PELLEGRINI PER LA VIA FRANCIGENA

Racconto di Alessandra Caprara, Elisa Bonacci, Benedetta Braccini, Valentina Madaudo

Terzo premio sezione Scuola del Concorso letterario “In viaggio sulla via Francigena”

“Davvero? E’ da così tanto che camminate e non vi siete ancora stancati !?”
Siete curiosi di sapere con chi stavamo parlando? Per scoprirlo facciamo un passo indietro… …era il 12 maggio dell’anno scorso; eravamo in gita scolastica con il professore di scienze per scoprire la varietà delle piante del Sorbo, quando udimmo dei passi dietro di noi: erano due pellegrini. Noi, incuriositi, iniziammo a fare domande su domande, trasformandoci quasi in dei piccoli intervistatori: “Da dove venite?” E loro, con un evidente accento del nord, ci risposero dicendo: “Da Trento”. Noi, sbalorditi, esclamammo: “Davvero? E’ da cosiì tanto tempo che camminate e non vi siete ancora stancati !?”. I due esaudirono la nostra curiosità, precisando: “No, abbiamo preso il treno fino a Massa e da liì abbiamo iniziato a percorrere la Via Francigena”.
Continuammo col nostro interrogatorio di terzo grado, grazie al quale capimmo il forte spirito religioso che li aveva spinti ad intraprendere quel viaggio e scoprimmo anche come gli unici beni indispensabili per quella impresa fossero solo l’acqua…e tanta, tanta fede. Infine, ci stupimmo ad ascoltare quanta meraviglia avesse destato nei loro occhi un paesaggio così familiare per noi abitanti di Formello. La cosa che comunque ci lasciò più a bocca aperta fu la narrazione del viaggio in sé: i due trascorrevano la notte nei monasteri o santuari e il giorno, proseguendo il cammino, facevano nuovi incontri con animali di ogni specie (cinghiali, cervi, fagiani, aquile, mucche, barbagianni, civette, gufi, picchi e volpi).
Noi, ancora più stupefatti, continuammo con le domande: “Ma cosa avete visto in particolare in questo viaggio?” “Siamo partiti da Massa e ci siamo diretti verso il meraviglioso Castello Aghinolfi per imboccare una strada panoramica. Abbiamo proseguito per Pietrasanta, la piccola Atene d’Italia; subito dopo abbiamo lasciato l’antica Pieve di S. Giovanni e abbiamo camminato tra i stupendi paesaggi delle colline lucchesi fino al centro storico di Camaiore e all’antica Badia. Abbiamo camminato per molte altre tappe, visitando affascinanti monasteri circondati da incantevoli parchi e riserve naturali. Siamo arrivati così a Campagnano dove abbiamo ammirato il bel panorama sulle campagne laziali, prima di entrare nell’area del Parco di Veio, in cui abbiamo visitato l’antica chiesa della Madonna del Sorbo. Quindi, abbiamo attraversato la sua meravigliosa Valle, dove vi abbiamo incontrati. Ora proseguiremo il nostro percorso fino a Piazza San Pietro, sostando anche nel centro storico di Formello.” Così conclusero il loro resoconto di viaggio, per poi chiederci: “Conoscete l’importanza storica della Via Francigena?” E noi in coro dicemmo di no. Iniziarono allora a raccontarci: “La via in Italia è lunga circa 1000 km per un totale di 45 tappe. La prima testimonianza che ha reso così celebre il cammino risale all’arcivescovo Sigerico, nel VII sec. Più che una strada vera e propria, era una traccia di terra battuta, modificata nel corso dei secoli da eventi naturali. L’origine del tracciato della Via è di epoca precedente a Sigerico: infatti, i Longobardi necessitavano di un collegamento sicuro tra Pavia e i ducati del sud Italia; quando la dominazione Longobarda lasciò il posto a quella dei Franchi, la strada cambiò il nome in Via Francigena e divenne il principale asse di collegamento tra nord e sud dell’Europa per mercanti, eserciti e pellegrini”. “Wow!” esclamammo noi; successivamente il prof ci disse di lasciarli proseguire il loro pellegrinaggio e di ritornare alla nostra lezione…anche se quel giorno avevamo già imparato tanto. Grazie pellegrini.

IL VIAGGIO

Racconto di Anna Maria Brecciaroli

Terzo premio sezione pubblica del Concorso letterario “In viaggio sulla via Francigena

