Sincerità. Estratti dal libro di Andrea Tagliapietra

Sincerità. Estratti dal libro di Andrea Tagliapietra

Andrea Tagliapietra, Sincerità, Raffaello Cortina editore, 2012

Dopo i libri Rispetto di Richard Sennett, Solidarietà. Un’utopia necessaria di Stefano Rodotà, Onestà di Francesca Rigotti, proseguiamo nella pubblicazione di  estratti da libri dedicati ai valori.

Avvertenza: La scelta di questi brani non può né vuole essere esaustiva. E’ uno dei tanti possibili percorsi attraverso un libro, che permettono, a chi non l’ha ancora letto, di conoscerne alcune parti, di provarne piccoli “assaggi”, che trasmettano il sapore del linguaggio, del ritmo, del pensiero dell’autore.

Se un viaggiatore celeste raggiungesse la medesima postazione sugli anelli di Saturno da cui Micromegas e il suo saturniano compagno nella famosa novella di Voltaire, partirono in direzione della terra e, disponendo di un potentissimo microfono direzionale, fosse in grado di intercettare tutte le conversazioni umane, quante volte ascolterebbe in quell’ininterrotto crepitio di voci planetarie dichiarazioni di sincerità, inviti alla franchezza e alla veracità, appelli accorati all’essere sinceri e all’essere se stessi nelle parole e negli atti o ingiunzione perentoria a non mentire, a dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità?
La sincerità è pretesa dagli amanti, giurata nei Tribunali, temuta dai traditori, blandita dagli adulatori, fuggita dai bugiardi e dagli impostori, ma parimenti evocata dell’intreccio vivente delle azioni e delle conversazioni, sia per ingannare meglio e più a fondo, che per testimoniare se necessario anche contro tutto e tutti la dignità del vero e di chi eroicamente le si affida.
Agostino, in un bel passo delle Confessioni, si chiede come mai la verità generi odio (veritas parit odium). La risposta che il santo suggerisce è che ciò accade perché gli uomini chiamano verità qualsiasi oggetto del loro amore e, giacché nessuno ama essere ingannato, non desiderano essere distolti dal loro errore. Insomma, vogliono usare la verità, ma non vogliono subirla ed esserne usati. Di conseguenza essi amano la verità quando si “svela” […] – e, noi possiamo aggiungere, quando essa ci aiuta a smascherare o a mettere a nudo gli altri – ma la odiano quando li rivela […], ossia quando ci espone, senza difese, allo sguardo degli altri.

Gli equivoci della sincerità

Come il dono anche la sincerità può essere avvelenata: Ti dirò tutta la verità senza nasconderti nulla è, spesso, nell’infinito gioco delle conversazioni umane, la frase che introduce discorsi pronunciati per ferire o vendicarsi, per far soffrire o umiliare.
[C’è] un secondo equivoco della sincerità, quello che ne mette in dubbio lo stesso ruolo di virtù o, comunque, in senso più generale, di qualità positiva. Da questo punto di vista la sincerità è perlomeno una virtù ambigua, perché la verità, al servizio della quale si sostiene essa sia, non pare accordarsi con l’amore, con il bene, con la giustizia, con il rispetto per gli altri e con il valore stesso della vita.
Il terzo equivoco della sincerità si sviluppa intorno alla presunta equivalenza tra l’essere sincero e il dire il vero. Infatti, se esser sinceri non significa dire la verità, ma soltanto ciò che si è certi esseri vero – ossia che soggettivamente si crede vero-, parimenti si può dire la verità, cioè non solo ciò di cui si è certi, ma anche ciò che risulta oggettivamente tale, senza per questo esser sinceri, anzi cercando di danneggiare o di ingannare il proprio interlocutore. E’ ciò che si potrebbe chiamare sincerità diabolica. […] “La schiettezza – notava Giacomo Leopardi – può giovare, quando è usata ad arte, o quando, per la sua rarità, non le è data fede.”
Nell’esser sincero, a differenza del dire il vero, non descriviamo un’azione, ma esprimiamo una qualità dell’agente. La sincerità è innanzitutto un modo di essere. […] La sincerità non definisce il nostro rapporto con la verità e le verità dei fatti da comunicare intenzionalmente agli altri se non attraverso la qualità della relazione integrale che intratteniamo con noi stessi.
Oggi l’idea di sincerità che traspare negli usi linguistici contemporanei, più che la relazione con una verità data che si dovrebbe testimoniare con i detti e con i fatti, sottolinea l’autorispecchiamento del soggetto nelle azioni e nelle parole, ossia la piena coincidenza dell’individuo con se stesso. […] Sincero è colui che nell’agire, nel parlare e in azioni analoghe esprime con assoluta verità ciò che sente, ciò che pensa, e, dunque, ciò che è.
La sincerità è il paziente lavorio di raggiungersi, di eguagliarsi, di immedesimarsi, ossia di entrare in possesso di se medesimi e di realizzare quella dignità, quel rispetto e quel sentimento di sé che, una volta acquisiti, non ci fanno più cercare la difesa della maschera, ma anzi ci rendono fieri di ciò che siamo. Qui incontriamo il quarto equivoco della sincerità, quello che la vede progressivamente diluirsi e infine identificarsi nella nozione di autenticità. Se la sincerità è il divenire ciò che si è, ovvero il continuo adeguamento dell’individuo con se stesso, l’esercizio di verità del sincero si manifesta soprattutto sul piano dell’interiorità. […] L’autenticità suggerisce un’esperienza morale più ardua e a tratti persino sfuggente rispetto alla sincerità, una concezione più esigente di sé e di ciò che significa essere fedele a se stesso.

