ALVARO: PINOCCHIO CON LE NUVOLE SULLO SFONDO

C’era una volta…
– Un re! – diranno subito i miei (piccoli) lettori. No, ragazzi, c’era una volta un pezzo di legno… anzi un libro… da sfogliare, poi da ascoltare, poi infine da leggere. Un oggetto del desiderio, un rito iniziatico che nella mia vita è tra i primi ricordi consci.
Non sapevo leggere, ma adoravo le matite e le rare penne (c’erano quelle col pennino per tutti, le stilografiche per gli “aristocratici” della scrittura e le biro… all’orizzonte) con cui “disegnavo” su qualsiasi supporto mi capitasse sotto mano. Ci sono ancora le foto di famiglia con il retro percorso da strane linee blu-rosso-nere che s’intersecano “artisticamente”. Poi ero al settimo cielo se potevo sfogliare un giornalino illustrato (il Corriere dei Piccoli) o un libro. Era un piacere per (quasi) tutti i sensi: il tatto, la vista e l’udito. Sì, perché a far parlare i personaggi del Corriere o a trasformare la sequenza delle lettere, che cominciavo progressivamente a riconoscere singolarmente, molto spesso, oltre a mia madre e mio padre, era una amatissima zia, zia Carla, la più giovane delle tre sorelle di mia madre, che, soprattutto d’estate, durante la controra, visto che ero refrattario alla pennichella, mi invitava a leggere con lei qualche storia sotto la fresca ombra di un enorme albero di albicocche che troneggiava al centro del cortile della nostra casa (che poi era un casello ferroviario). In particolare alcune storie, celebri (Cenerentola, Il gatto con gli stivali, Cappuccetto rosso) altre meno (Prezzemolina dalle trecce d’oro) erano contenute in minuscoli libricini che potevano stare nel palmo di una mano e che zia Carla conservava nel cassetto del suo comodino di noce. – Vanne a scegliere uno che ti piace che zia te lo legge- , mi diceva. Io sceglievo in base alla figura della copertina, ovviamente… Sono riuscito a conservarne qualcuno…
Poi arrivò il tempo delle elementari e un’altra indimenticabile donna mi iniziò all’amore per l’oggetto-libro, all’ascolto come fatto sociale e infine al piacere della lettura, silenziosa ed ad alta voce. La signorina Isabella era insegnante per vocazione; a lei devo le cose più importanti della mia vita: la musica e l’insegnamento. La nostra vita scolastica era densa di stimoli intellettuali e manuali (ci aveva insegnato perfino a fare lo zucchero d’orzo!) e alternavamo le varie attività sempre con creatività. Uno dei momenti più belli era quando ci
leggeva ad alta voce un libro. Per due motivi: il primo perché di solito con la lettura riempiva l’ultima parte della mattinata, prima dell’uscita, quando ormai eravamo abbastanza stanchi, e quindi quando apriva il libro ci potevamo rilassare; la seconda era perché leggeva bene! Le parole che uscivano dalla sua bocca, con tono pacato, senza birignao, con il ritmo giusto e il fraseggio intelligente e tale da favorire la nostra assimilazione, materializzavano dinanzi ai nostri occhi i volti, gli ambienti, le situazioni di gioia, di paura, di comicità e di commozione che scaturivano da quelle pagine che alla fine tutti volevamo non finissero mai. Cuore, L’isola del Tesoro, Pinocchio li avevamo “visti” e vissuti molto prima e in modo più avvincente di quando li hanno trasformati in film o sceneggiati televisivi.

Arrivò poi l’amore per l’oggetto-libro proprio a seguito della lettura del libro Cuore. Vado a rileggere il brano “galeotto”: «Gennaio. La libreria di Stardi. Sono andato da Stardi, che sta di casa in faccia alla scuola, e ho provato invidia davvero a veder la sua libreria. Non è mica ricco, non può comprar molti libri, ma egli conserva con gran cura i suoi libri di scuola, e quelli che gli regalano i parenti, e tutti i soldi che gli danno, li mette da parte e li spende dal libraio: in questo modo s’è già messo insieme una piccola biblioteca, e quando suo padre s’è accorto che aveva quella passione, gli ha comprato un bello scaffale di noce con la tendina verde e gli ha fatto legare quasi tutti volumi coi colori che piacevano a lui. Così ora egli tira un cordoncino, la tenda verde scorre via e si vedono tre file di libri d’ogni colore, tutti in ordine… Ed egli sa combinare bene i colori…»

Ad un certo punto in casa mia qualsiasi oggetto cartaceo che assomigliasse ad un volume andò a finire su una vecchia scrivania, foderato con della carta velina, fascettato con una strisciolina di carta colorata assortita per argomenti, e qualche tempo dopo mio padre scoprì che le tavolette di legno, che erano sparite dal suo ripostiglio in cui si dilettava a lavorare il legno (ora di direbbe bricolage) erano finite in camera mia, dove, con qualche chiodo e molta immaginazione, erano diventate uno scaffale, nel quale però non avevo messo la tendina, perché allora
come ora i libri mi piacciono a vista.
Quando la signorina Isabella arrivò a leggere Pinocchio accadde un miracolo: volle che a leggere in classe a turno fossimo noi, per cui ci dava il volume (pubblicato a Milano nel 1949, proprio nel mio anno di nascita, nella Universale economica al prezzo di Lire 100), ce lo portavamo a casa, preparavamo la lettura e il giorno seguente ci faceva sedere in cattedra a leggere per gli altri. A ma toccò il 21 maggio 1959: dovevo preparare il Capitolo XVIII “Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto e va con loro a seminare le quattro monete nel Campo dei miracoli” (a pag 77). Era un magnifico pomeriggio di sole primaverile. Mi andai a sdraiare su un pezzo di prato di fronte a casa mia che aveva una erbetta bassa, fresca e
morbida come un tappeto persiano. Così, supino, tenevo il libro con due mani davanti agli occhi e sullo sfondo sopra di me c’era il cielo azzurro con meravigliose nubi banche che si muovevano dolcemente componendo figure e fanstasmagorie. Un po’ leggevo e seguivo Pinocchio, un po’ abbassavo il libro e seguivo le mie fantasie. Non mi ricordo se l’indomani lessi bene o meno, ma alla fine dell’anno la signorina Isabella mi regalò il volume. Fui iniziato così alla Gioia della lettura, ma anche a quella della conversazione perché è vero, come diceva il mio caro suocero Pierino, che “Chi ha libro ha labbro”!

(Alvaro Vatri)

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