Avevo dimenticato cosa fosse il silenzio! Camminare e sentire solo il rumore dei miei passi. Avevo dimenticato l’odore dell’erba fresca di prima mattina bagnata dalla notte.
Avevo dimenticato i colori dei prati e delle chiome degli alberi e, il bianco delle nuvole come zucchero filato.
Avevo dimenticato il vento fresco sul viso; il rumore delle foglie, il volare degli uccelli e il bisbigliare dei boschi. Avevo dimenticato la polvere dei sentieri; le pozzanghere testimonianza di un acquazzone primaverile. Ma la cosa più importante avevo dimenticato di stare con me stessa.
Questo viaggio lo avevo desiderato tanto e, la Via Francigena era quello che volevo. Volevo riempirmi gli occhi di antichi paesaggi, passare in posti attraversati già dai nostri padri; volevo in un certo senso tornare a casa.
Mi era piaciuta l’idea del “turismo lento”; mi avrebbe dato l’opportunità di appagare i miei sensi, di misurare la solitudine e di pensare.
Un po’ di cose nello zaino, scarpe comode, mappa dettagliata del viaggio, un piccolo kit di pronto soccorso.
Il cammino era stato lungo ma piacevole. Ero arrivata quasi a Roma. Una delle mie ultime fermate fu Formello.
Mi ritrovai vicino la Via Cassia in un posto incantevole chiamato Valle del Sorbo, attraversata in tutta la sua lunghezza dal fiume Cremera creando forre e fitta vegetazione. Arroccato su di uno sperone roccioso il Santuario della Madonna del Sorbo, dove nel 1487 i frati del Carmelo fondarono un monastero. Una leggenda narra di un miracolo fatto ad un povero guardiano di porci mutilato ad un braccio al quale apparve la Madonna che lo guarì. Il Santuario è costituito dalla Chiesa ed altri edifici posti in più livelli dove si accede da scalette; nella piazzetta più alta vi è posto il Santuario stesso. Composto da tre navate con colonne costruite con blocchi tufacei. Qui si venera la Madonna il martedì dopo Pasqua (ho scoperto essere una tradizione formellese che trae origine da una contesa tra gli abitanti di Formello e Campagnano sulla gestione dei prati del Parco stesso in occasione delle gite della Pasquetta). La mia anima ed i miei occhi godevano davanti a tale meraviglia e misticismo.
Il fiume Cremera scorre solitario tra forre, piccole sorgenti ed un intrigo fitto di vegetazione quale grande coperta a protezione del fiume stesso. La Vecchia Mola con la cascata d’ acqua luogo di luci e penombre, fino ad arrivare a Grotta Franca. La tradizione vuole che si chiami così perché rifugio di briganti che riuscivano a farla “franca” dall’essere catturati quando si rifugiavano qui.
Anticamente vi era un tempio prima pagano poi cristiano. La leggenda racconta che verso l’anno Mille in questo posto ci fosse un maniero abitato da assassini e da un sanguinario cretese che rapinava donne sulla vicina Via Cassia; un giorno fu rapinata una pia donna spagnola che si dirigeva a Roma e fu imprigionata al buio nei sotterranei dell’edificio. Ella invocò la Vergine Maria che mandò un Angelo a soccorrerla. Il suo aguzzino se ne accorse e cercò di riprenderla così la Celeste Creatura lo fulminò riducendo tutto in un mucchio di rovine. Si parla che sotto quelle macerie vi sia sepolto un tesoro custodito da un mostruoso serpente e che nelle notti di plenilunio si aggiri un fantasma.
La storia mi riporta alla mente i terribili boati sotterranei che nel 56 a.C. sconvolsero la popolazione di Roma e, in che modo gli Etruschi differivano i fulmini; quelli che si scaturivano alla sinistra del cielo cioè da est erano segni divini favorevoli mandati ai mortali, gli altri che venivano da altre direzioni erano di cattivo presagio se non addirittura nefasti.
In questo posto si respira aria antica, aria che sa di storia. Aria che ti cattura tutto il corpo, che ti entra nelle ossa e che non ti lascia più.
Dopo avere da qui attraversato un sentiero sterrato, arrivai in paese.
All’ inizio pensai ad uno di quei paesi tipici di una periferia di una grande città come Roma.
Entrai nel centro storico attraverso un arco sormontato da uno stemma in peperino dei Chigi raffigurante armi e una torre coronata da merli ghibellini.
Il vano di ingresso coperto ha sul fondo una nicchia rappresentante la Resurrezione di Nostro Signore dove sopra di essa sormontata ancora dallo stemma Chigiano vi è la scritta “ORIENS AB OCCASU”. Posta lì come per ricordare a chi passava il ritmo perpetuo del giorno; per segnare il tempo che inesorabilmente passa sempre uguale; il giorno nasce e muore, poi rinasce e finisce sempre allo stesso modo e noi mortali assistiamo a questo.
……… Pensandoci bene apparteniamo anche noi alla medesima storia, che continua attraverso i secoli…… disse Frodo: “Sono i personaggi che se ne vanno quando è terminata la loro parte. La nostra finirà più tardi o a breve “.
Attraversai un secondo arco, ed entrando in Piazza S. Lorenzo con l’omonima Chiesa, potei ammirare Palazzo Chigi e l’Oratorio della Natività.
Davanti Palazzo Chigi si apre una via che porta al Centro Storico tagliando in due parti lo stesso con la Porta da Capo e la Porta da Piedi. Da qui si raggiunge la Chiesa di San Michele Arcangelo dal campanile stile Romanico che svetta sopra i tetti delle vecchie case.
Vasi di fiori emanano annosi profumi incoronando antichi balconi; vecchie piazzette vissute ora vuote ma dove immaginavo gente seduta a godere il fresco della sera, cumuli di fieno, stridii dei carri e canzoni di vivaci monelli.
Tagliando per il centro arrivai ad una discesa e proseguii; attraversai un sentiero odoroso di canne; qua e là cancelli di ville signorili. Avevo letto di questa scorciatoia per arrivare all’antica Città di Vejo dove si potevano ammirare lungo il cammino delle tombe antiche etrusche. Dopo aver camminato per una carrareccia attraversata da greggi di pecore e superato una piccola valle mi ritrovai davanti a scavi di tombe recenti. Si tratta di 4 tombe di epoca 650-670 a.C. posta sulla cinta muraria di Vejo, presumibilmente appartenenti allo stesso nucleo familiare. Nella prima tomba era sepolto un incenerato di sesso maschile giovane dentro di una olla dipinta con un serpente; in un’altra tomba una donna riconoscibile dal corredo di oggetti prettamente femminili e personali come gli strumenti per la filatura e fibule in argento. Lungo il lato destro vi era la sepoltura di un Principe con un ricchissimo corredo. Deposto in una urna bronzea posta sopra di un carro a grandezza naturale anche esso di bronzo. I resti combusti del giovane erano avvolti in un panno fermato da una fibbia d’argento e oro, insieme a un pugnale e lance uno scettro regale costituito da un fusto ligneo trapunto in argento a cui applicato un pomo di bronzo.
Gli etruschi avevano un forte culto per la morte. Per cui la tomba era il modo più normale per mantenere una memoria storica al sacro vincolo di sangue; è l’umana e intima necessità di ricordare il passato di cui si doveva tramandare il valore e la saggezza. Da queste parti è facile trovare tombe poste sulle antiche strade di accesso alla città di Vejo. Tutti i giorni andando nei campi e col gregge e la sera tornando a casa, ognuno aveva modo di dedicare un pensiero ai loro morti, ma anche a riflettere.
Chissà chi era quel giovane principe, forse un guerriero? quel carro bronzeo gli apparteneva? Era morto in battaglia? da eroe?
……. La guerra è indispensabile per difendere la nostra vita da un distruttore che divorerebbe ogni cosa; ma io non amo la lucente spada per la sua lama tagliente, né la freccia per la sua rapidità, né il guerriero per la gloria acquisita. Amo ciò che difendo: la città degli Uomini di Numenor; e desidero che la si ami per ciò che custodisce di ricordi, antichità, bellezza ed eredità di saggezza……
Non tutto quel ch’è oro brilla; né gli erranti perduti; il vecchio che è forte non s’aggrinza; le radici profonde non gelano; dalle ceneri rinascerà il fuoco. L’ombra sprigionerà una scintilla; nuova sarà la lama ora rotta e Re quel ch’è senza corona.
Dopo aver attraversato un fitto boschetto mi ritrovai in una immensa vallata dove potevo scorgere in lontananza Roma. Ciao Formello!!! Varcavo ora il confine verso la Città Eterna. Eccomi Roma. Un pellegrino non deve mai guardare indietro, ma in questo caso mi girai. Il mio Viaggio era giunto al termine, e pensavo a quanto fosse vero quel detto “ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi “.

La foto è di Luigi Plos

Un sorriso di madre

Racconto di Carla Monaldi

Secondo premio sezione pubblica del Concorso letterario “In viaggio sulla via Francigena

