formule di sfruttamento agricolo è peraltro palesemente contraddetta dalla vastità delle superfici predate e scandalosamente mai messe a coltura, più dei 4/5 del totale accaparrato, con valori di superficie coltivata (SAC) sul totale acquisito che, in alcuni casi, non raggiungono nemmeno l’1% (Liechtenstein, Korea, Djibouti, Emirati Arabi), come pure dalla scelta degli ordinamenti monocolturali (canna da zucchero, jatropha, olio di palma) tipici dell’economia di piantagione, che accelera i cambiamenti climatici in atto, sfruttando e abbandonando i terreni desertificati dall’aggressività dei mezzi meccanici e chimici.

Le conseguenze: fame e migrazioni

Ben altre allora le conseguenze del land grabbing: sottrazione senza adeguata compensazione del solo mezzo da cui intere comunità umane traggono il necessario per l’autoconsumo; fame e forzato, definitivo abbandono di quelle terre che assicuravano la magra economia di sussistenza. Le valutazioni del fenomeno sono sempre allarmanti anche se le stime quantitative dell’accaparramento, in considerazione della “delicatezza” del fenomeno che implica responsabilità di organismi pubblici e privati, spesso non concordano. Le trattative di compravendita coinvolgono centinaia di gruppi investitori e una dozzina di governi. Secondo la World Bank solo tra il 2008 e il 2009 sarebbero stati affittati o venduti circa 56 milioni di ettari di terra coltivabile, mentre l’International Law Commission (ILC) ritiene che dal 2001 al 2010 il saccheggio fondiario abbia sottratto ai Paesi più poveri circa 80 milioni di ettari. Ancora più pessimistica la fonte Land Matrix registrava già nel 2012 ben 227 milioni di ettari oggetto di transazioni, mentre oggi segnala che solo i primi dieci Paesi investitori supererebbero i 40 milioni di ettari. Il fenomeno si estende dall’Africa al Messico, dall’Australia all’Indonesia e al Laos, dall’Argentina al Madagascar, alla Malesia con investimenti fondiari a prezzi irrisori (meno di 1 dollaro l’ettaro) da parte non solo dei Paesi occidentali, ma anche degli stati più ricchi del Medio Oriente (Qatar, Bahrain, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita) e di alcuni Stati emergenti come Cina, India, Russia e Corea del Sud, acquirenti tra i più solleciti (la sola Cina ha acquistato oltre 3 milioni di ettari, molti dei quali ricchi anche di risorse minerarie).

Acquisto e affitto di terre

L’acquisizione della terra si consuma in due modalità diverse: o l’affitto a lungo termine (anche oltre 90 anni) o l’acquisto in proprietà di grandi appezzamenti per un valore che in entrambi i casi appare del tutto irrisorio (fino a meno di un dollaro per ettaro). L’appropriazione avviene quasi ovunque con la stessa complicità dei governi locali antidemocratici e corrotti e, fenomeno ancora più grave, con la sempre più frequente copertura offerta da Paesi terzi/ombra (circa una decina) ad acquirenti, aziende, gruppi e/o filiali, che aprono una sede ufficiale nel paese oggetto di investimenti, ma hanno capitali riconducibili a Società multinazionali, localizzate nei Paesi a bassa e nulla fiscalità. Emerge così, insieme alla complessità e alla “liquidità” del land grabbing, anche la difficoltà di attingere ad una documentazione omogenea, soprattutto quando si vogliano “orientare” i dati acquisiti per costruire una rappresentazione cartografica del fenomeno stesso. La problematicità interpretativa non dipende affatto dalla carenza di dati attendibili (la fonte Land Matrix è accreditata a livello internazionale), ma dall’ambiguità stessa del processo di accaparramento, caratterizzato da una rete di investimenti finanziari volutamente intricata e confusa. A mascherare le transazioni fondiarie troviamo infatti accanto ai paesi investitor (predatori) e ai paesi target (preda), situazioni ambigue in cui i paesi investitor diventano anche paesi preda e, al contrario, i paesi target risultano anche paesi predatori.

