Eduardo Galeano, il cacciatore di storie si presenta. “Scrivere stanca, ma consola”

Che grande regalo ci ha lasciato Eduardo Galeano! Il suo ultimo libro, Il cacciatore di storie, finalmente pubblicato in Italia per Sperling & Kupfer, fortemente atteso, voluto, tradotto da Marcella Trambaioli (sua traduttrice da 25 anni), è in libreria. Da non perdere, da leggere centellinando pagina per pagina, da gustare riga per riga e frase per frase, perché la sapienza di questo scrittore nel mettere insieme pensieri e parole e concetti, cogliendone e offrendone sempre l’essenza, è davvero unica e impagabile.
Noi de La città di Isaura lo consideriamo una specie di spirito-guida. L’incontro con lui, a Montevideo nel 1996, per Tg2 Dribbling, è stato un prologo, quattro anni prima di Incontri, di quella che sarebbe stata la serie di interviste a grandi scrittori, seguito da questa intervista realizzata a Roma nel 1999.
E ancora, per conoscerlo più da vicino, c’è  il nuovo video pubblicato dalle Teche Rai,  con l’intervista realizzata al Festivaletteratura di Mantova nel 2008. Il binomio di lettori Alvaro VatriLuciano Minerva è nato, in pubblico, grazie a lui, pochi mesi dopo la sua scomparsa. E dovunque possiamo lo portiamo, per farlo conoscere. (Il 30 maggio nella Biblioteca comunale di Formello, il 4 luglio a Brescia, nell’Ambiente Parco e poi dovunque sia possibile…). Perché non è davvero giusto che un personaggio di questo tipo  (non solo come scrittore) resti conosciuto da pochi, messo e conservato in una nicchia di aficionados. Tanto più oggi, col bisogno che c’è di cultura e di umanità (e di rispetto per l’umanità).
Il cacciatore di storie comprende anche, eccezionalmente, qualche pagina autobiografica (nell’ultima parte del libro chiamata Vademecum). Ve ne offriamo un assaggio, due paginette preaiose in cui è lui stesso a presentarsi.

Autobiografia completissima

Nacqui il 3 settembre 1940 , mentre Hitler divorava mezza Europa e il mondo non aspettava niente di buono.
Da quando ero molto piccolo ho una grande facilità a commettere errori. A furia di sbagliarmi, ho finito con il dimostrare che avrei lasciato una traccia profonda del mio passaggio per il mondo.
Con la sana intenzione di approfondire la traccia, sono diventato scrittore, o almeno ho cercato di esserlo.
I miei lavori di maggior successo sono tre articoli che circolano in internet con il mio nome.
Per strada la gente mi ferma per farmi i complimenti, e ogni volta che capita mi metto a sfogliare la margherita: “mi uccido, non mi uccido, mi uccido…”
Nessuno di quegli articoli è stato​ scritto da​ me.

Brevissimo profilo dell’autore

Potrei benissimo essere il campione mondiale dei distratti, se il campionato esistesse: con frequenza confondo la data, l’ora, il luogo, mi costa distinguere la notte dal giorno, e manco agli appuntamenti perché rimango addormentato.
La mia nascita ha confermato che Dio non è infallibile; pur tuttavia non sempre mi sbaglio nel momento di scegliere le persone che amo e le idee in cui credo.
Detesto i lagnosi, odio i piagnoni, ammiro chi sa sopportare in silenzio i colpi del destino, e per fortuna non manca mai un amico che semplicemente mi dice di continuare a scrivere, che gli anni aiutano e che la calvizie è provocata dai troppi pensieri ed è una malattia professionale.
Scrivere stanca, ma consola.

Io amo. Piccola filosofia dell’amore. Estratti dal libro di Vito Mancuso

Sono infiniti i libri che parlano dell’amore, che ne indagano le forme, i modi, le connessioni. Tra i più recenti c’è Io amo. Piccola filosofia dell’amore, di Vito Mancuso, edito da Garzanti nel 2014. A questo testo abbiamo dedicato due incontri a Formello, suscitando l’interesse di lettori di ogni età, perché Mancuso sa porre domande, introdurre riflessioni e toccare temi  che riguardano tutti.
Come abbiamo già fatto per altri libri sui valori, come  Rispetto di Richard Sennett, Solidarietà. Un’utopia necessaria di Stefano Rodotà, Onestà di Francesca Rigotti, Sincerità di Andrea Tagliapietra, proponiamo qui la scelta di alcuni brani attraverso cui ripercorriamo, in breve le pagine del libro di Mancuso.

Avvertenza: La scelta di questi brani non può né vuole essere esaustiva. E’ uno dei tanti possibili percorsi attraverso un libro, che permettono, a chi non l’ha ancora letto, di conoscerne alcune parti, di provarne piccoli “assaggi”, che trasmettano il sapore del linguaggio, del ritmo, del pensiero dell’autore.

Il primo innamoramento

Dov’eri, cosa pensavi, cosa facevi, quando la freccia di Eros ti trafisse per la prima volta?
La complessità del fenomeno amore richiede che esso venga accostato da più di una prospettiva. Si tratta infatti di considerare ciò che la natura fa in noi, ovvero la dimensione passiva dell’amore; ciò che noi facciamo di noi stessi, ovvero la dimensione attiva dell’amore; e infine l’unione consapevole di noi con la natura, ovvero il senso complessivo del nostro essere qui.

Espansione cosmica

Da dove viene l’onda che costituisce il colpo di fulmine? Le onde del mare sono prodotte dal vento, le onde della luce e degli altri fenomeni elettromagnetici sono prodotte dal sole, le onde acustiche della chitarra sono prodotte dalle dita di chi fa vibrare le corde, ma qual è la sorgente dell’onda dell’innamoramento? Non è la persona di cui ci si innamora, la quale anzi spesso all’inizio neppure si accorge di “avere fatto colpo”; neppure si può dire che la sorgente sia lo stesso soggetto che si innamora, visto che in molti casi si è ben lontani dal volersi innamorare, a volte nemmeno di quella particolare persona. Quindi la sorgente dell’onda sembra non trovarsi né in chi è l’oggetto né in chi è il soggetto dell’innamoramento. Eppure l’innamoramento si dà.
Dal vuoto nella sua assoluta oscurità sorgono all’improvviso come dei lampi di luce, prime tracce dell’essere. Dicono che il nostro universo ebbe origine da queste oscillazioni del vuoto quantistico. Quello che è certo è che noi umani siamo un pezzo di universo. Noi siamo un frammento così minuscolo dal punto di vista quantitativo da risultare assolutamente insignificanti. E tuttavia, considerando le cose dal punto di vista qualitativo, quello cioè dell’informazione implicata nell’organizzazione dell’energia e della materia,​ noi umani ​risultiamo un elemento molto significativo dell’universo e della sua evoluzione.
Ipotizzo che la purezza del sentimento nasca dall’oscurità dell’impulso erotico, e che a sua volta l’impulso erotico sia il modo mediante cui il caos originario o energia oscura che muove verso l’espansione si manifesta dentro di noi. L’espansione è la legge fondamentale dell’universo, e l’impulso erotico è la modalità mediante cui essa si dà nei viventi. Eros introduce caos nel sistema coordinato dell’individuo originariamente concepibile come monade unica e solitaria. E da questo caos si origina un più alto livello di organizzazione della materia. L’impulso erotico è il caos che bussa alla porta, o che per meglio dire la batte con impeto e sconvolge l’ordine esistente al fine di crearne uno nuovo, più complesso, ma sempre a sua volta incalzato dal caos.

