Un libro in trenta minuti. Tre appuntamenti a Formello su Onestà, Amore, Libertà

26 marzo, 9 aprile, 16 aprile. Sono le date dei tre appuntamenti con Luciano Minerva e Alvaro Vatri su un libro di Francesca Rigotti, Onestà (edito da Cortina), e due di Vito Mancuso, Io amo e Il bisogno di essere liberi, delle edizioni Garzanti. La sede è quella che La città di isaura ha eletto, grazie alla disponibilità di Olivia Quattrocchi, sede del Consolato di Formello, i locali di Tenatura in via Roma 16. L’Amministrazione del Comune di Formello, che ha imparato a conoscerci, ha concesso il patrocinio.
La chiave di queste iniziative (come i libri) è la stessa già sperimentata al CSA delle Rughe nei mesi scorsi: leggere le parti essenziali di un libro nell’arco di trenta minuti. Con semplicità e leggerezza, rendendo onore e merito agli autori e randondo più facile il compito degli ascoltatori. Chi sarà conquistato dai testi andrà in libreria o in biblioteca a procurarsene una copia, altri potranno conoscerne comunque i contenuti, utili ad aprire riflessioni su valori e sentimenti che riguardano davvero tutti.
Il primo appuntamento dunque è con il libro Onestà, di Francesca Rigotti, “filosofa delle piccole cose”, come ama definirsi, e unica docente di metaforologia in Europa (vive tra Germania e Italia e insegna in Svizzera, a Lugano).

 

Ua storia spaventosa per Halloween a Formello

Mercoledì 31 ottobre festeggeremo Halloween, alla nostra maniera, tra libri per bambini e storie da raccontare. La festa, dal titolo “Dolcetto o libretto?” si terrà presso Tenatura, in via Roma 16, il luogo che abbiamo scelto come “consolato di Formello“, la nostra sede sociale.
Saranno Paola Rusconi e Marco Momigliano a raccontare quella che presentano come “una storia spaventosa” con streghe, pipistrelli, ragni, zucche e gatti neri…
La festa durerà dalle tre del pomeriggio fino a sera. L’appuntamento con la “Storia Spaventosa” per i più piccoli (ma non solo) è per le 17, in tempo anche per chi esce dalle scuole.

Ma non c’è da spaventarsi troppo: in nostro aiuto ci saranno magici dolcetti alla zucca, le scopette delle streghe e una buonissima tisana, per scacciare la paura e recuperare le energie.

Le arti per tutti: Rispetto, Solidarietà, Onestà, Sincerità, Amore, Libertà

Siamo tutti davanti,  ogni giorno, a due scelte possibili: ampliare la nostra consapevolezza o restare fermi dove siamo, incollati, abbarbicati ad abitudini, modi di pensare e di agire, credenze che ci arrivano dai nostri antenati e dai nostri genitori e dalla nostra storia personale. A qualunque condizione economica, culturale e sociale apparteniamo, possiamo decidere, o no, di rimetterci in gioco ogni giorno, di osservare quanto siamo coerenti con i valori che diciamo di condividere, di esserne sempre più consapevoli e metterli in pratica. Oppure no. I libri possono essere fonti di conoscenza, di riflessioni e di esperienze. Ma nei libri si trova solo l’aspetto esterno, la realizzazione come esperienza personale spetta solo a noi.
Da queste considerazioni parte la nuova serie di Le arti del lunedì, presso il CSA delle Rughe, a Formello, dopo quella ben riuscita dello scorso anno. Si partirà da alcuni libri che dedicano particolare attenzione a specifici “valori”, che si possono considerare vere e proprie “arti della vita quotidiana”.
Muoveremo dalla lettura di brani da testi su questi valori:

Richard Sennet. Rispetto . La dignità umana in un mondo di diseguali , Il mulino, 2004 (5 novembre)
Stefano Rodotà
, Solidarietà. Una utopia necessaria, Laterza, 2014 (19 novembre)
Francesca Rigotti
, Onestà , Raffaello Cortina editore , 2014 (3 dicembre)
Andrea Tagliapietra
, Sincerità. Raffaello Cortina editore, 2012 (17 dicembre)
L’amore e la libertà  (partendo dai libri di Vito Mancuso Io amo, Piccola filosofia dell’amore , Garzanti, 2014 e Il coraggio di essere liberi, Garzanti, 2016 . (14 gennaio).
Il 29 ottobre alle 18 il primo incontro dell’iniziativa.

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I sette fondatori della Città di Isaura

Questa associazione per la gioia della lettura è nata il 23 aprile 2018, tra sette amici, nella giornata mondiale del libro. I soci fondatori presentano se stessi e, nei rispettivi link ai libri-radice (quelli che segnano la vita), le diverse passioni per la lettura che li hanno portati fin qui:

Luciano Minerva [Narratore curioso]

libri-radice: Il giro del mondo in 80 giorni, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta

“Narratore curioso” ha scritto sull’ultimo biglietto da visita. Non “giornalista”, non “scrittore”, non “felicemente pensionato”, tutte definizioni corrette ma inadatte e incomplete.
Milanese di nascita (1949), romano di adozione dai vent’anni in poi, allievo, al Liceo Carducci, di Salvatore Guglielmino (sì, “il Guglielmino”, lui in persona!), laureato in Lettere.
Per anni ha pensato, lavorato, scritto articoli e saggi su sport e dintorni (Uisp e Arci Nazionale, poi giornalismo televisivo e insegnamento di sociologia dello sport). Alla Rai dal 1987 al 2009 (Tg2, Tgs, Rai International), negli ultimi dieci anni di lavoro, a Rainews24, ha virato verso le interviste a grandi scrittori di tutto il mondo, con la rubrica Incontri, per poi cimentarsi direttamente con la scrittura di un romanzo.
Ha scritto Lo sport (Ed. Riuniti, libri di base, 1982), Un matrimonio di interesse. Sport e televisione (con G. Iozzia), Servizio VPT Rai, 1986, Il pallone nella rete, Nuova Eri, 1990,
Una vita non basta. Memorie da una metamorfosi, Robin editore, 2013.
E’ autore, con Paolo Aleotti, del documentario Rai “Tutti i colori di una vita: Tiziano Terzani si racconta” (2006).

Stefano Lamorgese [facilmente irritabile]

libro-radice: L’oceano in punta di remi

Nato strabico, fu operato a 10 anni da un oculista distratto e rimase tale. Prima dell’intervento il suo occhio destro guardava un po’ troppo verso il naso; dopo, al contrario, cercava pigramente di guardare l’orecchio. Si accorse della persistenza del “difetto” guardandosi nello specchio dell’ascensore, mentre usciva per andare a scuola. Ne rimase spaventato e affascinato; i suoi occhi non convergevano: il destro se ne andava per conto suo, mentre il sinistro puntava dritto sull’oggetto dell’attenzione. Dove andasse a parare il suo occhio destro, non lo sapeva allora e non lo sa tuttora. Il fatto è che con l’occhio sinistro ha imparato a fare tutto quello che si chiede a un occhio: leggere, guardare, osservare, scrutare, fare l’occhiolino. Col destro – invece – non sa leggere; non sa guidare l’automobile; e percepisce i colori in modo alterato: il verde dei prati è sempre diverso da come glielo descrivono gli altri (d’accordo con l’occhio sinistro); in più: l’occhio destro è meno sensibile alla luce che ferisce chi ha gli occhi chiari. E i suoi sono verdi (della stessa tonalità).
La disarmonia visiva – niente sinossi, tridimensionalità incerta – è diventata la cifra della sua vita: sposato con una donna che ama, non ci convive. Vive proiezioni mecenatesche, ma è povero. Fa il giornalista per Report (Rai3), insegna (sociologia del pubblico dei musei, addirittura!) all’Università di Ferrara e ha anche scritto un bel tomo (I signori di Roma, NewtonCompton, 2015); ma sempre pensando ad altro. Soprattutto a come versare il vino nel bicchiere senza sporcare la tovaglia.

Francesca Minerva [biologica]

libro-radice: Le vene aperte dell’America Latina
Cresciuta in una casa piena di libri, ha iniziato fin da piccola a esplorare terre lontane attraverso autori di vari continenti. Finché il richiamo della Patria Grande si è fatto così intenso da trascinarla oltreoceano, non più solo con la fantasia. Tra la selva Lacandona del Messico, la Colombia e l’Amazzonia peruviana ha lavorato a fianco di organizzazioni indigene e conosciuto le loro lotte per la difesa de la Madre Tierra. Specializzata in cooperazione internazionale, ha diretto progetti per lo sviluppo di filiere agro-forestali sostenibili e la tutela della biodiversità. E li ha raccontati attraverso foto, reportage e video. Oggi si occupa di responsabilità sociale d’impresa e progettazione europea, nella Roma che ha imparato ad amare solo dopo averla guardata da molto lontano.

Olivia Quattrocchi [amante della natura]

libro-radice: L’ottavo arcano
Romana di nascita, classe 1979, ma con nonni del frosinate e di Merano. Un bel mix!
A Roma ci sono nata, ma sono cresciuta a Formello, come si diceva una volta “in campagna”, da quando avevo pochi mesi. Dalla culla in poi sono vissuta all’aria aperta, con prato e sole, sempre affiancata da un “fedele” compagno.
Proprio grazie a questo luogo ho sviluppato da subito un incondizionato amore per la natura, del quale ho preso consapevolezza solo in età più matura. Natura che oggi è una delle mie grandi passioni ed è diventata anche la base del mio lavoro:  da tre anni ho aperto, a Formello, il mio negozio di té, tisane, spezie e prodotti naturali, che oltre ad  essere un’attività commerciale, è più semplicemente la mia isola felice, il mio punto fermo, la mia ispirazione. Un luogo dove poter fare non solo commercio, ma qualcosa di più, e che proprio per questo è stato scelto come “Consolato di Formello” dell’associazione La città di Isaura, di cui sono, con grande onore, uno dei soci fondatori.
La seconda mia grande passione è l’architettura, con la quale, in famiglia, ho sempre avuto a che fare. Sia direttamente, per il lavoro dei miei genitori, sia indirettamente, per quello, in età giovanile, della mia nonna paterna. L’architettura è stata anche oggetto della mia prima fase di studi. Il piacere di progettare un oggetto o un ambiente ha, per me, qualcosa di davvero molto affascinante ed irresistibile. Ancora oggi.
La mia terza passione? Ovviamente la lettura. E terza non per importanza, ma per il fatto di essere ciò che ha accompagnato tutte le fasi della mia vita, da quando ero bambina, agli studi in età adulta e a quelli degli ultimi anni. Ma soprattutto sempre presente nei momenti di spensieratezza che ho voluto concedermi.

Silvano Piccardi [l’eterno dilettante della lettura]

libro-radice: Tom Sawyer
Attore, regista, autore, direttore di doppiaggio, consigliere di amministrazione di Nuovoimaie e…basta così. Mi piacerebbe che gli uomini tra loro e tra loro e la natura, trovassero un’amorosa convivenza armonica. Temo che non si sia su una buona strada….la nostra Città sia di buon auspicio.

Vittorio Picconi [vede bene soltanto col cuore]

libro-radice: Lettori selvaggi
Con Luciano Minerva ci siamo conosciuti nel 1987, durante i Mondiali di Atletica Roma ’87; lui lavorava all’ufficio stampa e io curavo l’immagine coordinata dell’Evento. Avevo realizzato soltanto da un anno il logo ufficiale dei Campionati del Mondo di Calcio Italia ’90, all‘età di 35 anni, nella piena maturazione professionale.
Negli anni a seguire, per una serie di ovvi collegamenti, la mia professione di grafico si è soprattutto sviluppata nel mondo dello sport. Sono seguiti i progetti dell’immagine coordinata di altri cinque Mondiali e la grafica di diverse Federazioni Sportive.
L’amore per i libri, e la viva curiosità mi hanno però sempre accompagnato come un binomio inscindibile e indispensabile per la mia professione.
Con Luciano ci siamo ritrovati, complice l’opera di Eduardo Galeano, dopo molti anni, in una caldissima serata estiva. Luciano e Alvaro Vatri, presentavano l’opera del grande scrittore uruguiano. Anche questo con Galeano fu un re-incontro: scrittore da me amato e letto anni prima. Da allora non ci siamo più persi, né con Galeano né con Luciano.
Alla nascita del progetto Isaura, è stato naturale aderire immediatamente, affiancando l’Associazione con il mio lavoro di grafico, cosa che obiettivamente mi riesce meglio.
Lascio volentieri a Luciano ad Alvaro e agli altri il compito della scelta e della lettura dei testi che ci accompagneranno in futuro.

Alvaro Vatri [l’essenziale è intendersi]

libro-radice: Pinocchio
Nato a Roma nel 1949. Diplomato in Pianoforte, laureato in Lettere Classiche, giornalista pubblicista. Dopo aver insegnato ed essere stato collaboratore della RAI come autore e conduttore di programmi radiofonici per Radiodue, dal 1980 ha lavorato come speaker del Telegiornale presso la RAI – Radiotelevisione Italiana. In ambito musicale è attivo come direttore di coro, “divulgatore” (conferenze, corsi e seminari accademici e pubblicistica), e dirigente nell’ambito dell’Associazionismo Corale Amatoriale Regionale e Nazionale.

 

IL VIAGGIO

Racconto di Anna Maria Brecciaroli

Terzo premio sezione pubblica del Concorso letterario “In viaggio sulla via Francigena

Avevo dimenticato cosa fosse il silenzio! Camminare e sentire solo il rumore dei miei passi. Avevo dimenticato l’odore dell’erba fresca di prima mattina bagnata dalla notte.
Avevo dimenticato i colori dei prati e delle chiome degli alberi e, il bianco delle nuvole come zucchero filato.
Avevo dimenticato il vento fresco sul viso; il rumore delle foglie, il volare degli uccelli e il bisbigliare dei boschi. Avevo dimenticato la polvere dei sentieri; le pozzanghere testimonianza di un acquazzone primaverile. Ma la cosa più importante avevo dimenticato di stare con me stessa.
Questo viaggio lo avevo desiderato tanto e, la Via Francigena era quello che volevo. Volevo riempirmi gli occhi di antichi paesaggi, passare in posti attraversati già dai nostri padri; volevo in un certo senso tornare a casa.
Mi era piaciuta l’idea del “turismo lento”; mi avrebbe dato l’opportunità di appagare i miei sensi, di misurare la solitudine e di pensare.
Un po’ di cose nello zaino, scarpe comode, mappa dettagliata del viaggio, un piccolo kit di pronto soccorso.
Il cammino era stato lungo ma piacevole. Ero arrivata quasi a Roma. Una delle mie ultime fermate fu Formello.
Mi ritrovai vicino la Via Cassia in un posto incantevole chiamato Valle del Sorbo, attraversata in tutta la sua lunghezza dal fiume Cremera creando forre e fitta vegetazione. Arroccato su di uno sperone roccioso il Santuario della Madonna del Sorbo, dove nel 1487 i frati del Carmelo fondarono un monastero. Una leggenda narra di un miracolo fatto ad un povero guardiano di porci mutilato ad un braccio al quale apparve la Madonna che lo guarì. Il Santuario è costituito dalla Chiesa ed altri edifici posti in più livelli dove si accede da scalette; nella piazzetta più alta vi è posto il Santuario stesso. Composto da tre navate con colonne costruite con blocchi tufacei. Qui si venera la Madonna il martedì dopo Pasqua (ho scoperto essere una tradizione formellese che trae origine da una contesa tra gli abitanti di Formello e Campagnano sulla gestione dei prati del Parco stesso in occasione delle gite della Pasquetta). La mia anima ed i miei occhi godevano davanti a tale meraviglia e misticismo.
Il fiume Cremera scorre solitario tra forre, piccole sorgenti ed un intrigo fitto di vegetazione quale grande coperta a protezione del fiume stesso. La Vecchia Mola con la cascata d’ acqua luogo di luci e penombre, fino ad arrivare a Grotta Franca. La tradizione vuole che si chiami così perché rifugio di briganti che riuscivano a farla “franca” dall’essere catturati quando si rifugiavano qui.
Anticamente vi era un tempio prima pagano poi cristiano. La leggenda racconta che verso l’anno Mille in questo posto ci fosse un maniero abitato da assassini e da un sanguinario cretese che rapinava donne sulla vicina Via Cassia; un giorno fu rapinata una pia donna spagnola che si dirigeva a Roma e fu imprigionata al buio nei sotterranei dell’edificio. Ella invocò la Vergine Maria che mandò un Angelo a soccorrerla. Il suo aguzzino se ne accorse e cercò di riprenderla così la Celeste Creatura lo fulminò riducendo tutto in un mucchio di rovine. Si parla che sotto quelle macerie vi sia sepolto un tesoro custodito da un mostruoso serpente e che nelle notti di plenilunio si aggiri un fantasma.
La storia mi riporta alla mente i terribili boati sotterranei che nel 56 a.C. sconvolsero la popolazione di Roma e, in che modo gli Etruschi differivano i fulmini; quelli che si scaturivano alla sinistra del cielo cioè da est erano segni divini favorevoli mandati ai mortali, gli altri che venivano da altre direzioni erano di cattivo presagio se non addirittura nefasti.
In questo posto si respira aria antica, aria che sa di storia. Aria che ti cattura tutto il corpo, che ti entra nelle ossa e che non ti lascia più.
Dopo avere da qui attraversato un sentiero sterrato, arrivai in paese.
All’ inizio pensai ad uno di quei paesi tipici di una periferia di una grande città come Roma.
Entrai nel centro storico attraverso un arco sormontato da uno stemma in peperino dei Chigi raffigurante armi e una torre coronata da merli ghibellini.
Il vano di ingresso coperto ha sul fondo una nicchia rappresentante la Resurrezione di Nostro Signore dove sopra di essa sormontata ancora dallo stemma Chigiano vi è la scritta “ORIENS AB OCCASU”. Posta lì come per ricordare a chi passava il ritmo perpetuo del giorno; per segnare il tempo che inesorabilmente passa sempre uguale; il giorno nasce e muore, poi rinasce e finisce sempre allo stesso modo e noi mortali assistiamo a questo.
……… Pensandoci bene apparteniamo anche noi alla medesima storia, che continua attraverso i secoli…… disse Frodo: “Sono i personaggi che se ne vanno quando è terminata la loro parte. La nostra finirà più tardi o a breve “.
Attraversai un secondo arco, ed entrando in Piazza S. Lorenzo con l’omonima Chiesa, potei ammirare Palazzo Chigi e l’Oratorio della Natività.
Davanti Palazzo Chigi si apre una via che porta al Centro Storico tagliando in due parti lo stesso con la Porta da Capo e la Porta da Piedi. Da qui si raggiunge la Chiesa di San Michele Arcangelo dal campanile stile Romanico che svetta sopra i tetti delle vecchie case.
Vasi di fiori emanano annosi profumi incoronando antichi balconi; vecchie piazzette vissute ora vuote ma dove immaginavo gente seduta a godere il fresco della sera, cumuli di fieno, stridii dei carri e canzoni di vivaci monelli.
Tagliando per il centro arrivai ad una discesa e proseguii; attraversai un sentiero odoroso di canne; qua e là cancelli di ville signorili. Avevo letto di questa scorciatoia per arrivare all’antica Città di Vejo dove si potevano ammirare lungo il cammino delle tombe antiche etrusche. Dopo aver camminato per una carrareccia attraversata da greggi di pecore e superato una piccola valle mi ritrovai davanti a scavi di tombe recenti. Si tratta di 4 tombe di epoca 650-670 a.C. posta sulla cinta muraria di Vejo, presumibilmente appartenenti allo stesso nucleo familiare. Nella prima tomba era sepolto un incenerato di sesso maschile giovane dentro di una olla dipinta con un serpente; in un’altra tomba una donna riconoscibile dal corredo di oggetti prettamente femminili e personali come gli strumenti per la filatura e fibule in argento. Lungo il lato destro vi era la sepoltura di un Principe con un ricchissimo corredo. Deposto in una urna bronzea posta sopra di un carro a grandezza naturale anche esso di bronzo. I resti combusti del giovane erano avvolti in un panno fermato da una fibbia d’argento e oro, insieme a un pugnale e lance uno scettro regale costituito da un fusto ligneo trapunto in argento a cui applicato un pomo di bronzo.
Gli etruschi avevano un forte culto per la morte. Per cui la tomba era il modo più normale per mantenere una memoria storica al sacro vincolo di sangue; è l’umana e intima necessità di ricordare il passato di cui si doveva tramandare il valore e la saggezza. Da queste parti è facile trovare tombe poste sulle antiche strade di accesso alla città di Vejo. Tutti i giorni andando nei campi e col gregge e la sera tornando a casa, ognuno aveva modo di dedicare un pensiero ai loro morti, ma anche a riflettere.
Chissà chi era quel giovane principe, forse un guerriero? quel carro bronzeo gli apparteneva? Era morto in battaglia? da eroe?
……. La guerra è indispensabile per difendere la nostra vita da un distruttore che divorerebbe ogni cosa; ma io non amo la lucente spada per la sua lama tagliente, né la freccia per la sua rapidità, né il guerriero per la gloria acquisita. Amo ciò che difendo: la città degli Uomini di Numenor; e desidero che la si ami per ciò che custodisce di ricordi, antichità, bellezza ed eredità di saggezza……
Non tutto quel ch’è oro brilla; né gli erranti perduti; il vecchio che è forte non s’aggrinza; le radici profonde non gelano; dalle ceneri rinascerà il fuoco. L’ombra sprigionerà una scintilla; nuova sarà la lama ora rotta e Re quel ch’è senza corona.
Dopo aver attraversato un fitto boschetto mi ritrovai in una immensa vallata dove potevo scorgere in lontananza Roma. Ciao Formello!!! Varcavo ora il confine verso la Città Eterna. Eccomi Roma. Un pellegrino non deve mai guardare indietro, ma in questo caso mi girai. Il mio Viaggio era giunto al termine, e pensavo a quanto fosse vero quel detto “ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi “.

La foto è di Luigi Plos

IL CAMMINO DI DOLORES

Racconto di Monica Serra e Michele Damiani

Primo premio sezione pubblica del Concorso letterario “In viaggio sulla via Francigena”

Le mattine di maggio erano quelle che Laura e Marco preferivano. Le vie intorno al casale in cui vivevano, su via di Grottefranca, si vestivano di primavera, e in quella stagione era una gioia passeggiare tra ginestre e papaveri in fiore. Scendendo da Mont’ecco, incrociarono un gruppo di pellegrini. Se ne vedevano molti, in giro, a percorrere la Via Francigena in direzione di Roma, provenienti da ogni parte del mondo.
– Secondo te, da dove vengono? – chiese Marco. Non aveva mai avuto particolare interesse per le lingue e non riusciva a decifrare lo strano chiacchiericcio pieno di “r” che riempiva la via.
Laura tese l’orecchio, una ruga di concentrazione si disegnò sulla sua fronte e dopo un po’ sparì.
– Spagnoli! – esclamò e corse via, superando il gruppetto che si sbracciò in risposta al suo saluto. Preso alla sprovvista, Marco la inseguì fino all’arco che sovrastava l’ingresso del borgo. Era veloce, sua sorella, la ragazzina più veloce che conoscesse! La raggiunse con il fiato corto davanti al Palazzo Chigi.
– Dai, lentone, altrimenti la biblioteca chiude!
La scuola era quasi finita, ma la prof di italiano non sembrava essersene ancora accorta e, come ogni sabato, i due gemelli avevano un libro da iniziare a leggere per il mercoledì successivo.
Anche il gruppo di pellegrini era arrivato davanti al Palazzo.
– Hola! – Una ragazza dal naso lentigginoso e i lunghi capelli rossi raccolti in una coda di cavallo si avvicinò ai due fratelli. – ¿Puedes decirme donde està el albergue? – Ci pensò su un istante, poi specificò. – Maripara.
– Cercano l’ostello! – esclamò Marco, entusiasta di aver capito. Gesticolando, indicò alla straniera il portone del palazzo e le finestre del secondo piano. Lei parve comprendere.
 – Gracias! – disse, poi fece segno ai compagni di seguirla e salì le scale. Il gruppetto scomparve oltre la grande porta di legno, lasciandosi dietro il suono di esclamazioni sorprese alla vista del bellissimo cortile.
Anche i gemelli varcarono la soglia ed entrarono in biblioteca.
– Prenderò un libro sulla Francigena – disse Marco.

– Hai ragione, sarebbe stato bello avere qualche storia su Formello da raccontare a quei pellegrini.
Dietro al bancone c’era un signore di una certa età che non avevano mai visto. Alzò gli occhi dal libro che stava leggendo e li guardò attentamente.
– È sulla Francigena, quello? – chiese Laura affacciandosi oltre il mobile e sbirciando le pagine ingiallite. – Sembra molto vecchio.
Il bibliotecario si sistemò gli occhiali che erano scivolati giù per il naso e la fissò con occhi simili a punte di spillo.
– Oh, sì. Ma non è questo, il libro che cercate. Certo, parla della Francigena e della sua storia. Ma non credo che siate pronti per lui.
Laura non riusciva a leggere i caratteri sbiaditi, ma restò male per il tono usato dal bibliotecario. Cosa credeva, che fossero due ragazzini stupidi? Che ne sapeva, lui, della professoressa Pinzi che aveva insegnato loro a leggere ogni cosa, fosse pure il più bislacco saggio storico?
– Beh, può tenerselo. Non pare così interessante – replicò. Prese Marco per la manica e lo trascinò nella sala contigua, piena di scaffali traboccanti di libri.
– Sei una rompiscatole – la rimproverò il fratello, ma lei si strinse nelle spalle.
– È lui che ha cominciato. Cerchiamo il nostro libro, qui ce ne sono mille meglio di quello che stava leggendo quel tipo.
Laura si diresse allo scaffale sulla Francigena, mentre Marco scorreva i titoli dei libri per ragazzi. Ancora non avevano deciso quale testo scegliere, quando il nuovo bibliotecario si affacciò alla porta.
– Ragazzi, devo uscire a fare una piccola commissione. Posso lasciarvi da soli per qualche minuto?
– Ma certo! – rispose Marco, eccitato all’idea di diventare il custode di tutti quei volumi, anche solo per pochi minuti. L’uomo alzò il pollice e uscì. Laura andò dietro al bancone. Il vecchio libro era ancora lì, aperto su una pagina illustrata. Il disegno ritraeva una giovane in abiti antichi, in cammino lungo un sentiero che si perdeva tra i campi.
– Che fai? – Marco si guardò attorno, nervoso, quando Laura chiuse il libro e se lo mise sotto il braccio.
– Ho scelto il libro da leggere per mercoledì – rispose lei. Dalla vetrata che dava sul cortile vide il bibliotecario che stava tornando. – Andiamo!
Corsero fuori dalla biblioteca, col cuore in gola, e quando incrociarono l’uomo questi, anziché arrabbiarsi alla vista del libro, sorrise e li lasciò andare.
Uscirono dal borgo, senza accorgersi che le solide mura di pietra tremolavano come fossero immagini riflesse nell’acqua. Qualcosa di strano stava accadendo al paesaggio, era come se il tempo si stesse riavvolgendo e le cose tornassero a essere com’erano dieci… cento… cinquecento anni prima!
I gemelli correvano verso casa e quando furono a Grottefranca, a malapena riconobbero la via. Non c’era più l’asfalto, ma solo prati e una via sterrata sulla quale avanzava un carretto trainato da un asino.
– Che cavolo è successo? – chiese Marco, fermandosi nel punto in cui avrebbe dovuto esserci il cancello della vecchia casa in cui abitavano. Laura si bloccò accanto a lui, perplessa, tenendo il libro ben stretto.
– Non lo so…
– Guarda! – esclamò suo fratello, indicando un casale che si ergeva tra l’erba punteggiata di papaveri. Sembrava casa loro, in verità, ma la costruzione non era ancora completa.
Laura corrugò la fronte, come per catturare un ricordo. Aprì il libro alla pagina illustrata che il bibliotecario aveva lasciato bene in vista e la mostrò a Marco. Sullo sfondo del sentiero su cui la ragazza camminava poggiandosi a un bastone c’era una casa… Quella casa!
I gemelli si guardarono, più sorpresi che spaventati, mentre il cielo sopra di loro si copriva di nuvole.
– Troviamo un riparo – disse Marco – e cerchiamo di capire cosa sta succedendo.
– D’accordo. Credo che quella grotta possa andar bene.
Corsero verso il riparo roccioso che si trovava a lato della strada e si accucciarono in fondo.
Le prime gocce di pioggia vennero giù con un suono ritmico, nel silenzio della campagna.
Laura aprì il libro alla pagina che tanto l’aveva colpita e iniziò a leggere.
– Il cammino di Dolores.
– Somiglia a quella che cercava l’ostello, non ti pare? – domandò Marco, puntando l’indice sui capelli rossi della ragazza ritratta nel disegno.
Laura lo zittì.
– Fammi leggere. E comunque, sì, è vero, le somiglia. – Con la voce impostata (faceva scuola di teatro ed era anche piuttosto brava), iniziò a leggere. – Dolores de Vega aveva percorso mezza Europa per recarsi a Roma. Camminava da mesi e aveva quasi raggiunto la sua meta, quando si trovò a passare per Formello.
I due ragazzi erano talmente presi dalla lettura che non si accorsero che, per ogni parola pronunciata, un oggetto d’altri tempi compariva nella grotta. In breve, il rifugio improvvisato si trasformò in un magazzino pieno di attrezzi per il lavoro nei campi.
– Mancava poca strada per arrivare all’Urbe e il gruppo di pellegrini con cui Dolores viaggiava era in preda all’euforia. Mentre passavano per Grottefranca, però, furono aggrediti dagli sgherri di Cretonis, il signorotto locale.
Delle grida provenienti dall’esterno della grotta costrinsero i gemelli ad alzare gli occhi dalla pagina. Quale stupore nel notare che l’ambiente intorno a loro era totalmente diverso dalla vuota spelonca in cui avevano cercato riparo dalla pioggia! Marco si alzò e si avvicinò alle botti che si erano materializzate accanto alla parete. Annusò l’aria.
– È odore di vino, come quello che fa il nonno…
Un nuovo grido ruppe il silenzio. Laura posò il libro in terra e raggiunse il fratello all’imboccatura della spelonca. Lo spettacolo che si presentò loro fu terribile. Alcuni pellegrini cercavano di difendersi con i bordoni dall’assalto di un gruppo di uomini armati di spade. Il temporale aveva sciolto la via in una melma molle e appiccicosa e tutti erano ricoperti di fango. In mezzo agli assaliti, i gemelli riconobbero la ragazza del libro. Marco afferrò un forcone poggiato alla parete, intenzionato a gettarsi in difesa della pellegrina, ma l’oggetto svanì fra le sue dita.
Lo scontro fu breve. In pochi minuti i viandanti furono disarmati e ridotti in ceppi. Uno dei ceffi dall’aria feroce, armato fino ai denti e accompagnato da un enorme mastino, si avvicinò alla grotta. Prima di comprendere cosa stesse accadendo, Laura e Marco si ritrovarono prigionieri in una cella buia e maleodorante, dietro a una robusta grata. Al posto dei tini c’erano un paio di secchi luridi, gli attrezzi contadini erano spariti e dalle pareti penzolavano catene di ferro. Dovevano esserci altre celle, poiché nelle vicinanze si udivano lamenti sommessi. Una voce, in particolare, si distingueva dalle altre. Vibrava di paura e coraggio al tempo stesso.
– Ave, Maria, grátia plena, Dóminus tecum. Benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui, Iesus.
I gemelli riconobbero la preghiera, l’avevano imparata in latino durante gli incontri di catechismo dell’anno precedente. Vincendo lo spavento, si presero per mano e si unirono all’invocazione.
– Sancta María, Mater Dei, ora pro nobis peccatóribus, nunc et in hora mortis nostrae.
A poco a poco, gli scrosci del temporale si smorzarono in un picchiettio leggero e i tuoni, che fino a quel momento avevano scosso le pareti della grotta, cessarono.
Una luminosità improvvisa, calda e intensa, si diffuse nella cella. Una figura alta, vestita di un semplice abito bianco, passò lentamente davanti alla grata di ferro, silenziosa, leggera, come se camminasse su una nuvola. Capelli d’oro fluttuavano intorno al viso d’alabastro e un sorriso gentile avvolse i ragazzi. La creatura – era un uomo? Una donna? I suoi lineamenti erano così perfetti che non avrebbero saputo dirlo – passò oltre e si fermò qualche cella più in là. La sua voce pacata arrivò come una carezza e sembrò purificare la spelonca. Le pareti sembravano meno laide, adesso, e la sporcizia si ritirava nell’ombra degli angoli mentre le parole dell’essere illuminavano l’ambiente.
– Dolores – disse e la ragazza smise di pregare. Ci fu un rumore di catene spezzate, di sbarre divelte, poi uno scalpiccio davanti alla cella. I pellegrini spagnoli si dispersero nel cunicolo da cui il tipo vestito di luce era venuto. I ferri che sbarravano la grotta in cui Laura e Marco erano rinchiusi svanirono nell’istante in cui la creatura passò, portando in braccio Dolores.
Pareva svenuta, e i suoi capelli ondeggiavano come fiamme sull’abito luminoso. L’alta figura guardò i gemelli con occhi antichi come il mondo e s’incamminò nel corridoio. Sempre tenendosi per mano, Laura e Marco lo seguirono; la sua veste sembrava intessuta di raggi di sole e spargeva luce per tutte le gallerie che attraversavano.
Un abbaiare feroce accompagnato da imprecazioni tremende proveniva dal buio che si lasciavano alle spalle, ma furono all’esterno prima che le canaglie li raggiungessero. I gemelli corsero verso un gruppo di querce e si accucciarono al riparo dei tronchi robusti, a osservare la scena con il cuore che batteva al pari di un tamburo impazzito.
Aveva ripreso a piovere e si trovavano all’esterno di un tetro castello che non avevano mai visto prima. La notte sembrava voler scivolare nel violetto dell’alba senza riuscirci e l’unica luce era quella emanata dal vestito bianco dell’essere misterioso. Lo videro deporre delicatamente Dolores, che restò nell’erba, priva di sensi, e fronteggiare l’uomo che uscì dal maniero agitando un enorme spadone, vestito con un’armatura da nobile e circondato da un branco di mastini inferociti.
Sotto gli occhi stupefatti dei gemelli, la creatura dispiegò un paio d’ali più lucenti del sole, illuminando a giorno ogni cosa. L’angelo – perché, sembra assurdo, ma quello era proprio un angelo – alzò un braccio verso il cielo, che iniziava a scolorare in un timido azzurro, e pronunciò tre parole, semplici, ma incomprensibili a orecchio umano. Poi puntò il dito in direzione del signorotto. Un fulmine più bianco del latte saettò nell’albore indistinto e si schiantò sul petto dell’uomo, spingendolo indietro con una forza inaudita. L’armatura si accartocciò contro le mura della rocca; le pietre tremarono e si staccarono le une dalle altre, crollando con un fracasso tremendo a seppellire il corpo del castellano.
Dal terreno spuntarono rami sottili che si fecero sempre più spessi e robusti, mentre strisciavano fra i ruderi e s’avvinghiavano ai resti del maniero ricoprendolo di una fitta coltre di foglie.
L’angelo scomparve nei raggi del sole nascente e Dolores si tirò su. Per un attimo, i suoi capelli arsero come fuoco nella luce del mattino, poi la ragazza si volse in direzione dei gemelli, alzò una mano in segno di saluto e svanì nel primo soffio di brezza.
Laura e Marco si guardarono, incapaci di parlare. Le cose intorno a loro, a mano a mano che il sole illuminava la via, assumevano contorni sempre più definiti e familiari. Il casale del nonno si stagliava solido in mezzo a un tripudio di papaveri e ginestre; in fondo alla strada, disceso Mont’ecco, il borgo mutava rapidamente aspetto: una torre, poi tre, due…
– Forse è meglio restituire il libro – osò Marco. Laura non trovò nulla da opporre. Si avviarono verso il paese, proprio mentre una nuova torre s’innalzava oltre le mura, una bizzarra costruzione moderna che contrastava con l’antico palazzo eppure s’integrava perfettamente in esso. Varcarono il portone, furono nel cortile e incrociarono il gruppo di pellegrini spagnoli che uscivano dall’ostello. Chiacchieravano e ridevano, con quell’allegro arrotare le parole caratteristico della loro lingua. La ragazza con le lentiggini li salutò, poi uno dei suoi compagni di viaggio la chiamò.
– Dolores, vamos a ir!
A sentire quel nome, Laura e Marco sgranarono gli occhi e guardarono i viandanti allontanarsi verso piazza San Lorenzo.
Il bibliotecario si avvicinò e tolse con delicatezza il libro dalle mani di Laura. Lo sfogliò, poi rivolse uno sguardo complice ai gemelli.
– Ah, la magia dei libri! – Aprì alla pagina del sommario e passò il dito sui titoli in grassetto. Il suo sorriso prometteva misteri e avventure. – Allora, ragazzi, quale storia volete rivivere oggi?

IL CONSOLATO DI FORMELLO DELLA CITTA’ DI ISAURA

La città di Isaura è, per definizione di chi l’ha inventata, Italo Calvino, invisibile. E’ la prima delle “città sottili” di cui Marco Polo narra al Gran Khan.
Città invisibile ma diffusa, nella nostra interpretazione. I mille pozzi che la caratterizzano hanno già cominciato a generare (lo testimonia questo sito) le prime idee, progetti e iniziative. Non solo nel mondo della rete virtuale, per sua natura invisibile, ma a Ostia, a Viterbo e, con le tre iniziative dell’Estate 2018, a Formello, sede di quest’Associazione per la gioia della lettura.
Dal 4 luglio, l’Associazione a Formello ha una sua sede di rappresentanza per iniziative semplici come possono essere la presentazione di un libro, letture ad alta voce e incontri. La sede è quella dove lavora quotidianamente la socia fondatrice e tesoriera dell’Associazione, Olivia Quattrocchi e che, già prima della fondazione della nostra Città, è un simpatico luogo di incontri e iniziative: Te natura, un negozio dove vige il culto della Qualità e della curiosità, in via Roma 16. In coincidenza con la prima iniziativa, la presentazione di Una vita non basta. Memorie da una metamorfosi, di Luciano Minerva, apre così la sede del nostro “Consolato di Formello”, con tanto di insegna con logo disegnato da Vittorio Picconi, altro socio fondatore di Isaura. Se gioia della lettura dev’essere, divertimento ci sia, anche nell’invenzione dei nomi e sulle mappe, ma l’immaginazione a volte può produrre anche realtà, l’unico Consolato presente a Formello. Che sia di una città immaginaria è un tocco di fantasia in più….

L’AMICIZIA, MOTORE DELL’ASSOCIAZIONE

Era un pomeriggio d’estate, due anni fa. Alvaro Vatri e io siamo amici da quando cominciai a coinvolgerlo, come speaker Rai, per la rubrica Incontri, chiedendogli in prestito la voce da dare agli scrittori stranieri per la traduzione italiana e da regalare a una lettura attenta e sensata dei testi. Da amante della letteratura qual è, fu naturale andare oltre la collaborazione di ruoli, coinvolgerlo nei montaggi e nelle scelte da fare, un’intervista dopo l’altra. Da quando siamo in pensione ci sentiamo e vediamo con la stessa frequenza, non più “per lavoro”. Da una delle nostre lunghe e amabili chiacchierate … sull’Universo scaturisce, in quel pomeriggio d’estate, un’idea sul rapporto tra la natura e i libri. Perché – ci chiediamo – si stanno diffondendo le iniziative di musica nella natura (con Mario Brunello e il suo violoncello a far da apripista sulle Dolomiti e decine di altre a seguire), mentre le letture di libri restano prevalentemente riservate ai teatri o sale al chiuso e nelle piazze delle città?

Perché gli ambienti naturali non possono ospitare, insieme alla musica e all’arte figurativa (anche la Land Art sta ormai prendendo piede), il piacere di leggere e ascoltare? Perché non usare gli scenari naturali per arrivare, grazie alla voce, più vicini al cuore e alla sensibilità più profonda di chi ha scritto e di chi ascolta? Qualche esempio di apripista c’è anche in questo campo, nulla si inventa dal nulla. Una quindicina di anni fa ero rimasto colpito dalla lettura di Dante da Sandro Lombardi, di sera, nel parco di una villa palladiana. Sista Bramini, col suo gruppo preparato, affiatato e delizioso di O’ Thiasos, recita quasi esclusivamente in spazi naturali, riscoprendo ovunque i genius loci e la sua esperienza è stata raccontata in un libro sul Teatro Natura.

A me piace creare nomi, prima ancora di passare ai progetti. E così mi venne in mente, quel giorno, “Librinparco”. Il nome restò lì, nella mente e in un appunto. Poi….poi sono successe molte cose, tutte intorno alla relazione tra natura e cultura. Avevo intervistato nel 2003 Libereso Guglielmi, il giardiniere che lavorava coi genitori di Calvino, coetaneo di Italo e cresciuto con lui. Da lui alla rilettura del Barone Rampante il passo è stato breve. E cosa c’era di più bello di proporre una riduzione di questo romanzo da leggere nell’ambiente naturale dei Parchi? La rilettura di Italo Calvino è stato il centro intorno a cui abbiamo ruotato per mesi, scoprendone la grande attualità, quella dei classici della letteratura. E così abbiamo cominciato a pensare a un’associazione capace di portare in tour questa lettura, base ideale per una manifestazione da chiamare Librinparco. Una volta trasferitomi a Formello, a un chilometro da Alvaro, tutto è stato più semplice, compresa la realizzazione di un’idea associativa.

Abbiamo cominciato così ad aggregare, per interessi affini, uno alla volta, gli altri cinque soci cofondatori di Isaura: Francesca Minerva, mia figlia, che tra i libri di casa ha sguazzato sempre, fin da bimba, accrescendone poi ed ampliandone la collezione con libri sui temi della solidarietà e della salvaguardia dell’ambiente (e non solo); Vittorio Picconi, ora autore del nostro logo, oltre a quello di Italia ’90 e altri sopraffini, carissimo amico ritrovato dopo anni, guarda caso, in una lettura pubblica di Eduardo Galeano allestita da me e Alvaro; Stefano Lamorgese, amico inseparabile, compagno d’avventura prima a Rainews, poi nel lungo viaggio di Paul il polpo dalla realtà alla fantasia del mio unico romanzo, Una vita non basta. Memorie da una metamorfosi; Silvano Piccardi, attore-doppiatore-regista-autore, con cui ci siamo scoperti subito affini, per interessi e sensibilità, in un evento dedicato a Venezia a Tiziano Terzani e con cui siamo stati coautori di spettacoli con video, letture e musiche in festival letterari; Olivia Quattrocchi, una giovane donna conosciuta, con Alvaro, da pochi mesi: gestisce un negozio di the-erboristeria a Formello che ha nella Qualità la sua caratteristica principale ed è già oggi, di fatto, un luogo di dialoghi improvvisati e una sorta di salotto letterario.

Ogni Associazione un po’ reale un po’ utopica come la nostra è come una città invisibile…e così siamo di nuovo a Italo Calvino. Isaura è la prima “città sottile” delle sue Città invisibili, che mette in relazione proprio il Visibile e l’Invisibile e ha il suo territorio verdeggiante che coincide con le parti di sottosuolo dove scorre l’acqua.

Isaura (nome scelto dopo un sondaggio fra una trentina di amici) ci corrisponde. E’ il nome di una Città invisibile, ma anche di una pianta e persino di …un polpo, animale cui ho dedicato il mio primo e unico romanzo. Quanto alla “gioia della lettura”, scopo manifesto del nostro programma, ce l’ha involontariamente suggerito un intervento di Lella Costa a Libri come, a Roma, sulla lettura come esperienza capace di produrre gioia. Ci siamo tutti subito riconosciuti, per conoscenza diretta, sulla nostra pelle. Ed eccoci qua, pronti a viaggiare, e speriamo di farlo con leggerezza calviniana, sull’onda delle parole e delle voci.

Buon viaggio a noi e a tutti coloro che incontreremo da oggi in poi, a partire da chi ci legge qui.

Luciano Minerva