Paesi predatori e paesi depredati

Osservare il planisfero dei paesi che più hanno accaparrato e che più hanno venduto spinge quindi ad esplorare più profondamente il fenomeno, perché induce a chiedersi come sia possibile che le Filippine abbiano ceduto ben 5,2 milioni di ettari di terra coltivabile -cioè più di tutti gli altri Stati del mondo- e come, per contro, la Malaysia ne abbia acquistati ben 2,5 milioni, cioè più della metà dell’accaparramento attuato dall’intera Cina. I Paesi ombra, pur inseriti nell’elenco dei Paesi target/predati, sono in realtà investitor/predatori per un numero di ettari di gran lunga superiore a quello delle terre predate al loro interno (Malaysia con più di 3 milioni di ha; Cina con più di 4,5 milioni di ha; India con più di 1 milione e mezzo; Sud Africa e Mauritius con poco meno di mezzo milione di ettari, ecc.).
Solo indagando sulle società investitrici è stato perciò finalmente possibile sciogliere il groviglio di interessi che muovono i capitali nelle varie direzioni del pianeta e, per stigmatizzare le “coperture” offerte nei diversi casi agli investitor, è stato necessario individuare una terza categoria di attori/azionisti del land grabbing, quella dei paesi ombra, che offrono la base logistica (“paradisi fiscali”) alle società accaparratrici e mascherano di fatto la reale provenienza dei capitali investiti. Molti investitor/predatori creano sedi sociali nello stesso Stato in cui fanno i loro investimenti, sicché lo stesso paese preda risulta anche predatore (67 casi) e addirittura predatore di se stesso (più di 20 casi) e di altri paesi preda (ben 32 casi). La rete degli investimenti finanziari risulta sempre e volutamente intricata e confusa, in modo da rendere più complessa la ricostruzione del percorso dei capitali, sicché in molti casi distinguere tra Paesi preda, Paesi predatori e Stati ombra è piuttosto laborioso: la differenza tra superfici vendute e superfici acquistate mostra infatti scarti che in alcuni paesi preda ammontano, paradossalmente a loro vantaggio, anche dell’ordine di alcuni milioni di ettari (Federazione russa, Cina, Malaysia, Sud Africa, Cile, India e Mauritius).
D’altra parte le rotte del land grabbing intrecciano paralleli e meridiani non soltanto seguendo la prevedibile e scontata direzione nord-sud del mondo (Europa/USA verso Africa e America Latina), ma anche in direzione sud-sud dai Paesi emergenti a quelli tecnologicamente più arretrati ricchi di terre e materie prime (Medio Oriente/India verso Africa e Asia) e nord-nord (USA verso Est Europa), quando addirittura non disegnano un percorso inverso sud-nord del mondo perché dai Paesi emergenti (Cina e Sud Africa) muovono verso quelli ancora in attesa di sviluppo del vecchio continente (Est Europa) o quando gli stessi Paesi in via di sviluppo vengono utilizzati come base logistica da società e gruppi finanziari per nascondere le loro operazioni di accaparramento (Filippine e Madagascar verso Africa e America Latina).