La virtù crudele

Nel mondo della vita l’esperienza della sincerità – della propria come di quella altrui – mette alla prova. Si ha sincerità quando l’atto di veridizione prevede il pieno coinvolgimento drammatico di se stessi e del proprio rapporto con gli altri. E’ un aspetto […] che si può definire virtù crudele.
Una delle etimologie immaginarie più di frequente evocate a proposito del termine latino sinceritas è quella del miele, che quando è privo di impurità, è detto sine cera, “senza cera”, da cui l’aggettivo sincerus, ossia non alterato.
Secondo un’altra etimologia, scientificamente più accreditata, il termine latino sincerus, ossia “schietto”, “sano”, “puro”, deriverebbe dalla combinazione del prefisso sin– (dalla radice *sem-, che significa unico), con il suffisso –cerus derivato dal verbo crescere. Sincerus allora sarebbe propriamente ciò che è di una sola origine, quindi semplice ossia non composto, non artefatto né alterato o adulterato.
Solo se la veridicità è una virtù crudele, ossia se comporta, per colui che dice la verità, uno svantaggio e, di riflesso, la piena responsabilità (e imputabilità) delle parole che si sono proferite, essa può costituire un momento incoativo di sincerità. La franchezza diventa sincerità se colui che dice la verità ha tutto da perdere e nulla da guadagnare da ciò che dice. [L’aggettivo franco significa libero]. Dire la propria opinione con libertà significa non avere paura; esprimerla con franchezza vuol dire “non ascoltare nient’altro che il proprio cuore” significa comportarsi apertamente e nobilmente.

Il dilemma della sincerità: bisogna sempre dire la verità?

Una buona parte delle questioni morali che irrompono dal mondo della vita e dei casi di etica applicata che hanno per oggetto la sincerità si possono ricondurre al dilemma se si debba dire sempre il vero o se vi siano delle circostanze in cui il dovere della veridicità possa o finanche debba essere sospeso. […] Nella storia della filosofia due autori si sono distinti per la particolare intransigenza con cui hanno inteso prescrivere la sincerità senza eccezioni. Si tratta di Agostino e di Kant.
Per Agostino la menzogna di colui che non è sincero non si riduce solo a un problema ermeneutico, logico ed etico. Il mentire è la radice stessa del peccato. […] Per Agostino, benché la Scrittura mostri come anche gli uomini buoni e giusti abbiano fatto ricorso alla menzogna in particolari situazioni difficili, ciò non scalfisce la validità assoluta del diritto di mentire. […] Se alla fine si opta per la menzogna non è mai questa a essere buona, ma l’intenzione.
Kant afferma che qualcosa come “un diritto di mentire per amore dell’umanità” è impossibile, dal momento che “la menzogna danneggia sempre qualcuno”: se pure non un altro uomo, l’umanità in generale, in quanto annienta la fonte stessa del diritto, di qualsiasi diritto, anche di quello, presunto, di mentire per amore dell’umanità. […] Sembra che dal piano morale che il dilemma implicava ci si sia spostati su quello puramente giuridico-legale.
In generale, l’integralismo della veridicità ottiene il risultato di produrre l’indifferenza del distacco, la più arida frigidità emotiva. E’ quella tonalità psicologica che spesso incontriamo nei fanatici, che accoppiano la radicalità dell’idea alla sublime noncuranza sui dati di fatto e sulle circostanze concrete del mondo della vita, o nell’ipocrisia dei retori della verità.
In realtà la veridicità quale passione adulta per la verità non dovrebbe mai dimenticare la profonda saggezza che guida la formulazione del comandamento decalogico del Sinai, che non ingiunge di dire sempre la verità, ma raccomanda di non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