La povertà l’aveva sempre accompagnato nel viaggio della vita. In casa sua neanche le briciole di pane venivano sprecate, abiti e scarpe li riceveva dai fratelli più grandi, che non potevano più indossarli, scarpe che avevano percorso chilometri e chilometri di polvere, prima di essere risuolate svariate volte. Abiti rattoppati alle ginocchia, ai gomiti, ma puliti e profumati come solo sua madre sapeva trattarli, lì al lavatoio, con le altre donne del paese, quando trascorreva ore ed ore nell’acqua della vasca, a passare su e giù un misero pezzetto di sapone, a strofinare la stoffa consunta, mentre si scambiavano notizie e spettegolavano tra loro.
Era stato felice nell’infanzia, contentandosi di poco, correva nei prati e la sua fantasia volava trasportandolo in qualsiasi luogo gli venisse in mente, poteva essere un uccello dalle ali spiegate, un treno che sbuffava oppure un cavallo dalla lunga criniera. Ogni giorno dava una mano a suo padre con l’orto e la vigna. Quando era tempo di raccogliere le olive del principe Chigi, i bambini come lui, chini a terra, ne prendevano qualche manciata di quelle cadute, quelle che i fattori permettevano loro di tenere, sempre dopo che erano passate le pecore a ripulire. Ne racimolavano poche per ciascuno e una bottiglietta d’olio, da centellinare per le occasioni speciali, doveva bastare per tutto l’anno.
Ora, però, era tempi brutti, così cupi che la sua infanzia gli sembrava un periodo pieno d’abbondanza.
Qualche anno prima si era ritrovato con tanti sventurati giovani, come lui, nelle lande ghiacciate e desolate della Russia. Erano partiti in tanti, ignari di quello che avrebbero vissuto, marciando chilometri e chilometri sul bianco abbacinante. Ne aveva visti morire come mosche, lasciati lì, irrigiditi nel ghiaccio in attesa del disgelo. La fame era così abissale che li divorava da dentro. Il vento fischiava portando sferzate gelide di neve. Scavando nella terra, dura come acciaio, si poteva trovare soltanto qualche patata congelata, ma se si sapeva dove cercare.
Nelle baracche dove si erano riparati, il tepore del fuoco poco attenuava il gelo, ma bastava a risvegliare cimici e pidocchi, tormenti da aggiungere ai tormenti.
Fu uno dei pochi che era riuscito a tornare in patria. Le scarpe di cartone fatiscenti, dotazione del glorioso esercito, gli avevano causato un inizio di congelamento alle dita dei piedi e per quello, l’avevano rimpatriato. Lungo e rocambolesco il viaggio di ritorno su treni lenti e fatiscenti, col puzzo del fumo di carbone che entrava nel naso e nei polmoni. C’erano voluti mesi.
L’avevano, poi, spedito in Toscana, e da lì, la guerra l’aveva vista passare ma non più in prima linea. Udiva, ora, lo scrosciare dell’acqua dal rumore argentino, ipnotica, nel suo scorrere sempre uguale. Le cascate della Mola, il vecchio mulino medievale in rovina, era lì sulle rive del Crèmera che si nascondeva. Erano giorni che vagava scappando nelle campagne, tra viottoli sterrati e macchia mediterranea, all’ombra di querce secolari. Su quel suolo che in tempi remoti aveva visto annientare la famiglia dei Fabi, nella guerra contro l’antica città di Veio, ma lui, non poteva saperlo. La scuola l’aveva frequentata a singhiozzo, quella elementare, appena fuori porta, perché spesso doveva aiutare il padre nei campi. Fu così anche quella volta che avrebbe dovuto sostenere l’esame di licenza elementare, ma non poté andare, perché c’era da mietere il grano e la terra non aspetta i tuoi comodi, l’aveva apostrofato suo padre, ma la maestra, caparbia, glieli aveva fatti sostenere lo stesso, a sezione ormai chiusa, quando era potuto rientrare, perché era un ragazzo intelligente e non voleva che restasse senza titolo di studio.
Faceva un po’ freddo quella sera, era l’imbrunire di inizio settembre e una brezza leggera da ponente, portava l’umidità della notte. Non si azzardò ad accendere nessun fuoco, l’avrebbero individuato e la sua sorte sarebbe stata segnata. Aveva ancora addosso la divisa militare, non aveva trovato modo per disfarsene e non si fidava a bussare a nessuna casa. Erano giorni che vagava nei boschi, seguendo qualche piccolo tratto dell’antica Francigena, percorsa nei secoli dai pellegrini diretti a Roma. Era partito da Siena, aveva appreso la notizia in caserma, dove era scoppiato il caos e un fuggi, fuggi generale.
Nella notte avrebbe attraversato la valle del Sorbo, troppo aperta per farlo ora, con il lucore del sole che scendeva, piano, dietro l’orizzonte. Se tutto fosse stato calmo, avrebbe provato a bussare alla sua casa. Aveva mangiato more e prugne selvatiche, lì attorno ne era pieno, ma non sufficienti a placarne la fame. Si acquattò nel sottobosco e si strinse al petto la giacca sul corpo ossuto, poi, si addormentò. Sognò la Madonna del Santuario che gli sorrideva, sognò le scampagnate della Pasquetta formellese di martedì, con la famiglia, lì nella valle del Sorbo, la grande tovaglia a scacchi bianchi e rossi, gli stracci al sugo, preparati da sua madre. Al suo paese il periodo pasquale era più lungo, per via di quella diatriba millenaria con Campagnano, quando avevano perso il diritto di festeggiare il giorno dell’Angelo, proprio non potevano condividere l’evento.
Sognò lei, la ragazza dai riccioli rossi, dal viso sincero e serio, che era cresciuta senza madre, morta nell’ultimo parto, ancora giovane. Lei, che era dovuta crescere in fretta e furia, badando al padre e ai fratelli, quando ancora non arrivava neanche all’acquaio per lavare i piatti. Sognò di sposarla. Sognò i suoi cinque fratelli riuniti attorno alla tavola e sua madre che impastava il pane settimanale, le enormi pagnotte portate al forno del paese, il profumo che usciva dal comignolo. La fame lo svegliò, fu un miracolo, forse per quello la Madonna del Sorbo gli aveva sorriso. Lo sentiva il calpestio degli stivali che cercavano di non far rumore. Ma i rami si spezzavano sotto il peso del soldato tedesco. Fino a qualche giorno prima erano alleati che si guardavano in cagnesco, mal sopportandosi a vicenda, ma erano pur sempre dalla stessa parte, contro il nemico comune che voleva annientare l’impero.
Ora, per via di macchinazioni politiche, che a lui poco importavano, erano diventati nemici da combattere, e i nemici, alleati. Era proprio un mondo alla rovescia. Gli era toccato scappare come un topo braccato, con migliaia di altri sventurati soldati, ora allo sbando, che rubavano vestiti stesi ad asciugare, quando non ne trovavano in altro modo. Le divise erano un bersaglio su cui scaricare le mitragliette tedesche.
Il campanile di S. Lorenzo, in piazza, suonava la mezzanotte ma i rintocchi non arrivavarono nel bosco e lui cercava di rintracciare il tempo attraverso le ombre di luna.
Luna benevola nella semina dell’orto, gli aveva insegnato suo padre, ma ora maligna, perché lo metteva in pericolo, troppo piena, troppa luminosa, sembrava un faro che volesse indicare al crucco la sua presenza.
Tratteneva il fiato, fin quasi a farsi scoppiare i polmoni, non osava muovere un muscolo. Forse il soldato avrebbe proseguito nel bosco, qualcuno, però, lo aveva avvisato che lì, si nascondeva un traditore italiano.
Passò un cinghiale, e il soldato, voltandosi di scatto, sparò in direzione del rumore, nella tensione l’aveva scambiato per lui. Si udì il grufolare imbufalito della bestia, che non era stata colpita. La carica che ne seguì, il tedesco che correva fuggendo, mentre sparava all’impazzata senza vedere nulla. Accidenti, stavano venendo dalla sua parte e lui, se si fosse mosso, sarebbe morto.
Poi, la bestia, cambiò direzione scemando la sua carica infuriata, lontano.
Il crucco ansimava, piegato in due per la corsa, era a pochi passi. Lui cercò di aggirare il tronco della quercia dietro il quale si era nascosto. Fu in quel momento che l’altro lo vide; occhi negli occhi, sgranati e meravigliati di trovarselo davanti, quelli del tedesco. I suoi, bruni come la notte, fissi in quelle iridi chiare, trasparenti come l’acqua della cascata. Attendeva il colpo di grazia.
Erano faccia a faccia, l’altro, un ragazzino a cui a malapena era spuntata la barba. Alzò la mitraglietta, aveva trovato la sua preda. Lui mentre stava per perdere la vita, non pensò nulla, solo tremava dalla testa ai piedi, non avrebbe più rivisto la sua casa, a piazza Padella, ma almeno sarebbe morto sulla sua terra. L’avrebbero trovato lì, steso in un lago di sangue, con la divisa forata da decine di proiettili. Sua madre si sarebbe disperata al funerale, in una S. Lorenzo gelida per gli spifferi di un autunno incipiente, le sue sorelle l’avrebbero sorretta. La vedeva la scena, come dall’alto e pregò la Madonna che aveva sognato, affinché lo risparmiasse.
L’altro
mise il dito sul grilletto, lo guardò negli occhi e per un istante che a lui sembrò lunghissimo, lesse in quello sguardo lo stesso suo smarrimento, la paura di non essere più al sicuro in una terra straniera, lontano da casa, dove c’era un’altra madre in attesa. I due in silenzio attesero ancora. Poi, il tedesco abbassò l’arma, finse non averlo visto, non disse una parola e proseguì tra le felci del sottobosco seguendo il corso del ruscello.
La Madonna aveva sorriso di nuovo.