Gravitazione universale

Ogni fenomeno fisico è sottoposto alla legge della gravitazione universale, dinamica opposta rispetto all’espansione; e ovviamente anche l’amore, in quanto fenomeno fisico, le è a sua volta soggetto. Questo fa sì che gli esseri umani vogliano amare ed essere amati, vogliano cioè gravitare attorno a un centro di gravità (amare) e diventare a loro volta un centro di gravitazione per altri (essere amati).
Io sono convinto che la vita affettiva dipenda dall’equilibrio tra queste due direzioni della forza dentro di noi. […] Occorre trovare il giusto equilibrio tra donare e ricevere amore, perché tutto nella vita dipende dal giusto equilibrio delle forze.

Come una torta a più piani

Quando ci si innamora, in gioco c’è anzitutto il corpo della persona che ci attrae con le sue forme, le sue movenze, i suoi odori; c’è la voce con il timbro e la musicalità, gli occhi con il colore e le linee che trasmettono, i capelli con il taglio e le atmosfere che creano, le mani che con la loro forma e il movimento suscitano il desiderio di venirne accarezzati. Si può però escludere la psiche, il carattere, il temperamento che si esprimono mediante il corpo? Le manifestazioni del corpo sono un’espressione diretta della personalità complessiva, psiche e spirito compresi. […]
Se a innamorarsi è un essere umano per il quale la dimensione spirituale non gioca alcun ruolo, perché non la coltiva né la cerca, l’azione degli ormoni in lui sarà pressoché totalizzante, in quanto è solo la psiche orientata al piacere del corpo ad avere rilevanza. Se invece a innamorarsi è un essere umano per il quale la dimensione spirituale gioca un ruolo significativo in termini di valori etici, di criteri estetici, di orientamento sociale e politico, l’azione degli ormoni sarà sempre mediata dalla consapevolezza e dalla capacità di valutazione responsabile.

Invaghirsi

Occorre distinguere bene l’innamoramento dal fenomeno che con esso presenta molte analogie, ma ne differisce radicalmente quanto all’essenza, e che chiamiamo invaghimento o anche infatuazione, sbandata, cieca passione. […] Nell’innamoramento [l’onda del colpo di fulmine] colpisce quella parte della mente tradizionalmente chiamata cuore. L’invaghimento invece interessa un’altra parte della mente, ben distinta dal cuore, dalla quale promana il desiderio detto concupiscenza.
La persona innamorata trasfigura l’intera personalità della persona amata, la persona invaghita invece ne ingigantisce la carica erotica.
La differenza tra innamoramento e infatuazione segnala la grande distanza che intercorre tra diversi fenomeni accomunati dal linguaggio ordinario sotto il medesimo nome di amore, che per questo viene essere uno dei termini più ambigui del nostro linguaggio.
Così oggi tutti dicono amore, ma i più intendono invaghimento. Agiscono sull’altro per sedurlo, e non sanno che l’amore al contrario esige che si agisca su di sé, preparando la propria persona in corpo e anima per generare la nobiltà richiesta dall’amore.

Trasfigurazione

Si parla legittimamente di innamoramento solo a condizione che vi sia un’effettiva novità, qualcosa di inaspettato e anche un po’ doloroso, di imprevisto e non-voluto e soprattutto tale da sconvolgere e rivoluzionare l’esistenza. La prima visione è una trasfigurazione. Nell’innamoramento infatti non si considera la realtà come materialmente è, ma si riveste di fascino l’oggetto della propria visione trasfigurandolo in un essere ideale.La trasfigurazione nell’amore non cessa mai e accompagna anche l’amore maturo, quando appaiono le rughe della vecchiaia, perché se queste vengono guardate da un occhio che ama acquistano un valore diverso, come i volti dei vecchi nei dipinti di Rembrandt. L’arte sa trasfigurare anche la decadenza fisica, il dolore, la malattia, la pena, la miseria. E lo stesso sa fare l’amore.

I diversi tipi di amore (dal punto di vista di chi ama) 

L’esperienza amorosa si manifesta in chi la vive secondo tre fondamentali modalità: come attrazione del corpo, in questo caso si ha l’amore erotico (eros); come attrazione del sentimento, in questo caso sia l’amore sentimentale (philìa); come attrazione dello spirito e in questo caso sia l’amore spirituale (agàpe).
Questi diversi tipi di amore dipendono dalla pluridimensionalità dell’essere umano e vengono generati a seconda della dimensione del nostro essere che entra in gioco. Quando la nostra energia viene attratta in modo irresistibile al livello del corpo si ha eros o amore erotico; quando la nostra energia viene attratta in modo irresistibile a livello della psiche si ha philìa o amore romantico o emotivo; quando la nostra energia viene attratta in modo irresistibile a livello dello spirito si ha agàpe o amore spirituale. Non bisogna però irrigidire questa suddivisione, perché l’essere composito che noi siamo e che giustamente viene descritto con termini diversi per indicare i nostri differenti modi di esistere, è sempre sollecitato nella sua totalità quando si dà l’esperienza così globale e onniavvolgente dell’amore.
Alla luce di queste distinzioni e degli intrecci e relazioni tra loro, penso che per l’amore si generino le seguenti possibilità:
– sola attrazione del corpo: amore erotico;
– attrazione del corpo e della psiche: amore sentimentale;
– attrazione del corpo, della psiche e dello spirito: amore completo integrale;
– sola attrazione della psiche: amore romantico, detto anche platonico;
– attrazione della psiche e dello spirito: amore idealizzato, tipico delle grandi amicizie;
– sola attrazione dello spirito: amore universale tipico della vita religiosa e dell’impegno nel sociale;
– attrazione dello spirito e del corpo: mera possibilità teorica.

I diversi tipi di amore (dal punto di vista di ciò che è amato)

Quali sono gli oggetti in grado di suscitare amore negli esseri umani? Sono potenzialmente infiniti, è ovvio, ma penso che se ne possa dare una prima sommaria suddivisione distinguendo realtà personali e realtà impersonali: esistono dunque un amore personale e un amore impersonale.
All’amore personale appartiene anzitutto l’amore per eccellenza, quello per un altro essere umano solitamente di sesso opposto, a cui si lega la totalità della vita, […] un amore completo o integrale. Sempre all’amore personale fa capo l’amore per i genitori, i figli e gli altri parenti. […]
Vi è poi l’amore del prossimo in tutte le sue diverse sfumature, dalla gentilezza verso i vicini e verso i colleghi all’impegno socio-politico, dall’amore per l’umanità nel suo insieme (filantropia) alla dedizione ai più poveri e più sfortunati. […] La forma più radicale dell’amore verso il prossimo è l’amore per i nemici comandato da Gesù. […]
Un ulteriore forma di amore personale è l’amore per il maestro.
All’amore impersonale appartiene anzitutto un indefinito amore per la vita che a volte compare nelle nostre giornate. Vi è poi l’amore per la natura e le sue manifestazioni, il cielo, il sole, le nuvole e l’acqua […], la terra, le piante, gli alberi, i fiori, le montagne. Una delle più suggestive celebrazioni di questo amore per la natura è il Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi.
Vi sono infine due forme molto particolari di amore: l’amore per Dio e l’amore per sé, a mio avviso più collegati di quanto a prima vista possa sembrare.
L’amore per Dio è il primo e fondamentale comandamento dell’ebraismo e del cristianesimo.

L’amore per sé

Siamo al cospetto di un dato antinomico: da un lato le tradizioni spirituali e umanistiche insegnano la lotta contro il proprio sé, dall’altro ne insegnano la cura.
Tale contraddizione si rivela anche nel linguaggio comune. C’è un modo di dire io che è il segno più evidente di un egocentrismo narcisistico. Esiste tuttavia anche l’estremo opposto di chi non dice mai io per rifugiarsi sempre dietro l’autorità altrui, non avendo il coraggio di esporre se stesso. Se il primo estremo segnala egocentrismo, il secondo segnala mancanza di autonomia personale. Io penso che il punto di equilibrio tra i due estremi sia dato da chi sa e vuole dire io, ma non per innalzare se stesso, bensì per giocarsi onestamente in quello che dice e che fa, assumendosi ogni volta in prima persona la responsabilità delle sue parole e delle sue azioni.
[Io considero] la relazione come costitutiva, originaria, coessenziale. Ognuno di noi nasce dalle sue relazioni, vive nelle sue relazioni, è le sue relazioni. L’Io è costitutivamente relazione.
Se l’Io è le sue relazioni, la maniera migliore di volere e di fare del bene a se stessi è volere e fare il bene agli altri e viceversa la maniera migliore di volere e di fare del bene agli altri è volere e fare il bene a se stessi.
Egoismo e altruismo sono separati solo per chi ritiene che l’Io possa esistere indipendentemente dagli altri, ma per chi ritiene che l’Io sia frutto di un concerto di relazioni originarie, altruismo ed egoismo sono solo gli estremi di una polarità che va sempre tenuta in equilibrio.

L’amore nella sua essenza

A dispetto delle distinzioni tra le molteplici forme dell’amore, in realtà l’amore nella sua essenza è uno solo. E tale essenza si comprende al meglio mediante la formula: logos + caos = pathos.
L’amore anzitutto è l’ingresso di un evento inatteso (il caos) dentro il sistema ordinato di una singola esistenza, a seguito del quale si produce uno sconvolgimento dell’ordine esistente (il logos), che dapprima produce ulteriore caos e poi giunge alla formazione di un nuovo centro vitale, un nuovo sistema, un nuovo logos.
Ci troviamo in presenza di un dato paradossale. Noi siamo libertà. Ben più del nostro corpo con il suo aspetto fisico, ben più dei nostri beni con il loro peso economico, ben più del nostro sapere e della nostra cultura, a caratterizzarci nel profondo è l’intima personalità che traspare dalle scelte che facciamo o che evitiamo di fare, vale a dire la nostra libertà. Eppure nell’istante dell’innamoramento tutto avviene a prescindere dalla nostra libertà: non solo è sospesa ma viene come presa in trappola e resa inspiegabilmente desiderosa di potersi consegnare nella dedizione verso l’altro divenendo servitù. E’ essa stessa a desiderare tale metamorfosi contro cui nella vita ordinaria combatte sistematicamente. La libertà si ritrova a non poter fare a meno di servire, e se questa possibilità le viene negata essa sperimenta una sconfitta avvilente che si traduce in un senso di inutilità e di vuoto.
L’amore
è quella relazione integrale che fa sì che un essere umano si leghi a un altro essere umano e insieme producono qualcosa di qualitativamente diverso. La coppia è qualcosa di più della somma di un atomo a un altro atomo: la coppia non è due atomi, è una molecola spirituale. C’è un salto qualitativo nell’essere, una sua differente e più profonda configurazione, la quale porta il singolo a non essere più atomo ma a sussistere diversamente ponendo il suo centro vitale fuori di sé. Non solo però nell’altro, perché in questo caso l’amore creerebbe dipendenza, assoggettamento, asimmetria, come nel caso dell’amore sentimentale. L’amore maturo conduce il singolo a sussistere fuori di sé, ma non nell’altro, bensì in qualcosa di più alto di sé e dell’altro.

Il lato oscuro

L’amore, d’istinto, richiama alla mente felicità e voglia di vivere, come dimostra il fatto che tutti ne siamo generalmente attratti; d’altro lato è altrettanto comune l’esperienza opposta, cioè la malinconia e la tristezza più cupa, anche il senso di una schiavitù che trascina qualcuno come dice un personaggio di Singer, persino a “baciare la spada dell’Angelo della morte”.

La “amoralità” della cultura dominante

La cultura dominante ritiene che l’amore non ammette regole e comandamenti. Non si accetta l’idea che si debba sottoporre a disciplina anche il sentimento, il quale, al contrario, deve essere lasciato libero di procedere come vuole, padrone oggi di fare così e domani il contrario. La vita sessuale è oggi l’ambito in cui il mito moderno di una vita al di là del bene e del​ male, pretende di trovare realizzazione. Il desiderio di collocare se stessi al di là del bene e del male avvince la mente contemporanea perché costituisce la massima realizzazione della potenza dell’ego nel suo sogno di non dover rendere conto a nessuno, non solo ovviamente agli insegnamenti delle religioni, ma neppure agli ideali del bene e della giustizia da sempre venerati dall’umanità e posti alla base della coscienza morale universale.

La morale cattolica

Di contro alla amoralità della cultura dominante vi è il dogmatismo della dottrina cattolica in materia di etica sessuale, un sentiero ritenuto concretamente impercorribile anche dalla gran parte dei cattolici. [Seguono venti pagine approfondite sulla morale cattolica. Rimandiamo al testo.]

Il cardine su cui si basa la costruzione della morale sessuale ecclesiastica cioè l’inscindibilità di amplesso e procreazione è smentito dal più importante libro biblico dedicato a questo tema, il Cantico dei Cantici.
La morale sessuale della Chiesa cattolica vorrebbe essere fondata sull’oggettività di una presunta legge naturale, su cui il soggetto dovrebbe normare la propria particolare situazione.

Educazione

Fare spazio. Alla fine, a pensarci bene, l’amore significa fare spazio. Fare spazio dentro di sé a un’altra persona, aprirle la nostra anima e farle piantare la sua tenda nel mezzo. Non pensare più, non sentire più, non vedere più solo sulla base dell’io, ma cercare, ogni giorno di nuovo, di farlo sulla base del noi.
Il discorso su come vivere l’amore non si riduce certo alla sessualità. Prima e dopo la vita sessuale c’è l’interezza della persona a essere in gioco. C’è l’ascolto, il dialogo, la conversazione, l’umorismo, il sogno, il saper stare insieme in silenzio, la pazienza, la simpatia per i difetti dell’altro, il sorriso per le sue manie, il guado degli inevitabili conflitti, la mano nella mano, l’invasione delle parentele, l’intreccio delle amicizie, la comunione degli ideali, accettare una storia passata senza volerla diversa da come è stata, il sostegno del lavoro dell’altro, la dialettica di tempo comune e tempo per sé, il non avere più interessi economici personali ma solo comuni… Insomma fare spazio. E con questo dilatare la vita, arrivando fino a sentire male per le proteste dell’io, che non sempre è disposto a fare ancora spazio.
Anche perché, talora, l’io dell’altro non vuole per nulla a sua volta fare spazio, non vuole il noi ma ha in testa sempre e solo sé, e lo si vede ingrandirsi a nostre spese, come un parassita, e ci si chiede se abbia senso continuare a fare spazio, se questo non equivalga piuttosto lentamente a morire. E quando poi l’altro si trasforma in altri, quando c’è tutto il carico di una famiglia che si fa spazio a nostre spese, non diventa forse troppo oneroso l’amore per una persona normale?
Lo può diventare. Talora lo è.
Se amore è fare spazio, prepararsi all’amore significa imparare a fare spazio, ovvero lavorare sull’io sottoponendolo a una specie di ginnastica spirituale. […]
Per ascoltare veramente l’altro non basta solo sentirlo, come per forza di cose si sentono i rumori molesti, né basta ascoltarne solo qualche parola e poi subito a dire la nostra interrompendo il discorso. […] L’ascolto richiede silenzio interiore. Ma che cos’è l’amore, se non ascolto integrale, non solo del linguaggio verbale ma anche del linguaggio corporeo? Anche il corpo dell’altro ha bisogno del nostro silenzio capace di ascolto.
Sto dicendo che per l’amore maturo è indispensabile un’educazione spirituale. Ciò che conta è giungere a disciplinare l’interiorità rendendola capace di attenzione. Per qualcuno che istintivamente ha orecchie solo per sé si tratterà di mettere a tacere la brama di protagonismo che impedisce l’attenzione; per qualcun altro che istintivamente si trattiene nel guscio del sé si tratterà al contrario di vincere l’apatia e la pigrizia che pure impediscono l’attenzione; in ogni caso tutti, chi premendo sul freno, chi sull’acceleratore, sono chiamati a lavorare sulla propria interiorità rendendola silenziosa, pulita, accogliente per fare spazio e diventare spazio, e così aprirsi alla grande trasformazione dell’ego richiesta dall’amore.

Punto di vista privilegiato

E’ proprio l’amore la prospettiva privilegiata per giungere a individuare le tracce di ciò che si usa denominare “senso della vita”. […] Quella particolare disposizione della mente e del cuore che chiamiamo “senso” si produce solo chiamando in causa l’interiorità, mediante la nostra attiva partecipazione e il nostro lavoro: non c’è senso senza consenso. […] Il senso è una costruzione.

Dipendenza da una forza cosmica più grande

Che Eros sia una forza cosmica, la forza cosmica per eccellenza in ambito biologico, è intuito già dal linguaggio che, in moltissime lingue, presenta per organismo e orgasmo la medesima radice. Si può giungere a essere un organismo solo attraverso l’orgasmo. [La Natura] tende all’amore. La natura contiene questa spinta verso il futuro già nel suo nome, il quale viene dal verbo latino per nascere, nasci, il cui participio futuro femminile, nascitura, contratto, ha dato natura. Natura è ciò che sempre sta per nascere.
L’amore produce vita, noi siamo vita, quindi noi siamo un prodotto dell’amore. Un prodotto della sua forza che spinge alla coesione gli elementi. In principio la relazione. Dipendendo dalla logica relazionale, quanto più la riproduciamo dentro e fuori di noi favorendo l’armonia delle relazioni (che a livello fisico si chiama salute, a livello psicologico si chiama amicizia, a livello spirituale si chiama etica) tanto più serviamo la vita e incrementiamo la vita.

Conclusione

Un essere umano che vive per il bene e per la giustizia, che vive per fare il bene così da diventare bene, che vive per la giustizia così da diventare giusto, è una persona degna di stima. Io penso che una vera storia d’amore si distingua da tutte le altre avventure e relazioni occasionali per la presenza di questo preciso elemento, la stima. A una grande storia d’amore non basta la passione del corpo e del sentimento, occorre sempre anche la passione dello spirito o dell’intelligenza che è la stima. La stima è la devozione dell’intelligenza. E non ci può essere integrale devozione del corpo, se prima, durante, non c’è devozione dell’intelligenza.

Sincerità. Estratti dal libro di Andrea Tagliapietra

Andrea Tagliapietra, Sincerità, Raffaello Cortina editore, 2012

Dopo i libri Rispetto di Richard Sennett, Solidarietà. Un’utopia necessaria di Stefano Rodotà, Onestà di Francesca Rigotti, proseguiamo nella pubblicazione di  estratti da libri dedicati ai valori.

Avvertenza: La scelta di questi brani non può né vuole essere esaustiva. E’ uno dei tanti possibili percorsi attraverso un libro, che permettono, a chi non l’ha ancora letto, di conoscerne alcune parti, di provarne piccoli “assaggi”, che trasmettano il sapore del linguaggio, del ritmo, del pensiero dell’autore.

Se un viaggiatore celeste raggiungesse la medesima postazione sugli anelli di Saturno da cui Micromegas e il suo saturniano compagno nella famosa novella di Voltaire, partirono in direzione della terra e, disponendo di un potentissimo microfono direzionale, fosse in grado di intercettare tutte le conversazioni umane, quante volte ascolterebbe in quell’ininterrotto crepitio di voci planetarie dichiarazioni di sincerità, inviti alla franchezza e alla veracità, appelli accorati all’essere sinceri e all’essere se stessi nelle parole e negli atti o ingiunzione perentoria a non mentire, a dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità?
La sincerità è pretesa dagli amanti, giurata nei Tribunali, temuta dai traditori, blandita dagli adulatori, fuggita dai bugiardi e dagli impostori, ma parimenti evocata dell’intreccio vivente delle azioni e delle conversazioni, sia per ingannare meglio e più a fondo, che per testimoniare se necessario anche contro tutto e tutti la dignità del vero e di chi eroicamente le si affida.
Agostino, in un bel passo delle Confessioni, si chiede come mai la verità generi odio (veritas parit odium). La risposta che il santo suggerisce è che ciò accade perché gli uomini chiamano verità qualsiasi oggetto del loro amore e, giacché nessuno ama essere ingannato, non desiderano essere distolti dal loro errore. Insomma, vogliono usare la verità, ma non vogliono subirla ed esserne usati. Di conseguenza essi amano la verità quando si “svela” […] – e, noi possiamo aggiungere, quando essa ci aiuta a smascherare o a mettere a nudo gli altri – ma la odiano quando li rivela […], ossia quando ci espone, senza difese, allo sguardo degli altri.

Gli equivoci della sincerità

Come il dono anche la sincerità può essere avvelenata: Ti dirò tutta la verità senza nasconderti nulla è, spesso, nell’infinito gioco delle conversazioni umane, la frase che introduce discorsi pronunciati per ferire o vendicarsi, per far soffrire o umiliare.
[C’è] un secondo equivoco della sincerità, quello che ne mette in dubbio lo stesso ruolo di virtù o, comunque, in senso più generale, di qualità positiva. Da questo punto di vista la sincerità è perlomeno una virtù ambigua, perché la verità, al servizio della quale si sostiene essa sia, non pare accordarsi con l’amore, con il bene, con la giustizia, con il rispetto per gli altri e con il valore stesso della vita.
Il terzo equivoco della sincerità si sviluppa intorno alla presunta equivalenza tra l’essere sincero e il dire il vero. Infatti, se esser sinceri non significa dire la verità, ma soltanto ciò che si è certi esseri vero – ossia che soggettivamente si crede vero-, parimenti si può dire la verità, cioè non solo ciò di cui si è certi, ma anche ciò che risulta oggettivamente tale, senza per questo esser sinceri, anzi cercando di danneggiare o di ingannare il proprio interlocutore. E’ ciò che si potrebbe chiamare sincerità diabolica. […] “La schiettezza – notava Giacomo Leopardi – può giovare, quando è usata ad arte, o quando, per la sua rarità, non le è data fede.”
Nell’esser sincero, a differenza del dire il vero, non descriviamo un’azione, ma esprimiamo una qualità dell’agente. La sincerità è innanzitutto un modo di essere. […] La sincerità non definisce il nostro rapporto con la verità e le verità dei fatti da comunicare intenzionalmente agli altri se non attraverso la qualità della relazione integrale che intratteniamo con noi stessi.
Oggi l’idea di sincerità che traspare negli usi linguistici contemporanei, più che la relazione con una verità data che si dovrebbe testimoniare con i detti e con i fatti, sottolinea l’autorispecchiamento del soggetto nelle azioni e nelle parole, ossia la piena coincidenza dell’individuo con se stesso. […] Sincero è colui che nell’agire, nel parlare e in azioni analoghe esprime con assoluta verità ciò che sente, ciò che pensa, e, dunque, ciò che è.
La sincerità è il paziente lavorio di raggiungersi, di eguagliarsi, di immedesimarsi, ossia di entrare in possesso di se medesimi e di realizzare quella dignità, quel rispetto e quel sentimento di sé che, una volta acquisiti, non ci fanno più cercare la difesa della maschera, ma anzi ci rendono fieri di ciò che siamo. Qui incontriamo il quarto equivoco della sincerità, quello che la vede progressivamente diluirsi e infine identificarsi nella nozione di autenticità. Se la sincerità è il divenire ciò che si è, ovvero il continuo adeguamento dell’individuo con se stesso, l’esercizio di verità del sincero si manifesta soprattutto sul piano dell’interiorità. […] L’autenticità suggerisce un’esperienza morale più ardua e a tratti persino sfuggente rispetto alla sincerità, una concezione più esigente di sé e di ciò che significa essere fedele a se stesso.

La virtù crudele

Nel mondo della vita l’esperienza della sincerità – della propria come di quella altrui – mette alla prova. Si ha sincerità quando l’atto di veridizione prevede il pieno coinvolgimento drammatico di se stessi e del proprio rapporto con gli altri. E’ un aspetto […] che si può definire virtù crudele.
Una delle etimologie immaginarie più di frequente evocate a proposito del termine latino sinceritas è quella del miele, che quando è privo di impurità, è detto sine cera, “senza cera”, da cui l’aggettivo sincerus, ossia non alterato.
Secondo un’altra etimologia, scientificamente più accreditata, il termine latino sincerus, ossia “schietto”, “sano”, “puro”, deriverebbe dalla combinazione del prefisso sin– (dalla radice *sem-, che significa unico), con il suffisso –cerus derivato dal verbo crescere. Sincerus allora sarebbe propriamente ciò che è di una sola origine, quindi semplice ossia non composto, non artefatto né alterato o adulterato.
Solo se la veridicità è una virtù crudele, ossia se comporta, per colui che dice la verità, uno svantaggio e, di riflesso, la piena responsabilità (e imputabilità) delle parole che si sono proferite, essa può costituire un momento incoativo di sincerità. La franchezza diventa sincerità se colui che dice la verità ha tutto da perdere e nulla da guadagnare da ciò che dice. [L’aggettivo franco significa libero]. Dire la propria opinione con libertà significa non avere paura; esprimerla con franchezza vuol dire “non ascoltare nient’altro che il proprio cuore” significa comportarsi apertamente e nobilmente.

Il dilemma della sincerità: bisogna sempre dire la verità?

Una buona parte delle questioni morali che irrompono dal mondo della vita e dei casi di etica applicata che hanno per oggetto la sincerità si possono ricondurre al dilemma se si debba dire sempre il vero o se vi siano delle circostanze in cui il dovere della veridicità possa o finanche debba essere sospeso. […] Nella storia della filosofia due autori si sono distinti per la particolare intransigenza con cui hanno inteso prescrivere la sincerità senza eccezioni. Si tratta di Agostino e di Kant.
Per Agostino la menzogna di colui che non è sincero non si riduce solo a un problema ermeneutico, logico ed etico. Il mentire è la radice stessa del peccato. […] Per Agostino, benché la Scrittura mostri come anche gli uomini buoni e giusti abbiano fatto ricorso alla menzogna in particolari situazioni difficili, ciò non scalfisce la validità assoluta del diritto di mentire. […] Se alla fine si opta per la menzogna non è mai questa a essere buona, ma l’intenzione.
Kant afferma che qualcosa come “un diritto di mentire per amore dell’umanità” è impossibile, dal momento che “la menzogna danneggia sempre qualcuno”: se pure non un altro uomo, l’umanità in generale, in quanto annienta la fonte stessa del diritto, di qualsiasi diritto, anche di quello, presunto, di mentire per amore dell’umanità. […] Sembra che dal piano morale che il dilemma implicava ci si sia spostati su quello puramente giuridico-legale.
In generale, l’integralismo della veridicità ottiene il risultato di produrre l’indifferenza del distacco, la più arida frigidità emotiva. E’ quella tonalità psicologica che spesso incontriamo nei fanatici, che accoppiano la radicalità dell’idea alla sublime noncuranza sui dati di fatto e sulle circostanze concrete del mondo della vita, o nell’ipocrisia dei retori della verità.
In realtà la veridicità quale passione adulta per la verità non dovrebbe mai dimenticare la profonda saggezza che guida la formulazione del comandamento decalogico del Sinai, che non ingiunge di dire sempre la verità, ma raccomanda di non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

Storia della sincerità

Nella Grecia arcaica […] la sincerità coincide con la veridicità e la veracità. […] Dobbiamo immaginarne le pratiche in relazione con un’identità individuale che si afferma nella reciprocità dei legami sociali e di appartenenza. In questo senso essere sinceri significa certo dire la verità agli altri ma soprattutto, al di là dell’enunciazione verbale veridica, conformare la propria condotta alle proprie parole, comportandosi conseguentemente con veracità, ossia mantenendo i patti e rispettando i giuramenti. Essendo, cioè, sia fedele che affidabile e non avendo, quindi, un atteggiamento ostile nei confronti di coloro a cui ci si rivolge e con cui si ha a che fare. L’individuo sincero è dunque innanzitutto colui che non ha l’intenzione di ingannare.
[Di fronte ai numerosi esempi di doppiezza, come quella di Ulisse e di Agamennone], emerge la sincerità omerica: dire immediatamente e direttamente ciò che si ha nel cuore. Tra ciò che Achille pensa e ciò che dice, tra ciò che dice e ciò che ha intenzione di fare, tra ciò che intende fare e ciò che effettivamente farà non ci sono deviazioni né ombre. […] Ulisse è emblema di un nuovo tipo di parola che non sta più frontale e visibile come cosa tra le cose, ma abita consapevolmente la distanza tra apparenza e realtà, mediando tra l’una e l’altra, mossa dall’interesse e dall’obiettivo del vantaggio individuale.
Per i greci dell’età classica il dovere della veridicità e della sincerità era tale solo nei confronti di un altro che avesse i requisiti di coappartenenza (altro identitario), vale a dire riguardo all’amico, al compagno, al compatriota, al commilitone, al concittadino, al consanguineo, al fratello, o in generale a colui che possiede analogo prestigio sociale del parlante. […] Ecco che Sofocle metterà in bocca al suo Ulisse la piena liceità, anzi la doverosità del mentire se ciò porta salvezza e se quindi giova alla causa dei “nostri”. […] Già i greci del resto si percepivano come un popolo più predisposto alla menzogna e all’insincerità degli altri. […] Non si può ignorare il peso che nella cultura greca ha avuto l’esempio personificato di Ulisse con l’identificazione tra l’astuzia dell’intelligenza (metis) e la capacità di mentire.

Fra retorica e parresia: la sincerità del filosofo

Per i sofisti la verità è il risultato di una pratica che si apprende e che ha inizio e fine nella dimensione esteriore del linguaggio e che si misura, proprio in quanto risultato, con il metro dell’efficacia. […] L’epoca della sofistica aggiunge la verità come risultato vittorioso di una tecnica insegnabile che si esprime e si esaurisce nello spazio sociale.
La verità dei sofisti è quindi la verità della potenza del discorso […] che genera potere e che si afferma come potere. […] La retorica si caratterizza come quella tecnica che permette a chi parla di dire e sostenere qualcosa che, pur non corrispondendo assolutamente a ciò che pensa, fa effetto su chi lo ascolta.
La vita di Socrate è il contromodello della retorica perché essa dimostra […] il proposito di instaurare un legame forte, manifesto ed evidente tra le parole del filosofo e i suoi stessi comportamenti, tra il suo dire e il fare conseguente. […] Per definire questo nuovo legame si impiegherà il termine parresìa.
La parresia di Socrate è un indizio della crisi della democrazia, in quanto risposta etica alla domanda di verità della città che, scontrandosi coll’inautenticità delle istituzioni dello Stato, ha bisogno di essere tradotta nella forma estrema e testimoniale dell’esempio. […] La sincerità del filosofo è quella musica, quella mousike che, nel Fedone, il dio suggerisce a Socrate di mettere per iscritto, ma la cui composizione coinciderà con l’intera armonia della sua esistenza, ossia con la “scrittura della vita”, con l’esibizione di verità della sua bio-grafia

La virtù sociale della sincerità

Con Aristotele la sincerità diventa esplicitamente una virtù. Di contro all’etica moderna, l’etica classica, ma anche quella dei sostenitori contemporanei dell’etica delle Virtù, non pone l’accento sulla domanda puntuale che cosa è giusto o obbligatorio fare? bensì sul quesito come dovrei vivere? La virtù maggiore ed eroica del parresiasta, diventata cura di sé, si approssima alla virtù minore dell’individuo socievole e autentico, che si relaziona agli altri uomini in amicizia e benevolenza, lavorando su se stesso e rendendosi più semplice e armonico.
Con Seneca la sincerità e la semplicità della vita beata, della securitas et perpetua tranquillitas. Si tratta di una virtù della verità che non è quella delle eventuali risposte ai grandi quesiti teoretico-metafisici o ai problemi religioso-teologici, ma che consiste nell’esempio del saggio, sempre traducibile in azione personale che stabilizza la vita.

San Paolo e la purezza di cuore cristiana

Sin dai primi testi del canone evangelico, Gesù rappresenta l’ideale della piena veridicità e sincerità. Io sono la via (hodos), la verità (aletheia) e la vita (zoe)”. Anche la predicazione apostolica di San Paolo è posta sotto l’insegna parresiastica della franchezza e del coraggio del cuore. Nel nuovo orizzonte dischiuso della cultura ebraico-cristiana e dal personaggio esemplare dell’individuo-fuori-dal-mondo la sincerità non può essere più confusa con la semplice affermazione della verità o con qualche pratica esteriore della verità, parresiastica o ascetica che sia.

Sant’Agostino e la sincerità della confessione

Il cristiano sa che la sincerità dipende dalla volontà, ma è al contempo consapevole della debolezza dell’uomo che agisce e parla, della persona fatta di carne che tenta di essere se stessa per gli altri nella parola, nell’azione, nella sofferenza, nel desiderio e nella gioia. […] La confessione è la risposta a questa nuova esigenza della sincerità di scavare in se stessi e di mettersi alla prova.
L’impianto delle Confessioni di Agostino mostra una struttura concettuale che collega l’ipocrisia del volere rimanere celato agli altri con la doppiezza della bugia e la rivendicazione della verità come proprio bene esclusivo, mentre la sincerità del mettersi a nudo viene posta in relazione con il godimento comune della verità, con la felicità, ossia con l’anticipazione in terra della beatitudine transmondana​.

La virtù di Amleto: sincerità come autenticità. Montaigne e Rousseau

Nel corso della storia della cultura occidentale le principali tappe della formazione dell’individualità personale sono coincise con gli sviluppi dell’esperienza del teatro, ossia con la presa di coscienza della funzione dei ruoli e dei personaggi. […] Alla sincerità come veracità dell’individuo riconosciuta dagli altri si contrappone ormai l’autenticità quale fondo dell’unicità irripetibile di ognuno, nucleo irriducibile ai ruoli e alle maschere sociali che di volta in volta ciascuno indossa. L’autenticità è la virtù di Amleto. Entrando in scena di fronte alla corte, al re suo zio e alla regina sua madre, Amleto enuncia l’intraducibilità e l’irriducibilità della propria autenticità all’esteriorità di qualsiasi dato oggettivo, alla parvenza di qualsivoglia abito esteriore: ” ‘Sembra’, signora? No, è. Io non conosco ‘sembra’ “.
La figura e l’opera di Michel de Montaigne segnano un passaggio decisivo nella storia dell’idea di sincerità, ovvero della sua netta torsione in direzione dell’autenticità. […] La verità non è l’universale e immutabile verità delle cose, ma la verità interrogativa che “io” dico su me stesso e sulle cose che dipendono da me, la mia sincerità.
Nella storia della sincerità, l’intransigenza di Rousseau segna la fine di quell’ideale di compromesso tra sincerità e autenticità, tra il riconoscimento degli altri e l’introspezione. Le Confessioni sono appunto il manifesto di questo programma della sincerità assoluta. Con Rousseau la sincerità si avvia a diventare una qualità personale e privata, che esprime il rapporto dell’individuo con se stesso e con gli altri in quanto individui. La sincerità è affidata completamente alle mani dell’ “io”. Ma quest’ “io” soggetto è, in Rousseau, il protagonista ondivago della sua biografia.

Conclusioni

Il mondo contemporaneo, che vede l’imporsi, con sempre maggior coerenza e oggi persino per mezzo della capillarità digitale della tecnica, del teatro sociale della veridicità e della trasparenza, è la medesima società globale dell’autenticità e della spontaneità che valorizza e legittima la pretesa degli individui di realizzare se stessi, di esprimersi e manifestare liberamente la loro personalità e il loro sentimento di identità e di unicità singolare. Le due istanze, che corrispondono, nello scenario attuale, alla biforcazione moderna della storia della sincerità che abbiamo visto assumere forma con Kant e con Rousseau o, se si vuole, alle Weltanschaungen [visioni del mondo] che chiamiamo Illuminismo e Romanticismo, oggi sembrano entrare in conflitto. Mentre la trasparenza e la veridicità appaiono esigenze collettive utili per il controllo esercitato dalle istituzioni politiche e sociali e indispensabili per il funzionamento complessivo della vita civile delle comunità umane, l’autenticità produce, come notava Zygmunt Bauman, “un’atmosfera di incessante pressione (deregolatrice e privatizzatrice) diretta a smontare tutte le limitazioni imposte collettivamente ai destini individuali”.

La sincerità è la virtù della storia degli individui, del difficile e arduo lavoro su se stessi alla ricerca del tesoro nascosto dell’esperienza personale che deve venire alla luce, con sforzo e fatica preziosi. Ma soprattutto è il rifiuto di andarsene in silenzio, nella notte, come un passante anonimo che scompare, poco a poco, nella penombra nebbiosa dei marciapiedi di quella grande città-mondo globalizzata in cui miliardi di esseri umani si sfiorano appena […]

Abbiamo il coraggio di essere liberi? 30 minuti per riflettere

Terzo e ultimo appuntamento della serie, martedì 16 aprile alle 19, di questa triade di valori in cui Luciano Minerva e Alvaro Vatri leggono Un libro in 30 minuti.  Dopo gli incontri su Onestà (dal testo omonimo di Francesca Rigotti) e sull’amore (Io amo di Vito Mancuso), questa volta si leggerà di Libertà, con la scelta di estratti dal libro Il coraggio di essere liberi, dello stesso Mancuso.
L’appuntamento è presso quella che abbiamo scelto come sede del “consolato di Formello” della Città di Isaura, grazie all’impegno di Olivia Quattrocchi nella nostra Associazione: Te Natura, in viale Roma 16.
Per dare una piccola anticipazione della lettura di martedì sera, ecco l’incipit del libro, edito da Garzanti nel 2016:

“Esiste veramente la libertà? e se esiste, dov’è? com’è? come definirla? Se invece non esiste, perché tutti ne parlano, la ricercano, la pretendono? In questo piccolo saggio intendo affrontare la questione in modo concreto, interrogandomi non tanto sulla libertà come concetto, quanto sull’essere liberi come condizione dell’esistenza reale. La domanda più importante qui non è: “Esiste la libertà?” quanto piuttosto: “Tu ti ritieni libero e se non ti ritieni tale lo vuoi diventare? Hai, o vuoi avere, il coraggio di essere libero?”
Considerando il mondo davanti ai nostri occhi e gli esseri umani che lo abitano, quello che appare alla mente è uno sterminato palcoscenico in cui ognuno si esibisce indossando le diverse maschere imposte volta per volta dall’esistenza: ora figlio ora padre, ora moglie ora amante, ora dirigente ora sottoposto, ora venditore ora acquirente, ora giovane donna ora anziana signora, ora anziano ora malato. Ogni condizione ha le sue regole e prescrive il suo copione.”

 

 

 

 

Leggiamo d’amore

Martedì 9 aprile, alle 19, secondo appuntamento con Un libro in 30 minuti, con il patrocinio del Comune, presso il Consolato di Formello de La città di Isaura, in via Roma 16 (TeNatura). Questa volta il libro sarà Io amo. Piccola filosofia dell’amore di Vito Mancuso , pubblicato da Garzanti nel 2014. Mancuso presenta così il percorso di lettura del suo libro:

“La complessità del fenomeno amore richiede che esso venga accostato da più di una prospettiva. Si tratta infatti di considerare ciò che la natura fa in noi, ovvero la dimensione passiva dell’amore; ciò che noi facciamo di noi stessi, ovvero la dimensione attiva dell’amore; e infine l’unione consapevole di noi con la natura, ovvero il senso complessivo del nostro essere qui.  Nel primo capitolo descriverò l’amore come forza primigenia, espressione della forza dell’espansione che domina l’universo a partire dal suo sorgere e di cui l’innamoramento è una manifestazione privilegiata. […] Nel secondo capitolo considererò l’amore dal punto di vista di ciò che noi siamo chiamati a fare di noi stessi in quanto esseri dotati di libertà e quindi chiamati alla responsabilità; […] esiste uno spazio intederminato comunemente detto libertà, il quale, perché l’amore giunga a maturità, richiede l’intervento della volontà e dell’intelligenza;  infine nel terzo capitolo metterò a tema il messaggio sul senso dell’esistere che la presenza dell’amore in questo mondo porta con sè, convinto come sono è proprio l’amore la prospettiva privilegiata per giungere a individuare le tracce di ciò che si usa denominare senso della vita.”

Luciano MInerva e Alvaro Vatri offriranno anche questa volta la possibilità di conoscere un libro attraverso la lettura di estratti del testo. Un’occasione per navigare all’interno di un tema che riguarda davvero tutti, nel’arco di tutta la vita.

Un libro in trenta minuti. Tre appuntamenti a Formello su Onestà, Amore, Libertà

26 marzo, 9 aprile, 16 aprile. Sono le date dei tre appuntamenti con Luciano Minerva e Alvaro Vatri su un libro di Francesca Rigotti, Onestà (edito da Cortina), e due di Vito Mancuso, Io amo e Il bisogno di essere liberi, delle edizioni Garzanti. La sede è quella che La città di isaura ha eletto, grazie alla disponibilità di Olivia Quattrocchi, sede del Consolato di Formello, i locali di Tenatura in via Roma 16. L’Amministrazione del Comune di Formello, che ha imparato a conoscerci, ha concesso il patrocinio.
La chiave di queste iniziative (come i libri) è la stessa già sperimentata al CSA delle Rughe nei mesi scorsi: leggere le parti essenziali di un libro nell’arco di trenta minuti. Con semplicità e leggerezza, rendendo onore e merito agli autori e randondo più facile il compito degli ascoltatori. Chi sarà conquistato dai testi andrà in libreria o in biblioteca a procurarsene una copia, altri potranno conoscerne comunque i contenuti, utili ad aprire riflessioni su valori e sentimenti che riguardano davvero tutti.
Il primo appuntamento dunque è con il libro Onestà, di Francesca Rigotti, “filosofa delle piccole cose”, come ama definirsi, e unica docente di metaforologia in Europa (vive tra Germania e Italia e insegna in Svizzera, a Lugano).

 

Incontro con Alda Merini. Nata il primo giorno di primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Vuoto a perdere, Einaudi, 1991

Ho incontrato Alda Merini nel marzo del 2007, nella sua casa milanese sui Navigli. Devo l’incontro a Marina Bignotti, che dal 1982 le ha fatto da editor per l’editore Vanni Scheiwiller, da amica, da confidente, da bersaglio delle sue impennate, da ispiratrice di decine di poesie, mi fa da intermediaria per ottenere un’intervista rara e difficile. Siamo a duecento metri da casa sua quando lei stessa le telefona, dice che sarebbe meglio di no, che non si sente, sarebbe meglio un’altra volta o anche mai. Marina sa come prenderla, trova gli argomenti giusti e dopo qualche minuto possiamo suonare alla sua porta. Mi ha già avvertito che con lei non si sa mai come si sarà accolti e che mi posso aspettare di tutto. Ci apre un giovane direttore d’orchestra che sta lavorando con lei e ci porta al suo cospetto.
Mi aspetta la presentazione più originale che mi sia mai capitata nella vita. Dopo avermi stretto la mano, Alda Merini guarda Marina e le dice: “Che bell’uomo che mi hai portato”, e subito dopo, rivolgendosi a me: “Scusi, lei è gay?” “Beh, veramente…- rispondo imbarazzato – no.” “Strano, perché ha dei lineamenti delicati e quasi sempre questo è tipico dei gay…”. Sorride un po’ sorniona, Marina mi fa un cenno per capire che è andata, sono stato accolto, l’esame è passato e l’intervista si potrà fare senza problemi, ovviamente ora toccherà a me.
La casa che abita da sempre e che rappresenta la sua tana è a dir poco claustrofobica. Le pareti sono piene di centinaia di numeri di telefono scritte direttamente sul muro a penna, matita, pennarello. E’ la sua agenda, ovviamente non c’è ordine alfabetico e mi chiedo come faccia a trovarli quando le servono. L’operatore mi guarda un po’ sconvolto perché dovrà trovare uno spazio per la telecamera sufficiente per riprenderci, e lo spazio a prima vista non c’è. La stanza è piena di oggetti, foto, ricordi, statuette, quadri, libri, fiori freschi e secchi, sedie e cuscini, il pavimento pieno di mozziconi di sigaretta (ci spiegherà lei stessa perché, in qualche modo, nell’intervista), ma quello per fortuna resta fuori dall’inquadratura. Bisogna spostare molti oggetti, portandoli nella stanza accanto, una soluzione si trova sempre, le riprese saranno tutte in campo stretto e in primo piano, io resterò per tutto il tempo pressoché attaccato alla telecamera, per avere il mio spazio vitale. Le luci di scena, leggere, illuminano bene e piacciono al poeta (preferisce così, piuttosto che “poetessa”), che alla fine ci chiederà di lasciarle i faretti, nella chiave scherzosa che emerge nel corso di tutta l’intervista, che si chiuderà dopo quasi un’ora con un semplice “Adesso basta, però”.
Prendo spunto dalla poesia “Nata il primo giorno di primavera”, perché mai come in questo caso la biografia sarà centrale nell’intervista, dunque sarà bene partire dall’inizio, dalla nascita, perché la data di trasmissione potrà coincidere. Già dalla prima risposta però, dopo il prologo della presentazione, comprenderò che il suo gioco è quello di spiazzare l’intervistatore, mettendolo costantemente alla prova.
Il compleanno per lei è una data importante?
“Lo era, adesso non lo è più perché ho incontrato un sacco di ragazzi sciocchi che sono nati il 21 marzo e mi sono veramente cascate le ginocchia. Io nascerò un altro giorno.”
Però la primavera comincia, come la sua vita, il ventuno marzo…
“Non l’ho fatta io, guardi. Il ventuno marzo è la festa mondiale della poesia, ma il ventuno come inizio della primavera è un caso, primavera è folle perché è scriteriata, perché è generosa. Però incontra anche il demonio. E io l’ho incontrato il demonio. Era il manicomio. A furia di andare in giro a vanvera come vado in giro io, mi sono imbattuta male, però anche il demonio si è commosso e mi ha lasciato uscire. Tutto lì. C’è un medico che mi ha raccontato una cosa: ‘succedono dei miracoli’. E mi ha detto: ‘lei ha avuto un miracolo, non si ricorda più del manicomio, tutto spazzato via’.
Ho vissuto tutto come una sequenza catartica, di purificazione, ma di quale peccato non l’ho mai saputo. Comunque è una purificazione a livello religioso, in cui uno vede che la morte gli cammina a fianco e non se ne rende conto. L’ho pensato spesso di quel grande editore che era Vanni Scheiwiller, che alla mattina partiva con la valigetta e io gli dicevo: ‘verrà un giorno che diranno all’Alda Merini: oggi non parti più’. Sarà un giorno tremendo in cui chiuderanno la porta: verrà anche per noi comunque, ma questo non mi rende triste. Anche perché se chiudono la porta gli spifferi non entrano più e io non mi ammalo più (ride). Finché son viva ho spifferi da tutte le parti.”