Storia della sincerità

Nella Grecia arcaica […] la sincerità coincide con la veridicità e la veracità. […] Dobbiamo immaginarne le pratiche in relazione con un’identità individuale che si afferma nella reciprocità dei legami sociali e di appartenenza. In questo senso essere sinceri significa certo dire la verità agli altri ma soprattutto, al di là dell’enunciazione verbale veridica, conformare la propria condotta alle proprie parole, comportandosi conseguentemente con veracità, ossia mantenendo i patti e rispettando i giuramenti. Essendo, cioè, sia fedele che affidabile e non avendo, quindi, un atteggiamento ostile nei confronti di coloro a cui ci si rivolge e con cui si ha a che fare. L’individuo sincero è dunque innanzitutto colui che non ha l’intenzione di ingannare.
[Di fronte ai numerosi esempi di doppiezza, come quella di Ulisse e di Agamennone], emerge la sincerità omerica: dire immediatamente e direttamente ciò che si ha nel cuore. Tra ciò che Achille pensa e ciò che dice, tra ciò che dice e ciò che ha intenzione di fare, tra ciò che intende fare e ciò che effettivamente farà non ci sono deviazioni né ombre. […] Ulisse è emblema di un nuovo tipo di parola che non sta più frontale e visibile come cosa tra le cose, ma abita consapevolmente la distanza tra apparenza e realtà, mediando tra l’una e l’altra, mossa dall’interesse e dall’obiettivo del vantaggio individuale.
Per i greci dell’età classica il dovere della veridicità e della sincerità era tale solo nei confronti di un altro che avesse i requisiti di coappartenenza (altro identitario), vale a dire riguardo all’amico, al compagno, al compatriota, al commilitone, al concittadino, al consanguineo, al fratello, o in generale a colui che possiede analogo prestigio sociale del parlante. […] Ecco che Sofocle metterà in bocca al suo Ulisse la piena liceità, anzi la doverosità del mentire se ciò porta salvezza e se quindi giova alla causa dei “nostri”. […] Già i greci del resto si percepivano come un popolo più predisposto alla menzogna e all’insincerità degli altri. […] Non si può ignorare il peso che nella cultura greca ha avuto l’esempio personificato di Ulisse con l’identificazione tra l’astuzia dell’intelligenza (metis) e la capacità di mentire.

Fra retorica e parresia: la sincerità del filosofo

Per i sofisti la verità è il risultato di una pratica che si apprende e che ha inizio e fine nella dimensione esteriore del linguaggio e che si misura, proprio in quanto risultato, con il metro dell’efficacia. […] L’epoca della sofistica aggiunge la verità come risultato vittorioso di una tecnica insegnabile che si esprime e si esaurisce nello spazio sociale.
La verità dei sofisti è quindi la verità della potenza del discorso […] che genera potere e che si afferma come potere. […] La retorica si caratterizza come quella tecnica che permette a chi parla di dire e sostenere qualcosa che, pur non corrispondendo assolutamente a ciò che pensa, fa effetto su chi lo ascolta.
La vita di Socrate è il contromodello della retorica perché essa dimostra […] il proposito di instaurare un legame forte, manifesto ed evidente tra le parole del filosofo e i suoi stessi comportamenti, tra il suo dire e il fare conseguente. […] Per definire questo nuovo legame si impiegherà il termine parresìa.
La parresia di Socrate è un indizio della crisi della democrazia, in quanto risposta etica alla domanda di verità della città che, scontrandosi coll’inautenticità delle istituzioni dello Stato, ha bisogno di essere tradotta nella forma estrema e testimoniale dell’esempio. […] La sincerità del filosofo è quella musica, quella mousike che, nel Fedone, il dio suggerisce a Socrate di mettere per iscritto, ma la cui composizione coinciderà con l’intera armonia della sua esistenza, ossia con la “scrittura della vita”, con l’esibizione di verità della sua bio-grafia

La virtù sociale della sincerità

Con Aristotele la sincerità diventa esplicitamente una virtù. Di contro all’etica moderna, l’etica classica, ma anche quella dei sostenitori contemporanei dell’etica delle Virtù, non pone l’accento sulla domanda puntuale che cosa è giusto o obbligatorio fare? bensì sul quesito come dovrei vivere? La virtù maggiore ed eroica del parresiasta, diventata cura di sé, si approssima alla virtù minore dell’individuo socievole e autentico, che si relaziona agli altri uomini in amicizia e benevolenza, lavorando su se stesso e rendendosi più semplice e armonico.
Con Seneca la sincerità e la semplicità della vita beata, della securitas et perpetua tranquillitas. Si tratta di una virtù della verità che non è quella delle eventuali risposte ai grandi quesiti teoretico-metafisici o ai problemi religioso-teologici, ma che consiste nell’esempio del saggio, sempre traducibile in azione personale che stabilizza la vita.

