L’ISAURA NARRATA DA CALVINO…E LA NOSTRA

Isaura, città dai mille pozzi, si presume sorga sopra un profondo lago sotterraneo. Dappertutto dove gli abitanti scavando nella terra lunghi buchi verticali sono riusciti a tirar su dell’acqua, fin là e non oltre si è estesa la città: il suo perimetro verdeggiante ripete quello delle rive buie del lago sepolto, un paesaggio invisibile condiziona quello visibile, tutto ciò che si muove al sole è spinto dall’onda che batte chiusa sotto il cielo calcareo della roccia.

Di conseguenza religioni di due specie si danno a Isaura. Gli dei della città, secondo alcuni, abitano nella profondità, nel lago nero che nutre le vene sotterranee. Secondo altri gli dei abitano nei secchi che risalgono appesi alla fune quando appaiono fuori della vera dei pozzi, nelle carrucole che girano, negli argani delle norie, nelle leve delle pompe, nelle pale dei mulini a vento che tirano su l’acqua delle trivellazioni, nei castelli di traliccio che reggono l’avvitarsi delle sonde, nei serbatoi pensili sopra i tetti in cima a trampoli, negli archi sottili degli acquedotti, in tutte le colonne d’acqua, i tubi verticali, i saliscendi, i troppopieni, su fino alle girandole che sormontano le aeree impalcature d’Isaura, città che si muove tutta verso l’alto.

(da Le città invisibili, Einaudi, 1972)

Eccola, la città invisibile di Isaura inventata di Italo Calvino, la prima delle “città sottili” che noi, amanti della gioia della lettura, abbiamo scelto per abitarla e farla vivere al di là delle pagine di un libro. Questa città ha la sua caratteristica principale nel mettere in relazione il visibile e l’invisibile, con l’acqua che scorre in profondità e che dà vita a tutto. Isaura è la città la cui superficie coincide perfettamente con “le rive buie del lago sepolto”.

Andrea Biggio, alcuni anni fa, ne ha fatto un’analisi attenta in quest’articolo sul blog di Marco Minghetti, ricordando l’amore che Calvino aveva per Carl Gustav Jung. “Se vogliamo che le foglie del nostro albero possano toccare il cielo dobbiamo consentire alle nostre radici di scendere fino all’inferno” scrive Biggio citando Jung, per poi collegare alla descrizione della “città dai mille pozzi” l’ideogramma del “pozzo” tratto da I Ching.

Questa è una città impensabile senza il nutrimento delle “acque scure” (ma solo perché non arriva la luce) e senza il gioco infinito dello scavare e tirare su l’acqua dai pozzi, dove le divinità, secondo le due religioni esistenti, stanno nel profondo, ferme nel lago sotterraneo dell’inconscio, o sono quelle che presiedono al movimento, alla trasformazione, alla relazione incessante fra realtà visibile e invisibile rappresentata da tutti i più piccoli congegni, più o meno conosciuti: chi sa che cosa sono la “noria” o il “troppopieno” senza consultare il dizionario?

Per noi che siamo arrivati in questa città partendo dalla riscoperta del Barone rampante la “città che si muove tutta verso l’alto” richiama ancora una volta Cosimo di Rondò che, avendo scelto di passare la vita in cima agli alberi, considerava la sua casa “dappertutto, dappertutto dove possa salire andando in su”.

Forse la gioia di leggere e ascoltare letture ad alta voce è proprio in questo librarsi verso l’alto, anche grazie e attraverso i libri.

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