Il Sorbo ieri e oggi. Luogo di storia, spiritualità e tradizioni. Curiosando…

Racconto di Marco Barocco

Secondo premio sezione scuola del Concorso letterario “In viaggio sulla via Francigena

Era una giornata torrida e afosa al mare, quando il figlio chiese al padre di andarsi a rinfrescare mentre la mamma prendeva il sole.
Giocando nell’acqua il figlio domandò al padre:
-Papà tu cosa facevi quando stavi a Formello e faceva così caldo? Sapevi cosa fare?
-Sì certo anche noi da giovani come voi ci divertivamo. Andavo a casa degli amici e chiedevo se volessero venire al Sorbo per farci un bagno e per dormire lì.
Il figlio esterrefatto ripetè: -farsi il bagno?!?
-Ahahahah
Il padre si fece una grassa risata, perché, mentre oggi è ancora possibile dormire lì, farsi il bagno no, l’acqua rispetto al passato è molto più sporca.
-Partivamo dalla piazza la mattina.
Iniziò a raccontare:
-E da lì ci incamminavamo per il Sorbo con le tende e i fiammiferi per accendere il fuoco, con qualche panino per il pranzo e la carne per la cena.
Arrivati nella prima vallata, che era il nostro posto preferito per accamparci, posavamo tutto e, a qualche centinaia di metri ci facevamo il bagno vicino alla cascata. La cascata affaccia su un ponte molto antico dell’epoca dei romani che ancora oggi è percorribile.
Una volta ritornati all’accampamento pranzavamo con calma mentre cantavamo. Verso pomeriggio, dopo esserci riposati, facevamo un giro per i boschi, sia per fare una passeggiata sia per raccogliere la legna per la sera.
Arrivata la sera accendevamo il fuoco e cuocevamo la carne mentre qualcun altro montava le tende. Il giorno dopo sveglia molto presto per goderci l’alba.
Fatta colazione con quello che restava del giorno precedente facevamo una passeggiata verso il santuario o a vedere il vecchio mulino. Per pranzo ritornavamo a casa.
-Che bello!!!
Oggi invece ci andiamo solo a Pasquetta.
Però quando ci andiamo è sempre divertente perchè c’è la musica, bancarelle e poi non ti devi preoccupare per il pranzo visto che è la Pasquetta formellese, c’è la proloco che lo prepara o se volessi pranzo al sacco.
-Sai, figlio mio, anche noi andavamo al Sorbo per Pasquetta, solo che il pranzo era al sacco e il pomeriggio si svolgevano molte gare sportive tra cui una gara del tuo sport preferito il nuoto, sai?
-Papà, perché oggi non si fanno più?
-Non si svolgono più perché la Forestale, visto che ci sono delle persone incivili, ha proibito che continuassero a fare gare del genere perché il Sorbo si riempiva di gente che lasciava sporcizia ovunque.
Però quando si svolgevano era sempre una grande emozione anche perché a quelle di nuoto partecipava sempre tuo nonno.
-Veramente?!?
Quindi è lui che mi ha trasmesso questa passione!! disse il figlio con aria esterrefatta.
-Sai figliolo, a Pasquetta vicino alle cascate c’era un signore, Carlo De Angelis detto “Riccetto”, che aveva un chiosco…
-Ragazzi è ora di ritornare a casa si è fatto tardi – disse la mamma.
Il padre disse al figlio che avrebbe continuato a raccontargli la storia a casa.
Tornati a casa il padre continuò,
-Sai figliolo pure il santuario non era così, è stato restaurato, ecco com’era.
Il padre frugò nel baule dei ricordi, tra le foto prese quella del santuario.
La prima cosa di cui si accorse il figlio è l’assenza degli alberi nel piazzale del santuario.
Padre e figlio si fecero due promesse: da quel giorno in poi, ogni Pasquetta sarebbero andati al santuario e avrebbero fatto una foto, inoltre la storia sarebbe stata raccontata di generazione in generazione.

RICORDI

Racconto di Thomas Geenen, Giorgia Geminiani, Alessia Stircu

Primo premio sezione Scuola (scuola secondaria Barbara Rizzo) del Concorso letterario In viaggio sulla via Francigena