San Paolo e la purezza di cuore cristiana

Sin dai primi testi del canone evangelico, Gesù rappresenta l’ideale della piena veridicità e sincerità. Io sono la via (hodos), la verità (aletheia) e la vita (zoe)”. Anche la predicazione apostolica di San Paolo è posta sotto l’insegna parresiastica della franchezza e del coraggio del cuore. Nel nuovo orizzonte dischiuso della cultura ebraico-cristiana e dal personaggio esemplare dell’individuo-fuori-dal-mondo la sincerità non può essere più confusa con la semplice affermazione della verità o con qualche pratica esteriore della verità, parresiastica o ascetica che sia.

Sant’Agostino e la sincerità della confessione

Il cristiano sa che la sincerità dipende dalla volontà, ma è al contempo consapevole della debolezza dell’uomo che agisce e parla, della persona fatta di carne che tenta di essere se stessa per gli altri nella parola, nell’azione, nella sofferenza, nel desiderio e nella gioia. […] La confessione è la risposta a questa nuova esigenza della sincerità di scavare in se stessi e di mettersi alla prova.
L’impianto delle Confessioni di Agostino mostra una struttura concettuale che collega l’ipocrisia del volere rimanere celato agli altri con la doppiezza della bugia e la rivendicazione della verità come proprio bene esclusivo, mentre la sincerità del mettersi a nudo viene posta in relazione con il godimento comune della verità, con la felicità, ossia con l’anticipazione in terra della beatitudine transmondana​.

La virtù di Amleto: sincerità come autenticità. Montaigne e Rousseau

Nel corso della storia della cultura occidentale le principali tappe della formazione dell’individualità personale sono coincise con gli sviluppi dell’esperienza del teatro, ossia con la presa di coscienza della funzione dei ruoli e dei personaggi. […] Alla sincerità come veracità dell’individuo riconosciuta dagli altri si contrappone ormai l’autenticità quale fondo dell’unicità irripetibile di ognuno, nucleo irriducibile ai ruoli e alle maschere sociali che di volta in volta ciascuno indossa. L’autenticità è la virtù di Amleto. Entrando in scena di fronte alla corte, al re suo zio e alla regina sua madre, Amleto enuncia l’intraducibilità e l’irriducibilità della propria autenticità all’esteriorità di qualsiasi dato oggettivo, alla parvenza di qualsivoglia abito esteriore: ” ‘Sembra’, signora? No, è. Io non conosco ‘sembra’ “.
La figura e l’opera di Michel de Montaigne segnano un passaggio decisivo nella storia dell’idea di sincerità, ovvero della sua netta torsione in direzione dell’autenticità. […] La verità non è l’universale e immutabile verità delle cose, ma la verità interrogativa che “io” dico su me stesso e sulle cose che dipendono da me, la mia sincerità.
Nella storia della sincerità, l’intransigenza di Rousseau segna la fine di quell’ideale di compromesso tra sincerità e autenticità, tra il riconoscimento degli altri e l’introspezione. Le Confessioni sono appunto il manifesto di questo programma della sincerità assoluta. Con Rousseau la sincerità si avvia a diventare una qualità personale e privata, che esprime il rapporto dell’individuo con se stesso e con gli altri in quanto individui. La sincerità è affidata completamente alle mani dell’ “io”. Ma quest’ “io” soggetto è, in Rousseau, il protagonista ondivago della sua biografia.

Conclusioni

Il mondo contemporaneo, che vede l’imporsi, con sempre maggior coerenza e oggi persino per mezzo della capillarità digitale della tecnica, del teatro sociale della veridicità e della trasparenza, è la medesima società globale dell’autenticità e della spontaneità che valorizza e legittima la pretesa degli individui di realizzare se stessi, di esprimersi e manifestare liberamente la loro personalità e il loro sentimento di identità e di unicità singolare. Le due istanze, che corrispondono, nello scenario attuale, alla biforcazione moderna della storia della sincerità che abbiamo visto assumere forma con Kant e con Rousseau o, se si vuole, alle Weltanschaungen [visioni del mondo] che chiamiamo Illuminismo e Romanticismo, oggi sembrano entrare in conflitto. Mentre la trasparenza e la veridicità appaiono esigenze collettive utili per il controllo esercitato dalle istituzioni politiche e sociali e indispensabili per il funzionamento complessivo della vita civile delle comunità umane, l’autenticità produce, come notava Zygmunt Bauman, “un’atmosfera di incessante pressione (deregolatrice e privatizzatrice) diretta a smontare tutte le limitazioni imposte collettivamente ai destini individuali”.

La sincerità è la virtù della storia degli individui, del difficile e arduo lavoro su se stessi alla ricerca del tesoro nascosto dell’esperienza personale che deve venire alla luce, con sforzo e fatica preziosi. Ma soprattutto è il rifiuto di andarsene in silenzio, nella notte, come un passante anonimo che scompare, poco a poco, nella penombra nebbiosa dei marciapiedi di quella grande città-mondo globalizzata in cui miliardi di esseri umani si sfiorano appena […]

Città Isaura

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *