Sincerità. Estratti dal libro di Andrea Tagliapietra

Andrea Tagliapietra, Sincerità, Raffaello Cortina editore, 2012

Dopo i libri Rispetto di Richard Sennett, Solidarietà. Un’utopia necessaria di Stefano Rodotà, Onestà di Francesca Rigotti, proseguiamo nella pubblicazione di  estratti da libri dedicati ai valori.

Avvertenza: La scelta di questi brani non può né vuole essere esaustiva. E’ uno dei tanti possibili percorsi attraverso un libro, che permettono, a chi non l’ha ancora letto, di conoscerne alcune parti, di provarne piccoli “assaggi”, che trasmettano il sapore del linguaggio, del ritmo, del pensiero dell’autore.

Se un viaggiatore celeste raggiungesse la medesima postazione sugli anelli di Saturno da cui Micromegas e il suo saturniano compagno nella famosa novella di Voltaire, partirono in direzione della terra e, disponendo di un potentissimo microfono direzionale, fosse in grado di intercettare tutte le conversazioni umane, quante volte ascolterebbe in quell’ininterrotto crepitio di voci planetarie dichiarazioni di sincerità, inviti alla franchezza e alla veracità, appelli accorati all’essere sinceri e all’essere se stessi nelle parole e negli atti o ingiunzione perentoria a non mentire, a dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità?
La sincerità è pretesa dagli amanti, giurata nei Tribunali, temuta dai traditori, blandita dagli adulatori, fuggita dai bugiardi e dagli impostori, ma parimenti evocata dell’intreccio vivente delle azioni e delle conversazioni, sia per ingannare meglio e più a fondo, che per testimoniare se necessario anche contro tutto e tutti la dignità del vero e di chi eroicamente le si affida.
Agostino, in un bel passo delle Confessioni, si chiede come mai la verità generi odio (veritas parit odium). La risposta che il santo suggerisce è che ciò accade perché gli uomini chiamano verità qualsiasi oggetto del loro amore e, giacché nessuno ama essere ingannato, non desiderano essere distolti dal loro errore. Insomma, vogliono usare la verità, ma non vogliono subirla ed esserne usati. Di conseguenza essi amano la verità quando si “svela” […] – e, noi possiamo aggiungere, quando essa ci aiuta a smascherare o a mettere a nudo gli altri – ma la odiano quando li rivela […], ossia quando ci espone, senza difese, allo sguardo degli altri.

Gli equivoci della sincerità

Come il dono anche la sincerità può essere avvelenata: Ti dirò tutta la verità senza nasconderti nulla è, spesso, nell’infinito gioco delle conversazioni umane, la frase che introduce discorsi pronunciati per ferire o vendicarsi, per far soffrire o umiliare.
[C’è] un secondo equivoco della sincerità, quello che ne mette in dubbio lo stesso ruolo di virtù o, comunque, in senso più generale, di qualità positiva. Da questo punto di vista la sincerità è perlomeno una virtù ambigua, perché la verità, al servizio della quale si sostiene essa sia, non pare accordarsi con l’amore, con il bene, con la giustizia, con il rispetto per gli altri e con il valore stesso della vita.
Il terzo equivoco della sincerità si sviluppa intorno alla presunta equivalenza tra l’essere sincero e il dire il vero. Infatti, se esser sinceri non significa dire la verità, ma soltanto ciò che si è certi esseri vero – ossia che soggettivamente si crede vero-, parimenti si può dire la verità, cioè non solo ciò di cui si è certi, ma anche ciò che risulta oggettivamente tale, senza per questo esser sinceri, anzi cercando di danneggiare o di ingannare il proprio interlocutore. E’ ciò che si potrebbe chiamare sincerità diabolica. […] “La schiettezza – notava Giacomo Leopardi – può giovare, quando è usata ad arte, o quando, per la sua rarità, non le è data fede.”
Nell’esser sincero, a differenza del dire il vero, non descriviamo un’azione, ma esprimiamo una qualità dell’agente. La sincerità è innanzitutto un modo di essere. […] La sincerità non definisce il nostro rapporto con la verità e le verità dei fatti da comunicare intenzionalmente agli altri se non attraverso la qualità della relazione integrale che intratteniamo con noi stessi.
Oggi l’idea di sincerità che traspare negli usi linguistici contemporanei, più che la relazione con una verità data che si dovrebbe testimoniare con i detti e con i fatti, sottolinea l’autorispecchiamento del soggetto nelle azioni e nelle parole, ossia la piena coincidenza dell’individuo con se stesso. […] Sincero è colui che nell’agire, nel parlare e in azioni analoghe esprime con assoluta verità ciò che sente, ciò che pensa, e, dunque, ciò che è.
La sincerità è il paziente lavorio di raggiungersi, di eguagliarsi, di immedesimarsi, ossia di entrare in possesso di se medesimi e di realizzare quella dignità, quel rispetto e quel sentimento di sé che, una volta acquisiti, non ci fanno più cercare la difesa della maschera, ma anzi ci rendono fieri di ciò che siamo. Qui incontriamo il quarto equivoco della sincerità, quello che la vede progressivamente diluirsi e infine identificarsi nella nozione di autenticità. Se la sincerità è il divenire ciò che si è, ovvero il continuo adeguamento dell’individuo con se stesso, l’esercizio di verità del sincero si manifesta soprattutto sul piano dell’interiorità. […] L’autenticità suggerisce un’esperienza morale più ardua e a tratti persino sfuggente rispetto alla sincerità, una concezione più esigente di sé e di ciò che significa essere fedele a se stesso.

La virtù crudele

Nel mondo della vita l’esperienza della sincerità – della propria come di quella altrui – mette alla prova. Si ha sincerità quando l’atto di veridizione prevede il pieno coinvolgimento drammatico di se stessi e del proprio rapporto con gli altri. E’ un aspetto […] che si può definire virtù crudele.
Una delle etimologie immaginarie più di frequente evocate a proposito del termine latino sinceritas è quella del miele, che quando è privo di impurità, è detto sine cera, “senza cera”, da cui l’aggettivo sincerus, ossia non alterato.
Secondo un’altra etimologia, scientificamente più accreditata, il termine latino sincerus, ossia “schietto”, “sano”, “puro”, deriverebbe dalla combinazione del prefisso sin– (dalla radice *sem-, che significa unico), con il suffisso –cerus derivato dal verbo crescere. Sincerus allora sarebbe propriamente ciò che è di una sola origine, quindi semplice ossia non composto, non artefatto né alterato o adulterato.
Solo se la veridicità è una virtù crudele, ossia se comporta, per colui che dice la verità, uno svantaggio e, di riflesso, la piena responsabilità (e imputabilità) delle parole che si sono proferite, essa può costituire un momento incoativo di sincerità. La franchezza diventa sincerità se colui che dice la verità ha tutto da perdere e nulla da guadagnare da ciò che dice. [L’aggettivo franco significa libero]. Dire la propria opinione con libertà significa non avere paura; esprimerla con franchezza vuol dire “non ascoltare nient’altro che il proprio cuore” significa comportarsi apertamente e nobilmente.

Il dilemma della sincerità: bisogna sempre dire la verità?

Una buona parte delle questioni morali che irrompono dal mondo della vita e dei casi di etica applicata che hanno per oggetto la sincerità si possono ricondurre al dilemma se si debba dire sempre il vero o se vi siano delle circostanze in cui il dovere della veridicità possa o finanche debba essere sospeso. […] Nella storia della filosofia due autori si sono distinti per la particolare intransigenza con cui hanno inteso prescrivere la sincerità senza eccezioni. Si tratta di Agostino e di Kant.
Per Agostino la menzogna di colui che non è sincero non si riduce solo a un problema ermeneutico, logico ed etico. Il mentire è la radice stessa del peccato. […] Per Agostino, benché la Scrittura mostri come anche gli uomini buoni e giusti abbiano fatto ricorso alla menzogna in particolari situazioni difficili, ciò non scalfisce la validità assoluta del diritto di mentire. […] Se alla fine si opta per la menzogna non è mai questa a essere buona, ma l’intenzione.
Kant afferma che qualcosa come “un diritto di mentire per amore dell’umanità” è impossibile, dal momento che “la menzogna danneggia sempre qualcuno”: se pure non un altro uomo, l’umanità in generale, in quanto annienta la fonte stessa del diritto, di qualsiasi diritto, anche di quello, presunto, di mentire per amore dell’umanità. […] Sembra che dal piano morale che il dilemma implicava ci si sia spostati su quello puramente giuridico-legale.
In generale, l’integralismo della veridicità ottiene il risultato di produrre l’indifferenza del distacco, la più arida frigidità emotiva. E’ quella tonalità psicologica che spesso incontriamo nei fanatici, che accoppiano la radicalità dell’idea alla sublime noncuranza sui dati di fatto e sulle circostanze concrete del mondo della vita, o nell’ipocrisia dei retori della verità.
In realtà la veridicità quale passione adulta per la verità non dovrebbe mai dimenticare la profonda saggezza che guida la formulazione del comandamento decalogico del Sinai, che non ingiunge di dire sempre la verità, ma raccomanda di non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

Storia della sincerità

Nella Grecia arcaica […] la sincerità coincide con la veridicità e la veracità. […] Dobbiamo immaginarne le pratiche in relazione con un’identità individuale che si afferma nella reciprocità dei legami sociali e di appartenenza. In questo senso essere sinceri significa certo dire la verità agli altri ma soprattutto, al di là dell’enunciazione verbale veridica, conformare la propria condotta alle proprie parole, comportandosi conseguentemente con veracità, ossia mantenendo i patti e rispettando i giuramenti. Essendo, cioè, sia fedele che affidabile e non avendo, quindi, un atteggiamento ostile nei confronti di coloro a cui ci si rivolge e con cui si ha a che fare. L’individuo sincero è dunque innanzitutto colui che non ha l’intenzione di ingannare.
[Di fronte ai numerosi esempi di doppiezza, come quella di Ulisse e di Agamennone], emerge la sincerità omerica: dire immediatamente e direttamente ciò che si ha nel cuore. Tra ciò che Achille pensa e ciò che dice, tra ciò che dice e ciò che ha intenzione di fare, tra ciò che intende fare e ciò che effettivamente farà non ci sono deviazioni né ombre. […] Ulisse è emblema di un nuovo tipo di parola che non sta più frontale e visibile come cosa tra le cose, ma abita consapevolmente la distanza tra apparenza e realtà, mediando tra l’una e l’altra, mossa dall’interesse e dall’obiettivo del vantaggio individuale.
Per i greci dell’età classica il dovere della veridicità e della sincerità era tale solo nei confronti di un altro che avesse i requisiti di coappartenenza (altro identitario), vale a dire riguardo all’amico, al compagno, al compatriota, al commilitone, al concittadino, al consanguineo, al fratello, o in generale a colui che possiede analogo prestigio sociale del parlante. […] Ecco che Sofocle metterà in bocca al suo Ulisse la piena liceità, anzi la doverosità del mentire se ciò porta salvezza e se quindi giova alla causa dei “nostri”. […] Già i greci del resto si percepivano come un popolo più predisposto alla menzogna e all’insincerità degli altri. […] Non si può ignorare il peso che nella cultura greca ha avuto l’esempio personificato di Ulisse con l’identificazione tra l’astuzia dell’intelligenza (metis) e la capacità di mentire.

Fra retorica e parresia: la sincerità del filosofo

Per i sofisti la verità è il risultato di una pratica che si apprende e che ha inizio e fine nella dimensione esteriore del linguaggio e che si misura, proprio in quanto risultato, con il metro dell’efficacia. […] L’epoca della sofistica aggiunge la verità come risultato vittorioso di una tecnica insegnabile che si esprime e si esaurisce nello spazio sociale.
La verità dei sofisti è quindi la verità della potenza del discorso […] che genera potere e che si afferma come potere. […] La retorica si caratterizza come quella tecnica che permette a chi parla di dire e sostenere qualcosa che, pur non corrispondendo assolutamente a ciò che pensa, fa effetto su chi lo ascolta.
La vita di Socrate è il contromodello della retorica perché essa dimostra […] il proposito di instaurare un legame forte, manifesto ed evidente tra le parole del filosofo e i suoi stessi comportamenti, tra il suo dire e il fare conseguente. […] Per definire questo nuovo legame si impiegherà il termine parresìa.
La parresia di Socrate è un indizio della crisi della democrazia, in quanto risposta etica alla domanda di verità della città che, scontrandosi coll’inautenticità delle istituzioni dello Stato, ha bisogno di essere tradotta nella forma estrema e testimoniale dell’esempio. […] La sincerità del filosofo è quella musica, quella mousike che, nel Fedone, il dio suggerisce a Socrate di mettere per iscritto, ma la cui composizione coinciderà con l’intera armonia della sua esistenza, ossia con la “scrittura della vita”, con l’esibizione di verità della sua bio-grafia

La virtù sociale della sincerità

Con Aristotele la sincerità diventa esplicitamente una virtù. Di contro all’etica moderna, l’etica classica, ma anche quella dei sostenitori contemporanei dell’etica delle Virtù, non pone l’accento sulla domanda puntuale che cosa è giusto o obbligatorio fare? bensì sul quesito come dovrei vivere? La virtù maggiore ed eroica del parresiasta, diventata cura di sé, si approssima alla virtù minore dell’individuo socievole e autentico, che si relaziona agli altri uomini in amicizia e benevolenza, lavorando su se stesso e rendendosi più semplice e armonico.
Con Seneca la sincerità e la semplicità della vita beata, della securitas et perpetua tranquillitas. Si tratta di una virtù della verità che non è quella delle eventuali risposte ai grandi quesiti teoretico-metafisici o ai problemi religioso-teologici, ma che consiste nell’esempio del saggio, sempre traducibile in azione personale che stabilizza la vita.

San Paolo e la purezza di cuore cristiana

Sin dai primi testi del canone evangelico, Gesù rappresenta l’ideale della piena veridicità e sincerità. Io sono la via (hodos), la verità (aletheia) e la vita (zoe)”. Anche la predicazione apostolica di San Paolo è posta sotto l’insegna parresiastica della franchezza e del coraggio del cuore. Nel nuovo orizzonte dischiuso della cultura ebraico-cristiana e dal personaggio esemplare dell’individuo-fuori-dal-mondo la sincerità non può essere più confusa con la semplice affermazione della verità o con qualche pratica esteriore della verità, parresiastica o ascetica che sia.

Sant’Agostino e la sincerità della confessione

Il cristiano sa che la sincerità dipende dalla volontà, ma è al contempo consapevole della debolezza dell’uomo che agisce e parla, della persona fatta di carne che tenta di essere se stessa per gli altri nella parola, nell’azione, nella sofferenza, nel desiderio e nella gioia. […] La confessione è la risposta a questa nuova esigenza della sincerità di scavare in se stessi e di mettersi alla prova.
L’impianto delle Confessioni di Agostino mostra una struttura concettuale che collega l’ipocrisia del volere rimanere celato agli altri con la doppiezza della bugia e la rivendicazione della verità come proprio bene esclusivo, mentre la sincerità del mettersi a nudo viene posta in relazione con il godimento comune della verità, con la felicità, ossia con l’anticipazione in terra della beatitudine transmondana​.

La virtù di Amleto: sincerità come autenticità. Montaigne e Rousseau

Nel corso della storia della cultura occidentale le principali tappe della formazione dell’individualità personale sono coincise con gli sviluppi dell’esperienza del teatro, ossia con la presa di coscienza della funzione dei ruoli e dei personaggi. […] Alla sincerità come veracità dell’individuo riconosciuta dagli altri si contrappone ormai l’autenticità quale fondo dell’unicità irripetibile di ognuno, nucleo irriducibile ai ruoli e alle maschere sociali che di volta in volta ciascuno indossa. L’autenticità è la virtù di Amleto. Entrando in scena di fronte alla corte, al re suo zio e alla regina sua madre, Amleto enuncia l’intraducibilità e l’irriducibilità della propria autenticità all’esteriorità di qualsiasi dato oggettivo, alla parvenza di qualsivoglia abito esteriore: ” ‘Sembra’, signora? No, è. Io non conosco ‘sembra’ “.
La figura e l’opera di Michel de Montaigne segnano un passaggio decisivo nella storia dell’idea di sincerità, ovvero della sua netta torsione in direzione dell’autenticità. […] La verità non è l’universale e immutabile verità delle cose, ma la verità interrogativa che “io” dico su me stesso e sulle cose che dipendono da me, la mia sincerità.
Nella storia della sincerità, l’intransigenza di Rousseau segna la fine di quell’ideale di compromesso tra sincerità e autenticità, tra il riconoscimento degli altri e l’introspezione. Le Confessioni sono appunto il manifesto di questo programma della sincerità assoluta. Con Rousseau la sincerità si avvia a diventare una qualità personale e privata, che esprime il rapporto dell’individuo con se stesso e con gli altri in quanto individui. La sincerità è affidata completamente alle mani dell’ “io”. Ma quest’ “io” soggetto è, in Rousseau, il protagonista ondivago della sua biografia.

Conclusioni

Il mondo contemporaneo, che vede l’imporsi, con sempre maggior coerenza e oggi persino per mezzo della capillarità digitale della tecnica, del teatro sociale della veridicità e della trasparenza, è la medesima società globale dell’autenticità e della spontaneità che valorizza e legittima la pretesa degli individui di realizzare se stessi, di esprimersi e manifestare liberamente la loro personalità e il loro sentimento di identità e di unicità singolare. Le due istanze, che corrispondono, nello scenario attuale, alla biforcazione moderna della storia della sincerità che abbiamo visto assumere forma con Kant e con Rousseau o, se si vuole, alle Weltanschaungen [visioni del mondo] che chiamiamo Illuminismo e Romanticismo, oggi sembrano entrare in conflitto. Mentre la trasparenza e la veridicità appaiono esigenze collettive utili per il controllo esercitato dalle istituzioni politiche e sociali e indispensabili per il funzionamento complessivo della vita civile delle comunità umane, l’autenticità produce, come notava Zygmunt Bauman, “un’atmosfera di incessante pressione (deregolatrice e privatizzatrice) diretta a smontare tutte le limitazioni imposte collettivamente ai destini individuali”.

La sincerità è la virtù della storia degli individui, del difficile e arduo lavoro su se stessi alla ricerca del tesoro nascosto dell’esperienza personale che deve venire alla luce, con sforzo e fatica preziosi. Ma soprattutto è il rifiuto di andarsene in silenzio, nella notte, come un passante anonimo che scompare, poco a poco, nella penombra nebbiosa dei marciapiedi di quella grande città-mondo globalizzata in cui miliardi di esseri umani si sfiorano appena […]

Un libro in trenta minuti. Tre appuntamenti a Formello su Onestà, Amore, Libertà

26 marzo, 9 aprile, 16 aprile. Sono le date dei tre appuntamenti con Luciano Minerva e Alvaro Vatri su un libro di Francesca Rigotti, Onestà (edito da Cortina), e due di Vito Mancuso, Io amo e Il bisogno di essere liberi, delle edizioni Garzanti. La sede è quella che La città di isaura ha eletto, grazie alla disponibilità di Olivia Quattrocchi, sede del Consolato di Formello, i locali di Tenatura in via Roma 16. L’Amministrazione del Comune di Formello, che ha imparato a conoscerci, ha concesso il patrocinio.
La chiave di queste iniziative (come i libri) è la stessa già sperimentata al CSA delle Rughe nei mesi scorsi: leggere le parti essenziali di un libro nell’arco di trenta minuti. Con semplicità e leggerezza, rendendo onore e merito agli autori e randondo più facile il compito degli ascoltatori. Chi sarà conquistato dai testi andrà in libreria o in biblioteca a procurarsene una copia, altri potranno conoscerne comunque i contenuti, utili ad aprire riflessioni su valori e sentimenti che riguardano davvero tutti.
Il primo appuntamento dunque è con il libro Onestà, di Francesca Rigotti, “filosofa delle piccole cose”, come ama definirsi, e unica docente di metaforologia in Europa (vive tra Germania e Italia e insegna in Svizzera, a Lugano).

 

I valori dell’onestà. Estratti dal libro di Francesca Rigotti “Onestà”

Dopo la sintesi dei libri Rispetto, (Richard Sennett) e Solidarietà (Stefano Rodotà) è la volta di Onestà, di Francesca Rigotti.

Onestà di Francesca Rigotti, Raffaello Cortina editore, 2014

Avvertenza: La scelta di questi brani non può né vuole essere esaustiva. E’ uno dei tanti possibili percorsi attraverso un libro, che permettono, a chi non l’ha ancora letto, di conoscerne alcune parti, di provarne piccoli “assaggi”, che trasmettano il sapore del linguaggio, del ritmo, del pensiero dell’autore.

Il piacere dell’onestà

“Onesto” pensiamo noi di un uomo politico, di un professionista, di un commerciante, di un banchiere o di una guardia di finanza, come di molti altri rappresentanti di svariati mestieri, professioni e ruoli sociali, è “chi non ruba”; onesto è chi non corrompe e non si lascia corrompere nell’ambito della politica, delle transazioni commerciali e della guerra, come pure della medicina e della pubblicità. Onestà è astenersi dalla sottrazione indebita di denaro, dalla frode e dalla corruzione: l’onestà è per noi oggi una virtù morale – crediamo di poter continuare a definirla così – legata al mondo del denaro.
In realtà limitare i sensi di onestà e di onesto a questo ambito è far torto a un concetto polisemico e sfaccettato quanto ricco di significati. E tuttavia è vero che gran parte di tali significati si sono persi per strada, spogliando il concetto stesso della sua ricchezza e riducendolo a un nocciolo di senso esclusivamente economico.
Non lasciamoci condizionare dall’uso comune odierno: l’onestà non è un concetto soltanto economico, non lo è stato di certo in passato, non lo è nemmeno oggi: scopo di questo libro è proprio quello di restituire un po’ del fasto e della ricchezza di sensi del sostantivo “onestà”, dell’aggettivo “onesto” e dell’avverbio “onestamente” sia dal punto di vista storico sia dal punto di vista concettuale.

La struttura del libro

Seguiremo a questo scopo una struttura tripartita, che inizia inquadrando il fenomeno, la virtù (o il vizio?) dell’onestà nell’uso comune del linguaggio quotidiano e letterario. Segue “genealogia dell’onestà”, un’analisi delle variazioni storiche del concetto di onestà che partendo dalla visione stoico-ciceroniana giunge fino a quella contemporanea che insiste, ripetiamo, sull’aspetto economico. Segue un inquadramento concettuale al passo con il contesto attuale teso a individuare il significato di “onestà” a partire dall’analisi di cinque coppie concettuali: onestà e onore, onestà e corruzione, onestà e fiducia, onestà e verità, onesta e utilità. Conclude il tutto un epilogo sul topos dell’onestà premiata, accompagnato da un apologo sugli eroi dell’onestà.

Il senso dell’onestà

Onestà ha a che fare con intenzioni, motivi e disposizioni del carattere e del comportamento di una persona. Se diciamo di qualcuno che possiede la virtù dell’onestà gli attribuiamo un aspetto lodevole del carattere; possiamo per esempio fidarci del fatto che non mentirà né ci ingannerà e nemmeno ci trufferà.
Invocheremo l’insieme di questi requisiti (non mentire, non ingannare, non nascondere o omettere informazioni, non frodare e non corrompere) a comporre il senso esteso della nozione di onestà ai nostri giorni. Definiremo invece “senso ristretto” dell’onestà quello che limita la nozione all’aspetto economico dell’evitare furto, imbroglio, corruzione e concussione, dilazione dei pagamenti ecc. Entrambe le accezioni sono presenti nel linguaggio e nell’uso comune.
Il senso di honesty nella lingua inglese insiste sul carattere dell’onestà intellettuale: dire la verità, non mentire, non ingannare. Il senso dei termini analoghi nelle lingue romanze è invece connesso prevalentemente, nell’uso contemporaneo, all’aspetto commerciale economico: non frodare, non corrompere.
I due motivi principali del senso esteso di “onestà” si possono, a ben guardare, ridurre a due dei dieci comandamenti della tradizione ebraico-cristiana: non ruberai e non deporrai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Fu Cicerone, nel De officiis, l’opera morale più letta e discussa nell’antichità, a sviluppare e perfezionare l’idea scrivendo: “chi, potendo farlo, non previene l’ingiustizia o non le si oppone, ne è colpevole né più né meno che se avesse abbandonato il proprio Paese. Il testimone di un delitto e di un’ingiustizia, vuol dire Cicerone, è colpevole al pari dell’esecutore, se non ne dà testimonianza denunciandola.
Benché quello dell’onestà sia un tema etico per eccellenza, relativo al campo del bene e del male, di ciò che si deve e non si deve fare, e benché l’etica sia una delle branche della filosofia, è sorprendente notare che i filosofi hanno scritto ben poco sul concetto di onestà e sull’idea di onestà in quanto virtù, cimentandosi molto di più, per esempio, nel campo – affine ma non identico – dell’onore.
Benché l’onestà sia considerata virtù importante, essa non fa nemmeno parte delle quattro virtù platoniche: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, chiamate poi “cardinali” e riguardanti l’uomo, le quali, sommate in seguito alle tre virtù “teologali” di Paolo di Tarso riguardanti la divinità, andarono a formare il canone delle sette virtù cristiane.
Il sostantivo “honestum” nella forma latina ha designato per molti secoli il bene in generale, quindi la somma di tutte le virtù, per assumere soltanto in un periodo successivo il senso limitato di una virtù particolare.

L’onestà delle donne

Il termine virtù deriva dal latino virtus, che designa la somma delle eccellenze fisiche e mentali dell’uomo: forza, vigore, coraggio, audacia, così come capacità, attitudine, eccellenza. Virtù dell’uomo in senso proprio, non della donna: in base a un’errata etimologia virtù virili del maschio, (in latino vir). Le donne non hanno nulla a che fare con quel tipo di virtus, mentono, ingannano e non mantengono i patti in ogni caso.
La virtù delle donne, il loro onore, la loro onestà, è stata fino a pochissimo tempo fa unicamente di natura sessuale: la donna virtuosa, la donna onesta non ha da essere leale e coraggiosa, audace e sincera (non saprebbe nemmeno esserlo, queste capacità le sono precluse) ma unicamente casta.
Delle donne non ci si può fidare, dice la tradizione denigratoria che annovera tra i suoi sostenitori un personaggio del mondo musicale. Il personaggio, più comico che tragico, è il vecchio Don Alfonso del Così fan tutte (libretto di Lorenzo Da Ponte, musica di Wolfgang Amadeus Mozart). Se le donne non sono affidabili (“è la fede delle femmine”) tantomeno lo sarà la loro testimonianza.
“La donna è mobile” rincara la dose il Duca di Mantova nel Rigoletto, “muta d’accento e di pensier” tanto per insistere sul fatto che onesta e fedeltà per le donne non sono mai state considerate importanti, siamo sempre state dipinte come mobili, vacillanti, ingannatrici, in questo simili alla folla, al volgo, al popolo il cui vero essere è l’incostanza e il mutamento.
C’è chi il concetto lo canta in musica, chi se lo racconta il letteratura. Un grande testo di lode e apprezzamento dell’onestà femminile è il Don Chisciotte di Cervantes: “la donna onesta e casta è come un ermellino è la virtù dell’onesta è più bianca e pura della neve. Bisogna custodire e tenere in pregio la donna onesta [e qui il narratore raggiunge vertici degni di un ayatollah yemenita dei nostri giorni] come si custodisce e si tiene in pregio un bel giardino pieno di fiori di rose, il cui padrone non permette che alcuno vi passeggi o lo sciupi

Qui la Rigotti, a pag. 24-30, presenta due casi letterari: Il piacere dell’onestà di Pirandello e Azdak in una commedia di Brecht, Il cerchio di gesso del Caucaso, da cui emerge che l’onestà non è sempre e comunque una virtù. Basti pensare anche a Robin Hood. “L’onestà – dice poi citando ancora il Don Chisciotte, è la miglior politica.” E introduce nell’analisi la distinzione tra onestà come virtù individuale e onestà come atteggiamento sociale e politico. E si chiede: “E’ lecito dichiarare un valore relativo alle circostanze particolari nelle quali contratti e promesse sono stati stretti?”

Intermezzo. Una divagazione etimologica sui patti

Il termine “stringere” non è peregrino rispetto a quel che si fa coi contratti e soprattutto con i patti, giacché il termine patto, come quello di pace (pax in latino) ha una storia particolare. Esso si rifà infatti alle radicali del verbo latino tango e di quello greco pegnumi, vale a dire voci verbali foriere di significati quali “fermare, consolidare, assicurare, confermare, fortificare, conficcare”, ma anche “rendere solido, gelare, coagulare”.
Parole fluttuanti si consolidano, si congelano come l’acqua, si coagulano come il sangue, dando luogo a una parola fissa e stabile, una parola d’onore, un pactum solido e affidabile che lega e unisce, una convenzione sociale stabilita, ovvero una pace.
Dunque, torna la domanda: L’onestà è la miglior politica?
Ci chiedevamo se l’onestà sia un valore assoluto o relativo, come e per chi. Un aiuto a rispondere potrebbe forse giungere dall’introduzione del distinguo tra onestà come intenzione e onestà come azione. Sani motivi e ottime ragioni lastricano la strada dell’ideale del comportamento, dell’intenzione dunque, la quale si troverebbe a cambiare l’azione in rapporto a nuove circostanze materiali. Ma questo conduce a dire che nessun ideale morale può essere assunto a guida del comportamento, non l’onestà, non l’amore, non il rispetto o la giustizia, nemmeno la verità. Ma che ideale è un ideale che deve essere rinegoziato ogni volta che spuntano circostanze critiche?

Bugie bianche e bugie cortesi

Talvolta i conflitti di ideali vengono aggirati ed elusi dalle autorità con le cosiddette “bugie pietose”, quelle che gli anglosassoni chiamano in maniera non proprio politicamente corretta “bugie bianche”, white lies, bugie innocenti, bugie di convenienza che non fanno male a nessuno, anzi risolvono elegantemente la situazione. Bugie di convenienza le pronunciano i politici che cercano di mascherare gli interessi privati di un singolo con presunti vantaggi per la società.
A me le bugie cortesi ricordano le “bugie di scusa” che mia madre propinava a destra e a manca – “sono indisposta, non posso venire, la bambina deve fare i compiti” sostenendo che erano diplomatiche e non facevano male a nessuno. Io allora, piccolo Catone, rispondevo indignata che “facevano male alla verità” e correvo via coprendomi le orecchie con le mani per non sentirle. In fondo mia madre, molto più realista, diplomatica e accomodante di me, applicava una regola simile a quella formulata da Stefano Guazzo alla fine del Cinquecento: “E’ permesso, né si può chiamar vizio, il simulare senza alcun interesse e senza intenzione di offender l’altrui”.

I nuovi falsari: onestà e beni comuni

Come la mettiamo adesso con alcune forme odierne di violazione dell’onestà, ovvero col comportamento di coloro che scaricano da internet materiale protetto, film e brani musicali, soprattutto in barba alle leggi sul copyright? Iniziamo a parlarne qui perché si tratta non di persone misere e lacere, ma sovente di ragazzi con poche risorse che desiderano usufruire di questi beni. Li considereremo falsari disonesti, meritevoli di punizioni tremende (sanzioni pecuniarie salatissime, interdizione da internet, taglio delle dita per i recidivi) o chiuderemo un occhio e lasceremo correre, soprattutto se valuteremo questo tipo di produzione non come un bene privato e nemmeno come un bene pubblico bensì come un “bene comune”?
Si definiscono beni comuni quei beni che non sono né privati né pubblici ma nemmeno collettivi. Tratto caratterizzante del bene comune è che il vantaggio che ciascuno trae dal suo uso non può essere separato dal vantaggio che altri pure traggono da esso; il beneficio che il singolo ricava dal bene comune avviene cioè assieme a quello degli altri: non contro gli altri come nel caso del bene privato né a prescindere dagli altri come nel bene pubblico.
La gestione onesta dei beni comuni può richiedere talvolta una regolamentazione soprattutto se il bene non è illimitato (la luce solare) ma limitato (l’acqua).
La gestione onesta dei beni comuni richiede forme di associazionismo assembleare in cui i cittadini, informati da esperti sui problemi in gioco, partecipino direttamente e possano discutere liberamente e approfonditamente arrivando a un accordo il più possibile condiviso, in ossequio alla teoria della democrazia deliberativa.
E’ interessante notare l’impatto offerto dall’innesto del nuovo concetto di beni comuni sul vecchio concetto di onestà ed è ancor più interessante e curioso rimarcare come lo sfondo sul quale il fenomeno si verifica abbia tutta l’aria di una sorta di nuovo Medioevo, e del suo sogno di una natura che mette in comune per l’uso di tutti, come sosteneva già Sant’Ambrogio, e dove disonesto è lo sceriffo che riscuote le tasse sui beni comuni, acqua, pascolo, legnatico, non Robin Hood che pure infrange la legge del Principe.
C’è da chiedersi se la società è davvero così debole da aver bisogno di menzogne che esaltino la disonestà. E se sì, la sua fragilità viene forse soccorsa ricorrendo a prove di disonestà in campo politico ed economico anche se coperte da “bugie bianche” o giustificate con il mutare delle condizioni? Non è preferibile una società in cui l’onestà sia la regola e la disonestà l’eccezione?
Pensiamo sia il caso di continuare a insegnare ai bambini, soprattutto con esempi di comportamenti pratici, piuttosto che a parole, che l’onestà è una virtù e pure un piacere, che è bene in generale rispettare i contratti e mantenere gli impegni, sentendosi comunque liberi di affrontare con mutato atteggiamento situazioni eccezionali e straordinarie che mettano davvero a rischio l’interesse e il benessere di chi vi è coinvolto.

Genealogia dell’onestà

La storia di concetti e di idee morali e politico-morali come l’onestà è di grande importanza, dato il ruolo costitutivo del linguaggio dell’azione umana.
Il problema principale è che quando si analizza l’uso del linguaggio, in morale come in politica, si nota come molte volte i parlanti sembrano avere in mente definizioni diverse dei concetti in discussione. Ciò vuol dire che si tendono ad attribuire differenti significati allo stesso termine. Inoltre proprio le discussioni che investono la definizione di termini morali e politici danno spesso l’impressione di condurre a un punto morto.
Per quanto mi riguarda, da anni cerco di integrare, per la comprensione del lessico della morale e del vocabolario filosofico-politico, la” storia di concetti” con la “storia di metafore”. Accanto e spesso intrecciati ai concetti della morale e della politica si trovano infatti le metafore, ovvero immagini verbali che abbracciano contenuti semantici e si sottraggono la forza espressiva del linguaggio rigidamente concettuale. La metafora nasce infatti nell’ambito della fantasia, ambito che non è qui considerato subordinato al Logos.

Qui Francesca Rigotti percorre la storia concettuale dell’onestà. La definizione ciceroniana di honestum è questa: “Qualunque cosa sia ciò che è bene, è da ricercare; ma ciò che è da ricercare certamente merita approvazione; e ciò che si approva deve essere considerato gradito e accetto: quindi gli si deve attribuire dignità. Se è così, necessariamente è degno di lode. Ne consegue che è bene solo ciò che è onesto. L’honestus in Cicerone non è il bene assoluto che non ammette gradazioni alternative, bensì un bene accessibile al cittadino medio.

L’onestà degli antichi

Nel mondo romano honestus tratta tutto ciò che ha a che fare con l’honos, quindi tutto ciò che riceve in genere riconoscimento, apprezzamento, stima, onore e anche onori materiali, cariche, beni, ecc. La connotazione generale del termine è quindi di natura non tanto morale quanto, potremmo dire, pubblica.
Nel protocristianesimo per Sant’Ambrogio honestum è traducibile come virtù spirituale o bello morale: è per l’Anima ciò che la salute è per il corpo. In Ambrogio come in Tertulliano l’ideale specificamente femminile di honestas ha come vetta più alta la castità: la donna perfetta, delineata in opere dedicate a esaltare la verginità femminile e la donna modesta e pudica, velata, silenziosa e disposta al sacrificio, al perdono delle infedeltà maritali, la cui onestà sta tutta nella castità/fedeltà al marito o a Cristo nel caso delle monache.
Nel Decameron Boccaccio espone il suo proposito di raccontare alle cose “onestamente” per rispetto della “honestade”di chi le ascolta. Con le sue novelle Boccaccio vuole recare “diletto onesto” con un racconto onesto persino da un punto di vista stilistico, disinteressato, armonioso ed equilibrato, che celebra la letteratura in quanto bella e buona in sé.

I precetti per le donne (nel 1500)

L’aggettivo “honesta” è quello che ricorre il maggior numero di volte a delineare i tratti della figura femminile ideale: la donna onesta è prima di ogni altra cosa casta e la verginità, o la continenza sessuale, è sicuramente la qualità principale da ricercarsi in essa.”

Il percorso del libroprosegue attraverso Montaigne, che separa il concetto di utile (legato a profitto e interesse) da onesto, comportamento morale guidato da virtù.
Alla fine del secolo XVIII il concetto di honestum si offusca come bene in sé da ricercare e si afferma la dottrina che si afferma col nome di utilitarismo. Il principio dell’utile che secondo Adam Smith è alla base dell’attività economica viene adottato anche nella scienza morale, con Jeremy Bentham.
In questo procedimento l’onesto scompare, nel momento in cui il bene è assorbito dal principio del piacere e l’utile è ciò che serve a soddisfarlo.

L’ultima parte del libro esplora il senso esteso di “onestà” nel mondo contemporaneo e lo fa esaminando alcune coppie concettuali: onestà e onore; onestà e corruzione; onestà e fiducia; onestà e verità; onesta e utilità.

Onestà e onore

Propongo, come già feci nel mio studio del 1998, L’onore degli onesti, di leggere l’onore in veste di virtù politica che premia l’onestà. In questo modo il termine sarebbe pronto per essere usato di nuovo in un mondo senza monarchia né aristocrazia di sangue. Occorre riabilitare l’onore come virtù politica facendolo coincidere con l’onestà, il rispetto della parola data, il rispetto della verità, della vita e della dignità altrui.
L’onore delle persone pubbliche e delle persone politiche risiede nell’essere onesti nei confronti di un ideale e di certe convinzioni, avendo il coraggio e l’onestà di dichiarare che le si è mutate, se questo è il caso e per quali ragioni. Onestà vuole che le promesse vengano mantenute e gli impegni realizzati. Come potrò altrimenti concedere la mia adesione al patto politico, per quanto ipotetico e simbolico, se non sarò garantita dal fatto che né io né altri lo violeremo?

Onestà e corruzione

Onestà e corruzione sono una coppia di opposti che si escludono a vicenda; chi è onesto non è corrotto e chi corrompe o si fa corrompere non è onesto. Corruzione originariamente sta per disfacimento, decomposizione, putrefazione; viene dal latino cum-rumpo, “spezzo, infrango rompo, ferisco, danneggio”.
Secondo la definizione di “Transparency International” la corruzione è l’uso distorto e personale, per interesse o vantaggio privato, di un potere affidato. E’ un concetto etico più che un concetto politico: non indica infatti un delitto concreto e punibile dal codice penale, quanto la propensione a delitti concreti, una specie di stato di corruzione dell’anima: ecco che il significato tecnico moderno e quello antico naturale biologico si congiungono: chi accetta o propone la corruzione ha un animo marcio.
In qualità di segretario nazionale delle Nazioni Unite Kofi Annan scrisse parole alate sulla corruzione: “la corruzione, distogliendo risorse che andrebbero destinate allo sviluppo, minando la capacità dei governi di garantire i servizi essenziali, alimentando la disuguaglianza e l’ingiustizia e scoraggiando gli investimenti e gli aiuti esteri, colpisce in maniera diseguale le fasce più povere.”
Ma Kofi Annan è proprio colui che ha sistemato in varie posizioni un intero clan di amici e parenti a partire dal figlio Kojo, e il familismo è un grandissimo fattore di corruzione.

Onestà e fiducia

La coppia è formata questa volta da due elementi che vanno sì insieme, ma uno subordinato all’altro, la fiducia all’onestà. Chi concede fiducia non è sicuro delle intenzioni dell’altro, ma è invitato o costretto dalle circostanze ad averla. Non sa se la persona cui concede fiducia è onesta e si comporta onestamente.
Detto con linguaggio della filosofia morale: è la fiducia un bene, un sentimento da preservare in ogni caso, un concetto fornito di carica sempre solo positiva come la libertà? e quali sono i suoi rapporti con l’onestà?
La fiducia non è sempre un bene da preservare a ogni costo. E soprattutto non lo è quando convive con una diseguaglianza radicata e continua, o all’interno di una società ingiusta che se ne serve per perpetrare condizioni di vita non decenti per i suoi membri.

Onestà e verità

In questa parte Franscesca Rigotti sottolinea l’uso frequente di metafore che avvicinano il denaro/moneta alla parola, le analogie tra falsa moneta e falsa parola, tra falsari e bugiardi. E in uno dei suoi intermezzi si chiede, davanti al “Rimetti a noi i nostri debiti”:

Davanti a quali debiti ci troviamo? Debiti economici, debiti morali? Non saremo in presenza di un altro aspetto del campo metaforico della lingua come realtà finanziaria, ovvero denaro/parola?
E, sempre in questa parte, introduce il concetto di onestà intellettuale, cioè la disponibilità a essere capace, di essere disposto a, astenersi dal mentire e ingannare, da nascondere e cancellare informazioni nonché dire e fare quel che si crede opportuno; essere in grado di sottoporre a esame anche ciò che si crede sia vero, e ciò facendo ammettere, se è il caso, i propri errori.

Onestà e utilità

I vari dilemmi dell’onestà riportano ogni volta a un contrasto, anzi al contrasto di base del pensiero morale politico-occidentale: quello tra utile e onesto o tra onestà e utilità. Come si comportano i due membri della coppia? Qual è il loro rapporto? Impossibile dare una risposta univoca, che è invece più semplice negli altri casi. Nella tradizione liberal-egualitaria-democratica è il giusto a imporsi sul bene, bene che stato ed è la parola d’ordine della corrente dei comunitaristi, anch’essi critici del principio di prevalenza dell’utile.
Per i liberali il problema della vita buona ci impone di formulare un giudizio sul tipo di persona che desideriamo essere o diventare. Per i comunitaristi invece quel problema ci impone di scoprire la persona che siamo già. Per i comunitaristi la domanda da porsi non è “Che cosa devo essere?” “Che tipo di vita devo vivere?” ma “Chi sono io?”. L’io trova i propri fini non per scelta ma per scoperta, riflettendo su di sé e indagando sulla propria natura.
Accenneremo soltanto brevemente alla scelta tra due forme di honestum, ovvero tra due principi egualmente giusti, affrontata da Cicerone nel De officiis e da lui risolta a favore dei doveri che derivano,” dalla propensione sociale”, che insistono sull’importanza dell’uomo e della sua condotta rispetto a quelli astratti della conoscenza. Si tratta comunque di un dilemma che ha attraversato tutta la storia della letteratura.