Un mago fuggito dalla sua cella magica, nella quale era stato rinchiuso con false accuse riguardo un omicidio, cominciò a vagare per i boschi della Valle del Sorbo lamentandosi per la terribile esperienza il cui ricordo lo tormentava. Ad un certo punto incontrò un cacatua che gli consigliò di parlare con il re della foresta, che lo avrebbe aiutato a togliersi i ricordi della prigione che tanto lo disturbavano. Per arrivarci però avrebbe dovuto costruire un ponte su un vecchio dirupo nella Valle del Sorbo.
Il mago provò inutilmente tutti gli incantesimi che conosceva, finché non decise di provare senza magia. Lì vicino trovò un’ascia brillante e tagliò un grande albero, che si trovava a pochi passi, e che cadendo formò un lungo ponte sul dirupo.
La parte del tronco ancorata al terreno si rivelò cava ed il mago non riuscì a resistere alla tentazione di saltarci dentro. Non poteva sapere che lì cominciava un lungo tunnel che porta in un misterioso mondo sotterraneo, chiamato “Il mondo di sotto”, abitato da tutti i personaggi delle fiabe, da Cenerentola alla Sirenetta, da Biancaneve a Pinocchio e tutti gli altri.
Il mondo è diviso in 5 regni:
– Formello, regno di cavalieri, re, saltimbanchi e saggi maghi;
– Oceano Nero, regno di sirene, mostri marini e navi pirata;
– Foresta del Sorbo, abitata da esseri magici e bizzarri, alberi parlanti e gnomi;
– Monte Aguzzo, terra di draghi e orchi misteriosi;
– Piana del Cremera, luogo di ritrovo di tutte le fate, i folletti e gli elfi di questo mondo.
Il mago atterrò nella Foresta del Sorbo, cominciò a guardarsi intorno in cerca di spiegazioni ma se ne pentì subito quando scoprì che molti esseri nascosti nei cespugli scappavano al suo sguardo, facendogli perdere l’occasione di chiedere dove si trovasse. Solo un giovane cervo rimase e non si voltò quando lui si avvicinò.
Quel cervo, di nome Bambi, aveva una dote: sapeva parlare! Il mago parlando tra sé e sé, si chiese dove fosse e grande fu la sua sorpresa quando il cervo gli rispose: “Sei nella Foresta del Sorbo, nel mondo delle Fate. Io mi chiamo Bambi, e tu chi sei? E cosa ci fai qui?” E il mago rispose: “Sono qui perché un pappagallo mi ha detto che per essere libero dal ricordo della prigionia che mi affligge dovrò parlare con il re del Sorbo, e mi è stato detto che si trova sull’altra sponda del dirupo davanti a cui mi trovavo. Vidi un grande albero che decisi di tagliare per costruire un ponte con cui avrei attraversato il dirupo, ma quando notai che il tronco dell’albero era cavo non seppi resistere alla curiosità di infilarmici ed ora sono qui!”
“Il cacatua di cui mi stai parlando ha un comportamento familiare … ma certo!” esclamò Bambi, che continuò: “Si tratta di Tranator, un Goblin mutaforma che ama andare nel mondo di sopra, a Formello, e ingannare le persone di passaggio”. Il mago capì che non esisteva nessun re del Sorbo, però adesso desiderava realmente togliersi il pensiero della prigione e si chiese se in quel bizzarro regno esistesse qualcuno o qualcosa capace di liberarlo.
Ancora una volta il cervo gli lesse nel pensiero e rispose: “Ma se vuoi comunque dimenticare, a Formello vive un mago, il mago Merlino, che è capace di far dimenticare ad ogni persona persino il proprio nome, anche a chi ha la memoria più forte del mondo. Ti posso accompagnare da lui!” concluse Bambi. Il mago, il cui nome è rimasto segreto troppo a lungo, ovvero Orlando, acconsentì ed insieme partirono.
Il viaggio, reso fin troppo movimentato da tre lupi, i quali raccontarono i loro incontri con Merlino, grazie al quale si erano tolti ciascuno un peccato (quale naturalmente non lo ricordavano!), proseguì fino ad un ponte bruscamente distrutto.
Bambi disse che l’ultima volta che era passato di lì risaliva all’incirca a due giorni prima, che il ponte era intatto e non capiva cosa l’aveva potuto distruggere.
Ciò non era d’aiuto, ma almeno passarono del tempo nell’attesa che arrivasse un’idea, che presto arrivò. Un altro ponte permetteva di arrivare alla Piana del Cremera, dalla quale sarebbero dovuti passare per arrivare a Formello.
Così Orlando e il cervo proseguirono lungo il burrone che separava i mondi e finalmente arrivarono, ma si presentò un altro problema: un orco faceva da guardia al ponte per permettere solamente agli elfi e alle fate che abitavano in quel luogo di passarci sopra.
“L’unica soluzione è travestirsi da fate o da elfi”, disse Bambi, e quando il mago confermò, cominciarono a pensare a un possibile travestimento: subito a entrambi venne in mente la stessa geniale idea. Ma era chiaro che Bambi non poteva certam travestirsi. Così aiutò soltanto il mago a sistemarsi le foglie che si stava mettendo addosso. Essendo l’orco, come tutti quelli della sua specie, non molto intelligente non vede differenza tra un mago travestito da elfo e un elfo vero, così fece entrare il mago “elfo” a cavallo del cervo.
La piana del Cremera era immensa e popolata da miliardi di fate e di elfi di ogni età e di ogni colore: c’era chi veniva dal mare ed era coperto di sabbia e di conchiglie; chi veniva dalla foresta e aveva foglie ovunque e qualche rametto in testa. Tutti non erano più grandi di una zucchina e avevano occhietti verdi o blu grandi quasi quanto tutto il viso.
Ai nostri eroi si avvicinò un gruppetto di Elfi neri che cominciavano a fare domande facendo perdere tempo sia al mago sia al cervo, che aveva un brutto presentimento, ma se avesse parlato all’orecchio del mago per comunicargli i suoi sospetti si sarebbe fatto notare e probabilmente quegli Elfi non li avrebbero più lasciati andare. Erano infatti i Pulfhness, malefici Elfi che avevano come unico scopo nella vita quello di dare fastidio a tutti i passanti, specie se si trattava di qualcuno che aveva a che fare con Merlino. L’unica cosa che odiavano nella loro vita erano i litigi. Infatti tutto ciò che facevano era solo per divertimento: per cacciarli via il cervo e il mago avrebbero potuto litigare ma questo il mago non lo sapeva; l’unica cosa possibile in quel momento era aspettare che i Pulfhness si stancassero e se ne andassero via, lasciando in pace il mago e il cervo, ma ci avrebbero sicuramente messo ore e così al cervo venne in mente la meravigliosa idea di fingere di impazzire per spaventare i Pulfhness e farli andare via.
Così il cervo cominciòa girare su se stesso e a bramire con estrema violenza.
A quel punto i Pulfhness cominciarono a strillare impauriti e scapparono a gambe levate.
Quel regno fortunatamente era popolato anche da fate che aiutavano i passanti, tra cui Ninfadora, che aveva il magico potere di teletrasportare in pochi secondi ogni passante.
Dato che aveva osservato tutta la scena, andò a chiedere al mago e al cervo se avessero bisogno d’aiuto e loro la implorarono di portarli all’ingresso di Formello, e in fretta, poiché avevano perso molto tempo con i Pulfhness.
Lei allora disse che poteva aiutarli, ma solo uno alla volta.
Orlando disse a Bambi di partire per primo e così Ninfadora posò una mano sul dorso del cervo e cominciarono a volare a una velocità incredibile verso il ponte che separava Formello dalla piana del Cremera. Poi tornò e fece lo stesso con il mago che la ringraziò immensamente e insieme a Bambi riprese il cammino verso la torre del Mago Merlino.
Passarono sotto il castello del re, dove milioni di abitanti attendevano l’udienza per parlare dei propri problemi, e infine arrivarono alla torre del Mago Merlino. Cominciarono a salire piano dopo piano fino ad arrivare al cinquantesimo, dove abitava il magico vecchietto. Bussarono al portone, su cui era inciso a caratteri d’oro una scritta: “Posso farvi dimenticare il vostro nome, entrate se ne avete il coraggio”, e più sotto, un po’ più piccolo: “sto scherzando, siete i benvenuti!”. Firmato: Mago Merlino.
I nostri eroi entrarono e tra miliardi di scaffali pieni di pozioni colorate e un fitto fumo puzzolente, riuscirono a trovare un vecchio uomo magrolino e vestito con una larga tunica blu. Aveva una barba lunga fino ai piedi, bianca e morbida come il pelo di un cagnolino appena lavato. Era intento a canticchiare mentre spolverava un vecchio librone con le pagine ingiallite e strappate.
Probabilmente non riceveva ospiti da tempo, per la fatica di raggiungere quel posto, come dimostrava la polvere davanti alla porta.
Il cervo cercò di chiamarlo e tentò svariate volte finché fu costretto a urlare; solo allora il mago Merlino si voltò ed esclamò con il volto quasi illuminato: “OSPITI!”.
Orlando sentì quasi l’animo più leggero per aver fatto così felice un povero vecchietto solo: “Cosa siete venuti a fare qui?” domandò con aria perplessa Merlino. Bambi rispose che il suo compagno voleva dimenticare il brutto ricordo della prigione dalla quale era fuggito.
Il mago, a cui da secoli non veniva chiesto un servizio di tale importanza, sorrise di nuovo, poi cominciò a cercare un po’ per terra, un po’ sulla libreria, vicino alla porta, il libro con gli incantesimi, finché ricordò di averlo pulito pochi secondi prima e cominciò a sfogliarlo freneticamente, fino a una pagina sulla quale erano scritte delle formule in antichi caratteri.
Merlino cominciò a leggere: ”KALENDA MAJIA MAKAIA GASDERTAK!” E subito un vapore bluastro uscì dalla sua bocca, offuscando gli occhi di Orlando che si sentì sollevare, poi gli venne un forte mal di testa e cadde a terra.
Quando il mago si svegliò, vide Merlino esultare per la riuscita del suo incantesimo.
Ricordava che si trovava lì per dimenticare qualcosa e a quanto pare aveva funzionato perfettamente: qualunque cosa quell’uomo gli avesse fatto, poiché non ricordava più quello che voleva dimenticare, aveva funzionato. Salutarono cordialmente il mago e si rimisero in viaggio. Attraversarono tutto Formello fino ad arrivare al ponte che lo separava dalla foresta del Sorbo.
Si erano infatti procurati una pozione “rigenerante“, che con poche gocce ricostruì il ponte, e così Orlando e Bambi poterono passare.
Arrivarono fino al punto in cui il mago era sbucato dal tronco cavo, ma poi arrivò la domanda: come risalire?
Di certo chiederlo a Merlino sarebbe stato utile, ma ora non potevano tornare indietro.
Così Bambi disse di conoscere una strega capace di tutto: i nostri eroi si avviarono verso la sua capanna, presto ci arrivarono e bussarono.
Aprìuna vecchietta piena di rughe, con un largo sorriso sdentato stampato in faccia.
Il cervo espresse chiaramente il loro problema e la strega disse che era tra le cose più facili che aveva mai fatto, ma aveva bisogno che il mago si concentrasse sul mondo di sopra e sul motivo per cui ci voleva tornare.
Il mago allora si sedette a gambe incrociate sul prato e cominciò a pensare, a concentrarsi più che poteva, sentiva i saluti di Bambi, e le incitazioni della strega a concentrarsi di più.
Poi la strega cominciò a cantare in lingue sconosciute e, per la seconda volta in questa avventura, il mago si sentì sollevare, e poi avvolto da buio e silenzio: si trovava in una foresta.
Ce l’aveva fatta! Era a casa, libero!
Corse dal Cacatua, e lo derise e lo prese in giro, facendolo vergognare così tanto da farlo scappare. E dopo aver vagato a lungo senza trovare nessuno disposto a ospitarlo, quell’ucellaccio andò a morire in fondo al bosco.