Rivolte e migrazioni di massa

L’accaparramento è attuato con espropri e confische ovunque e sempre accompagnati da ribellioni cruente: rivolte sociali, lotte contadine e migrazioni di massa. Fenomeni che agitano la società contemporanea e che si ripresentano dopo ogni periodo storico involutivo, caratterizzato cioè prima da una crisi economica globale e poi dalla riscoperta del “bene rifugio terra”; un processo cui stiamo di nuovo assistendo a partire dagli anni 2000. La Conferenza internazionale di Tirana organizzata nel maggio 2011 dall’International Land Coalition, sul tema “Assicurare l’acceso ai terreni ai poveri in tempi di intensa competizione sulle risorse naturali”, ha avuto il merito di denunciare il land grabbing tanto a scala internazionale che nazionale, svelandone le forme perpetrate anche alla scala regionale, dove si consuma come sopraffazione dei maggiorenti locali sulle comunità rurali. La Final Declaration sottoscritta da tutti i partecipanti di più di 45 paesi (rappresentanti di Governi, Organizzazioni, Agenzie e Movimenti sociali) è particolarmente esplicita al punto 4: “Denunciamo tutte le forme di accaparramento della terra, siano esse internazionali o nazionali. Denunciamo il land grabbing a livello locale […] Denunciamo l’accaparramento di terre su vasta scala, che ha subito un’accelerazione enorme negli ultimi tre anni”.
Olivier De Schutter, ex relatore speciale dell’ONU per il diritto al cibo, ha denunciato lo scandalo fondiario, aggravato dal fatto che gli Stati africani entrano persino in concorrenza tra loro nell’offrire terre a prezzi sempre più bassi per attrarre gli investitori (in Sudan e in Etiopia l’affitto pluriennale oscilla dai 2 ai 10 dollari per ettaro e in altri casi la vendita unitaria per ettaro è pari a qualche decina di centesimi di euro). L’assurda cessione dei terreni, già coltivati dai piccoli conduttori agricoli, avviene attraverso espropri forzati ed è oggetto di accordi tra governatori locali, che intascano il prezzo dei fondi, e investitori stranieri, “interessati” a salvaguardare l’ambiente con il potenziamento delle colture energetiche (no food per biomasse), ritenute più “sostenibili” di quelle alimentari.

Modelli produttivi e clima

Anche per evitare rifiuti e ribellioni delle comunità rurali, alcuni contratti di cessione dei suoli prevedono, come compensazione, la costruzione di scuole o di infrastrutture per le popolazioni locali, in genere strade asfaltate utili soprattutto agli stessi investitori. Nonostante il “vantaggio sociale” che secondo alcuni osservatori deriverebbe ai Paesi in via di sviluppo dalla vendita delle loro terre, non c’è dubbio che la sottrazione dei campi per i contadini locali significa sempre povertà, insicurezza alimentare e perdita di identità e tradizioni colturali e culturali. I vantaggi economici e sociali delle transazioni sono infatti di breve durata, anche perché i proprietari terrieri stranieri praticano forme di agricoltura industriale che impoveriscono piuttosto che valorizzare i terreni. Perdere la terra significa sempre e quasi sicuramente perdere anche risorse idriche e attività economiche tradizionali, come la pastorizia e l’allevamento, che costituiscono la fonte primaria di sostentamento dei popoli in via di sviluppo.
Sappiamo bene che acqua e terra sono risorse indispensabili alla vita e non possiamo quindi stupirci se, quando vengono sottratte alle comunità umane che da esse traggono sussistenza, le uniche opzioni possibili restano per loro la fuga e la morte per fame, per annegamento, per suicidio. Anche senza voler stabilire un rapporto di causa-effetto tra land grabbing e migrazioni forzate, è pertanto facile osservare che le rotte dei migranti dal continente africano verso i Paesi europei seguono tracciati che ricalcano, nel verso opposto, le stesse direzioni dei capitali che dal vecchio continente vengono spostati nei Paesi africani per essere investiti nell’accaparramento delle terre ricche di risorse naturali. Sradicare la policoltura famigliare di sussistenza per introdurre il modello produttivo dell’agricoltura di speculazione che adotta monocolture industriali su centinaia di migliaia di ettari significa infatti desertificare i suoli, favorire i cambia­menti climatici in atto e, in ultima analisi, alimentare i flussi migratori eufemisticamente definiti economici e ambientali. Per evitare espulsioni e migrazioni coatte e al tempo stesso per arginare le reazioni di rifiuto nei confronti dei “diversi”, oggi fin troppo evidenti nei Paesi di “accoglienza”, dobbiamo allora razionalmente riconoscere che “aiutarli a casa loro” – secondo l’espressione cara a quanti chiudono i confini– equivale in prima battuta a non saccheggiare le risorse naturali dei loro Paesi d’origine.

Avvertenza: La scelta di questi brani, a cura dell’autrice, non può né vuole essere esaustiva. E’ uno dei tanti possibili percorsi attraverso un libro, che permettono, a chi non l’ha ancora letto, di conoscerne alcune parti, di provarne piccoli “assaggi”, che trasmettano il senso del libro e il pensiero degli autori.

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