IL CAMMINO DI DOLORES

Racconto di Monica Serra e Michele Damiani

Primo premio sezione pubblica del Concorso letterario “In viaggio sulla via Francigena”

Le mattine di maggio erano quelle che Laura e Marco preferivano. Le vie intorno al casale in cui vivevano, su via di Grottefranca, si vestivano di primavera, e in quella stagione era una gioia passeggiare tra ginestre e papaveri in fiore. Scendendo da Mont’ecco, incrociarono un gruppo di pellegrini. Se ne vedevano molti, in giro, a percorrere la Via Francigena in direzione di Roma, provenienti da ogni parte del mondo.
– Secondo te, da dove vengono? – chiese Marco. Non aveva mai avuto particolare interesse per le lingue e non riusciva a decifrare lo strano chiacchiericcio pieno di “r” che riempiva la via.
Laura tese l’orecchio, una ruga di concentrazione si disegnò sulla sua fronte e dopo un po’ sparì.
– Spagnoli! – esclamò e corse via, superando il gruppetto che si sbracciò in risposta al suo saluto. Preso alla sprovvista, Marco la inseguì fino all’arco che sovrastava l’ingresso del borgo. Era veloce, sua sorella, la ragazzina più veloce che conoscesse! La raggiunse con il fiato corto davanti al Palazzo Chigi.
– Dai, lentone, altrimenti la biblioteca chiude!
La scuola era quasi finita, ma la prof di italiano non sembrava essersene ancora accorta e, come ogni sabato, i due gemelli avevano un libro da iniziare a leggere per il mercoledì successivo.
Anche il gruppo di pellegrini era arrivato davanti al Palazzo.
– Hola! – Una ragazza dal naso lentigginoso e i lunghi capelli rossi raccolti in una coda di cavallo si avvicinò ai due fratelli. – ¿Puedes decirme donde està el albergue? – Ci pensò su un istante, poi specificò. – Maripara.
– Cercano l’ostello! – esclamò Marco, entusiasta di aver capito. Gesticolando, indicò alla straniera il portone del palazzo e le finestre del secondo piano. Lei parve comprendere.
 – Gracias! – disse, poi fece segno ai compagni di seguirla e salì le scale. Il gruppetto scomparve oltre la grande porta di legno, lasciandosi dietro il suono di esclamazioni sorprese alla vista del bellissimo cortile.
Anche i gemelli varcarono la soglia ed entrarono in biblioteca.
– Prenderò un libro sulla Francigena – disse Marco.

– Hai ragione, sarebbe stato bello avere qualche storia su Formello da raccontare a quei pellegrini.
Dietro al bancone c’era un signore di una certa età che non avevano mai visto. Alzò gli occhi dal libro che stava leggendo e li guardò attentamente.
– È sulla Francigena, quello? – chiese Laura affacciandosi oltre il mobile e sbirciando le pagine ingiallite. – Sembra molto vecchio.
Il bibliotecario si sistemò gli occhiali che erano scivolati giù per il naso e la fissò con occhi simili a punte di spillo.
– Oh, sì. Ma non è questo, il libro che cercate. Certo, parla della Francigena e della sua storia. Ma non credo che siate pronti per lui.
Laura non riusciva a leggere i caratteri sbiaditi, ma restò male per il tono usato dal bibliotecario. Cosa credeva, che fossero due ragazzini stupidi? Che ne sapeva, lui, della professoressa Pinzi che aveva insegnato loro a leggere ogni cosa, fosse pure il più bislacco saggio storico?
– Beh, può tenerselo. Non pare così interessante – replicò. Prese Marco per la manica e lo trascinò nella sala contigua, piena di scaffali traboccanti di libri.
– Sei una rompiscatole – la rimproverò il fratello, ma lei si strinse nelle spalle.
– È lui che ha cominciato. Cerchiamo il nostro libro, qui ce ne sono mille meglio di quello che stava leggendo quel tipo.
Laura si diresse allo scaffale sulla Francigena, mentre Marco scorreva i titoli dei libri per ragazzi. Ancora non avevano deciso quale testo scegliere, quando il nuovo bibliotecario si affacciò alla porta.
– Ragazzi, devo uscire a fare una piccola commissione. Posso lasciarvi da soli per qualche minuto?
– Ma certo! – rispose Marco, eccitato all’idea di diventare il custode di tutti quei volumi, anche solo per pochi minuti. L’uomo alzò il pollice e uscì. Laura andò dietro al bancone. Il vecchio libro era ancora lì, aperto su una pagina illustrata. Il disegno ritraeva una giovane in abiti antichi, in cammino lungo un sentiero che si perdeva tra i campi.
– Che fai? – Marco si guardò attorno, nervoso, quando Laura chiuse il libro e se lo mise sotto il braccio.
– Ho scelto il libro da leggere per mercoledì – rispose lei. Dalla vetrata che dava sul cortile vide il bibliotecario che stava tornando. – Andiamo!
Corsero fuori dalla biblioteca, col cuore in gola, e quando incrociarono l’uomo questi, anziché arrabbiarsi alla vista del libro, sorrise e li lasciò andare.
Uscirono dal borgo, senza accorgersi che le solide mura di pietra tremolavano come fossero immagini riflesse nell’acqua. Qualcosa di strano stava accadendo al paesaggio, era come se il tempo si stesse riavvolgendo e le cose tornassero a essere com’erano dieci… cento… cinquecento anni prima!
I gemelli correvano verso casa e quando furono a Grottefranca, a malapena riconobbero la via. Non c’era più l’asfalto, ma solo prati e una via sterrata sulla quale avanzava un carretto trainato da un asino.
– Che cavolo è successo? – chiese Marco, fermandosi nel punto in cui avrebbe dovuto esserci il cancello della vecchia casa in cui abitavano. Laura si bloccò accanto a lui, perplessa, tenendo il libro ben stretto.
– Non lo so…
– Guarda! – esclamò suo fratello, indicando un casale che si ergeva tra l’erba punteggiata di papaveri. Sembrava casa loro, in verità, ma la costruzione non era ancora completa.
Laura corrugò la fronte, come per catturare un ricordo. Aprì il libro alla pagina illustrata che il bibliotecario aveva lasciato bene in vista e la mostrò a Marco. Sullo sfondo del sentiero su cui la ragazza camminava poggiandosi a un bastone c’era una casa… Quella casa!
I gemelli si guardarono, più sorpresi che spaventati, mentre il cielo sopra di loro si copriva di nuvole.
– Troviamo un riparo – disse Marco – e cerchiamo di capire cosa sta succedendo.
– D’accordo. Credo che quella grotta possa andar bene.
Corsero verso il riparo roccioso che si trovava a lato della strada e si accucciarono in fondo.
Le prime gocce di pioggia vennero giù con un suono ritmico, nel silenzio della campagna.
Laura aprì il libro alla pagina che tanto l’aveva colpita e iniziò a leggere.
– Il cammino di Dolores.
– Somiglia a quella che cercava l’ostello, non ti pare? – domandò Marco, puntando l’indice sui capelli rossi della ragazza ritratta nel disegno.
Laura lo zittì.
– Fammi leggere. E comunque, sì, è vero, le somiglia. – Con la voce impostata (faceva scuola di teatro ed era anche piuttosto brava), iniziò a leggere. – Dolores de Vega aveva percorso mezza Europa per recarsi a Roma. Camminava da mesi e aveva quasi raggiunto la sua meta, quando si trovò a passare per Formello.
I due ragazzi erano talmente presi dalla lettura che non si accorsero che, per ogni parola pronunciata, un oggetto d’altri tempi compariva nella grotta. In breve, il rifugio improvvisato si trasformò in un magazzino pieno di attrezzi per il lavoro nei campi.
– Mancava poca strada per arrivare all’Urbe e il gruppo di pellegrini con cui Dolores viaggiava era in preda all’euforia. Mentre passavano per Grottefranca, però, furono aggrediti dagli sgherri di Cretonis, il signorotto locale.
Delle grida provenienti dall’esterno della grotta costrinsero i gemelli ad alzare gli occhi dalla pagina. Quale stupore nel notare che l’ambiente intorno a loro era totalmente diverso dalla vuota spelonca in cui avevano cercato riparo dalla pioggia! Marco si alzò e si avvicinò alle botti che si erano materializzate accanto alla parete. Annusò l’aria.
– È odore di vino, come quello che fa il nonno…
Un nuovo grido ruppe il silenzio. Laura posò il libro in terra e raggiunse il fratello all’imboccatura della spelonca. Lo spettacolo che si presentò loro fu terribile. Alcuni pellegrini cercavano di difendersi con i bordoni dall’assalto di un gruppo di uomini armati di spade. Il temporale aveva sciolto la via in una melma molle e appiccicosa e tutti erano ricoperti di fango. In mezzo agli assaliti, i gemelli riconobbero la ragazza del libro. Marco afferrò un forcone poggiato alla parete, intenzionato a gettarsi in difesa della pellegrina, ma l’oggetto svanì fra le sue dita.
Lo scontro fu breve. In pochi minuti i viandanti furono disarmati e ridotti in ceppi. Uno dei ceffi dall’aria feroce, armato fino ai denti e accompagnato da un enorme mastino, si avvicinò alla grotta. Prima di comprendere cosa stesse accadendo, Laura e Marco si ritrovarono prigionieri in una cella buia e maleodorante, dietro a una robusta grata. Al posto dei tini c’erano un paio di secchi luridi, gli attrezzi contadini erano spariti e dalle pareti penzolavano catene di ferro. Dovevano esserci altre celle, poiché nelle vicinanze si udivano lamenti sommessi. Una voce, in particolare, si distingueva dalle altre. Vibrava di paura e coraggio al tempo stesso.
– Ave, Maria, grátia plena, Dóminus tecum. Benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui, Iesus.
I gemelli riconobbero la preghiera, l’avevano imparata in latino durante gli incontri di catechismo dell’anno precedente. Vincendo lo spavento, si presero per mano e si unirono all’invocazione.
– Sancta María, Mater Dei, ora pro nobis peccatóribus, nunc et in hora mortis nostrae.
A poco a poco, gli scrosci del temporale si smorzarono in un picchiettio leggero e i tuoni, che fino a quel momento avevano scosso le pareti della grotta, cessarono.
Una luminosità improvvisa, calda e intensa, si diffuse nella cella. Una figura alta, vestita di un semplice abito bianco, passò lentamente davanti alla grata di ferro, silenziosa, leggera, come se camminasse su una nuvola. Capelli d’oro fluttuavano intorno al viso d’alabastro e un sorriso gentile avvolse i ragazzi. La creatura – era un uomo? Una donna? I suoi lineamenti erano così perfetti che non avrebbero saputo dirlo – passò oltre e si fermò qualche cella più in là. La sua voce pacata arrivò come una carezza e sembrò purificare la spelonca. Le pareti sembravano meno laide, adesso, e la sporcizia si ritirava nell’ombra degli angoli mentre le parole dell’essere illuminavano l’ambiente.
– Dolores – disse e la ragazza smise di pregare. Ci fu un rumore di catene spezzate, di sbarre divelte, poi uno scalpiccio davanti alla cella. I pellegrini spagnoli si dispersero nel cunicolo da cui il tipo vestito di luce era venuto. I ferri che sbarravano la grotta in cui Laura e Marco erano rinchiusi svanirono nell’istante in cui la creatura passò, portando in braccio Dolores.
Pareva svenuta, e i suoi capelli ondeggiavano come fiamme sull’abito luminoso. L’alta figura guardò i gemelli con occhi antichi come il mondo e s’incamminò nel corridoio. Sempre tenendosi per mano, Laura e Marco lo seguirono; la sua veste sembrava intessuta di raggi di sole e spargeva luce per tutte le gallerie che attraversavano.
Un abbaiare feroce accompagnato da imprecazioni tremende proveniva dal buio che si lasciavano alle spalle, ma furono all’esterno prima che le canaglie li raggiungessero. I gemelli corsero verso un gruppo di querce e si accucciarono al riparo dei tronchi robusti, a osservare la scena con il cuore che batteva al pari di un tamburo impazzito.
Aveva ripreso a piovere e si trovavano all’esterno di un tetro castello che non avevano mai visto prima. La notte sembrava voler scivolare nel violetto dell’alba senza riuscirci e l’unica luce era quella emanata dal vestito bianco dell’essere misterioso. Lo videro deporre delicatamente Dolores, che restò nell’erba, priva di sensi, e fronteggiare l’uomo che uscì dal maniero agitando un enorme spadone, vestito con un’armatura da nobile e circondato da un branco di mastini inferociti.
Sotto gli occhi stupefatti dei gemelli, la creatura dispiegò un paio d’ali più lucenti del sole, illuminando a giorno ogni cosa. L’angelo – perché, sembra assurdo, ma quello era proprio un angelo – alzò un braccio verso il cielo, che iniziava a scolorare in un timido azzurro, e pronunciò tre parole, semplici, ma incomprensibili a orecchio umano. Poi puntò il dito in direzione del signorotto. Un fulmine più bianco del latte saettò nell’albore indistinto e si schiantò sul petto dell’uomo, spingendolo indietro con una forza inaudita. L’armatura si accartocciò contro le mura della rocca; le pietre tremarono e si staccarono le une dalle altre, crollando con un fracasso tremendo a seppellire il corpo del castellano.
Dal terreno spuntarono rami sottili che si fecero sempre più spessi e robusti, mentre strisciavano fra i ruderi e s’avvinghiavano ai resti del maniero ricoprendolo di una fitta coltre di foglie.
L’angelo scomparve nei raggi del sole nascente e Dolores si tirò su. Per un attimo, i suoi capelli arsero come fuoco nella luce del mattino, poi la ragazza si volse in direzione dei gemelli, alzò una mano in segno di saluto e svanì nel primo soffio di brezza.
Laura e Marco si guardarono, incapaci di parlare. Le cose intorno a loro, a mano a mano che il sole illuminava la via, assumevano contorni sempre più definiti e familiari. Il casale del nonno si stagliava solido in mezzo a un tripudio di papaveri e ginestre; in fondo alla strada, disceso Mont’ecco, il borgo mutava rapidamente aspetto: una torre, poi tre, due…
– Forse è meglio restituire il libro – osò Marco. Laura non trovò nulla da opporre. Si avviarono verso il paese, proprio mentre una nuova torre s’innalzava oltre le mura, una bizzarra costruzione moderna che contrastava con l’antico palazzo eppure s’integrava perfettamente in esso. Varcarono il portone, furono nel cortile e incrociarono il gruppo di pellegrini spagnoli che uscivano dall’ostello. Chiacchieravano e ridevano, con quell’allegro arrotare le parole caratteristico della loro lingua. La ragazza con le lentiggini li salutò, poi uno dei suoi compagni di viaggio la chiamò.
– Dolores, vamos a ir!
A sentire quel nome, Laura e Marco sgranarono gli occhi e guardarono i viandanti allontanarsi verso piazza San Lorenzo.
Il bibliotecario si avvicinò e tolse con delicatezza il libro dalle mani di Laura. Lo sfogliò, poi rivolse uno sguardo complice ai gemelli.
– Ah, la magia dei libri! – Aprì alla pagina del sommario e passò il dito sui titoli in grassetto. Il suo sorriso prometteva misteri e avventure. – Allora, ragazzi, quale storia volete rivivere oggi?

DIRITTI UMANI E VIA FRANCIGENA: UN ABBINAMENTO FERTILE

Non ci poteva essere abbinamento migliore tra due iniziative. Nell’estate formellese, la sera del 2 luglio, il percorso multimediale attraverso le voci di grandi scrittori e la premiazione del concorso letterario “In viaggio sulla via Francigena” si sono combinati come meglio non si poteva.
Nel cortile di palazzo Chigi, per tutta l’ora e mezza dell’evento, si è respirata attenzione: un ascolto vero delle parole profonde e intense dei Premi Nobel Nadine Gordimer, Toni Morrison ,   Gao Xing Jian, e poi ancora di Ryszard Kapuscinski, Eduardo Galeano e le Madres di Plaza de Mayo . Voci provenienti da quattro continenti andavano a comporre un quadro dei diritti universali che ci appartengono, ma di cui non sempre e non tutti siamo coscienti. Al centro il tema della fratellanza, ben richiamata nell’articolo uno della Dichiarazione universale dei diritti proclamata dall’ONU settant’anni fa, con le ferite fresche e i lutti lasciati in ogni Paese dalla seconda guerra mondiale. E altrettanto centrale era il tema della nostra relazione con l’Altro, con cui condividiamo sempre e in ogni caso l’umanità.


La combinazione tra i due eventi, voluta dall’Assessore alla cultura Federico Palla con il contributo del suo prezioso staff, ha permesso da un lato di mettere in relazione i grandi scrittori di altri Paesi e gli scrittori in erba (e non solo) di Formello; dall’altro di collegare i temi dei diritti e quelli apparentemente distanti della via Francigena: entrambi invece si fondano sull’incontro e l’ascolto dell’Altro, come si ricava dalla stessa lettura degli scritti che hanno partecipato al concorso (quelli premiati troveranno presto spazio in questo sito).
La serata, cui ha partecipato, con un suo intervento il sindaco Gian Filippo Santi, è stata anche l’occasione per presentare, nel modo più concreto e attivo possibile, La città di Isaura. Un buon avvio, per un’Associazione appena nata, con un primo contatto con la scuola. Se son rose fioriranno, nella prossima stagione.

(foto di Francesca Minerva)

DOPPIO APPUNTAMENTO LUNEDI’ IN BIBLIOTECA A FORMELLO: DIRITTI UMANI E CONCORSO SULLA VIA FRANCIGENA

Secondo appuntamento a Formello per la nostra Associazione. Lunedì 2 luglio, alle 18, nella Biblioteca comunale, proponiamo, nell’ambito dell’Estate formellese, un breve percorso multimediale che collega il 70mo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo dell’ONU e la letteratura. Si potranno ascoltare, in brevi sintesi dai video delle Teche Rai, le voci di sei scrittori di tutto il mondo: tre premi Nobel, la sudafricana Nadine Gordimer, la statunitense Toni Morrison e il cinese in esilio Gao Xing Jian, oltre al grande reporter polacco Ryszard Kapuscinski, tra i maggiori conoscitori del continente africano, Eduardo Galeano, uruguaiano, tra i maggiori autori latinoamericani e una delle Madres di Plaza de Mayo, italo-argentina. Sarà un’occasione per conoscere le voci e il pensiero di scrittori e personaggi poco noti al grande pubblico, ma che sono di grandissima utilità per comprendere il nostro tempo. Da tutti loro ci sarà da apprendere qualcosa intorno ai diritti universali sanciti dalla Dichiarazione dell’ONU del 1948. (In corrispondenza di ogni nome sottolineato si può accedere ai corrispondenti post del nostro sito e ai video delle Teche Rai, con allegati i testi delle interviste.)

L’incontro, per una interessante e originale scelta dell’Assessorato alla Cultura e alle Tradizioni, si svolge insieme alla premiazione del Concorso letterario “In viaggio sulla via Francigena”, in un’unione ideale in cui chi comincia a cimentarsi con la scrittura potrà ascoltare chi alla scrittura ha dedicato la vita.

 

LA CITTA’ DI ISAURA SI PRESENTA AI CITTADINI DI FORMELLO

Tre appuntamenti, per la nostra associazione, nell’ambito dell’Estate formellese, in programma dal 21 giugno al 7 agosto. Tre occasioni, le prime nella cittadina che è nostra sede, per presentare, in luoghi diversi, con tre temi e tre eventi differenti tra loro, la nostra associazione, il suo progetto, quest’idea della gioia della lettura che ci auguriamo di poter trasmettere e condividere nel modo migliore.
Si comincia al CSA delle Rughe, giovedì 28 giugno alle 18,30, con la presentazione del libro di Antonio Cianciullo Ecologia del desiderio. Curare il pianeta senza rinunce, edito da Aboca edizioni. La presentazione sarà a cura di Luciano Minerva e Alvaro Vatri, che al CSA, con Le arti del lunedì (raccontare, leggere, ascoltare, mettersi nei panni dell’altro) ripresero la loro collaborazione alcuni anni dopo quella già ben sperimentata nella Rai.
Il secondo appuntamento è previsto presso la Biblioteca comunale a Palazzo Chigi, lunedì 2 luglio alle 18, con il titolo “I diritti dell’uomo nella letteratura”, Percorsi multimediali sui diritti universali dell’uomo, nel 70mo anniversario della Dichiarazione ONU. Grazie ai video delle Teche Rai si potranno ascoltare le parole di Premi Nobel e altri grandi scrittori sul tema dei diritti universali dell’uomo. Nel corso della manifestazione si svolgerà anche la Premiazione del Concorso Letterario “In viaggio sulla via Francigena edizione 2018”: grandi autori e scrittori in erba idealmente uniti dal piacere di scrivere e di leggere.
Il terzo appuntamento, alle 19 di mercoledì 4 luglio, sarà presso quella che La città di Isaura ha scelto come sede del proprio “Consolato di Formello”, grazie alla disponibilità di una dei soci fondatori, Olivia Quattrocchi: Te-Natura, in via Roma 16. In concomitanza con i campionati del mondo di calcio Luciano Minerva presenterà il suo romanzo pubblicato per Robin nel 2013, Una vita non basta. Memorie da una metamorfosi che ha al centro la strana e misteriosa figura di Paul, il polpo che divenne universalmente famoso per la capacità di indovinare i risultati (otto su otto) delle partite dei mondiali 2010. Titolo dell’evento “Il polpo Paul, mito dei mondiali 2010, era un ragazzo“.

Nella foto: la facciata di Palazzo Chigi a Formello