Il resto dell’intervista….conviene goderselo dal video di Incontri disponibile sul sito delle Teche Rai. Eccolo.

I predatori della terra. Estratti dal libro sul land grabbing di Maria Gemma Grillotti Di Giacomo e Pierluigi De Felice

Maria Gemma Grillotti Di Giacomo e Pierluigi De Felice, Land grabbing e land concentration. I predatori della terra tra neocolonialismo e crisi migratorie, Franco Angeli, 2018. Con i contributi di Francesco Bruno, Francesca Krasna, Mario Lettieri, Paolo Raimondi, Vittoradolfo Tambone.

La sovranità alimentare è il diritto dei popoli a un cibo appropriato dal punto di vista culturale e della salute, prodotto attraverso metodi ecologicamente sani e sostenibili, nonché il loro diritto a definire i propri sistemi agricoli e alimentari. Questo pone coloro che producono, distribuiscono e consumano cibo al centro delle politiche e dei sistemi alimentari e al di sopra delle esigenze dei mercati e delle corporation”.
Dichiarazione di Nyéléni, Sélingué, Mali, 27 febbraio 2007

Per chi e perché? Un’introduzione al problema

Questo volume nasce con una sfida e per uno scopo: la sfida è nel nostro “per chi?” abbiamo scritto; lo scopo è il nostro “perché?” abbiamo indagato.
Il testo è rivolto al “grande pubblico” del mondo occidentale, mass media compresi: vorremmo arrivare a sensibilizzarlo, informandolo dell’attuale, grave processo di accaparramento e concentrazione delle risorse naturali, in particolare di quelle fondiarie, nelle mani di pochi “signori della terra”.
Un processo di neocolonialismo di cui si parla poco o niente e del quale siamo tutti responsabili, anche se in larga parte (la totalità?) siamo solo spettatori ignari che assistono – senza averne piena consapevolezza – ai danni ambientali che esso produce su tutto il pianeta; agli effetti devastanti che crea nell’economia dei Paesi industrializzati e ai drammi sociali che genera nei Paesi in via di sviluppo.
Quanto incide sul cambiamento climatico globale l’agricoltura di piantagione, oggi in gran parte no food, che espone migliaia e centinaia di migliaia di ettari all’inquinamento e alla desertificazione? E quanto pesa sull’abbattimento dei costi di produzione degli alimenti (poche decine di centesimi di euro per un chilo di farina o per un pacco di pasta o per una bottiglia di pomodoro o di latte) la concorrenza garantita da spese di esercizio pressoché nulle (terreni a meno di 1 dollaro l’ettaro e manodopera assoggettata al caporalato)? E infine da dove partono i flussi migratori dei disperati che perdono, insieme alla terra espropriata con la forza, la possibilità stessa di assicurare la sopravvivenza a sé e alle loro famiglie tanto da essere pronti ad affrontare viaggi “della speranza” carichi di sevizie e di morte?

Land grabbing: l’accaparramento di terre

Il land grabbing, saccheggio di terre fertili nelle regioni più povere del mondo, è fenomeno di difficile localizzazione, ambiguo, complesso e volutamente mascherato sia nelle forme di acquisizione che nella destinazione d’uso dei suoli, perciò di fatto “fenomeno liquido” che tuttavia genera effetti molto concreti, “solidi” e disastrosi, tanto nei paesi depredati delle loro risorse fondiarie (povertà, fame, ribellioni e migrazioni forzate), quanto e paradossalmente negli stessi paesi predatori (competitività commerciali tra produzioni autoctone e produzioni ottenute nei paesi preda). Sul fronte dei paesi “venditori” di aree fertili troviamo in genere Stati caratterizzati da istituzioni deboli, governi antidemocratici e/o totalitari, con elevati livelli di corruzione politica ed economica, mentre interessati all’acquisto sono diversi attori: compagnie e società finanziarie; banche e governi, aziende private e gruppi multinazionali, fondi di investimento e agenzie multilaterali che offrono garanzie anche dai rischi derivanti da espropri, guerre civili o disordini (MIGA), tutti ufficialmente sostenitori convinti della necessità di produrre per motivi e con metodi sostenibili.
Addirittura gli investitori, per giustificare i loro accordi finanziari, sostengono farisaicamente di farlo proprio per salvaguardare l’ambiente naturale, perché le terre accaparrate vengono destinate alla produzione delle biomasse per l’energia rinnovabile. In realtà il risultato di tante transazioni è solo la povertà generata dall’alienazione delle terre all’agricoltura famigliare di sussisten­za e l’al­lon­tanamento coatto dai territori d’origine di interi gruppi umani costretti ad emigrare. La sostenibilità delle nuove formule di sfruttamento agricolo è peraltro palesemente contraddetta dalla vastità delle superfici predate e scandalosamente mai messe a coltura, più dei 4/5 del totale accaparrato, con valori di superficie coltivata (SAC) sul totale acquisito che, in alcuni casi, non raggiungono nemmeno l’1% (Liechtenstein, Korea, Djibouti, Emirati Arabi), come pure dalla scelta degli ordinamenti monocolturali (canna da zucchero, jatropha, olio di palma) tipici dell’economia di piantagione, che accelera i cambiamenti climatici in atto, sfruttando e abbandonando i terreni desertificati dall’aggressività dei mezzi meccanici e chimici.

Le conseguenze: fame e migrazioni

Ben altre allora le conseguenze del land grabbing: sottrazione senza adeguata compensazione del solo mezzo da cui intere comunità umane traggono il necessario per l’autoconsumo; fame e forzato, definitivo abbandono di quelle terre che assicuravano la magra economia di sussistenza. Le valutazioni del fenomeno sono sempre allarmanti anche se le stime quantitative dell’accaparramento, in considerazione della “delicatezza” del fenomeno che implica responsabilità di organismi pubblici e privati, spesso non concordano. Le trattative di compravendita coinvolgono centinaia di gruppi investitori e una dozzina di governi. Secondo la World Bank solo tra il 2008 e il 2009 sarebbero stati affittati o venduti circa 56 milioni di ettari di terra coltivabile, mentre l’International Law Commission (ILC) ritiene che dal 2001 al 2010 il saccheggio fondiario abbia sottratto ai Paesi più poveri circa 80 milioni di ettari. Ancora più pessimistica la fonte Land Matrix registrava già nel 2012 ben 227 milioni di ettari oggetto di transazioni, mentre oggi segnala che solo i primi dieci Paesi investitori supererebbero i 40 milioni di ettari. Il fenomeno si estende dall’Africa al Messico, dall’Australia all’Indonesia e al Laos, dall’Argentina al Madagascar, alla Malesia con investimenti fondiari a prezzi irrisori (meno di 1 dollaro l’ettaro) da parte non solo dei Paesi occidentali, ma anche degli stati più ricchi del Medio Oriente (Qatar, Bahrain, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita) e di alcuni Stati emergenti come Cina, India, Russia e Corea del Sud, acquirenti tra i più solleciti (la sola Cina ha acquistato oltre 3 milioni di ettari, molti dei quali ricchi anche di risorse minerarie).

Acquisto e affitto di terre

L’acquisizione della terra si consuma in due modalità diverse: o l’affitto a lungo termine (anche oltre 90 anni) o l’acquisto in proprietà di grandi appezzamenti per un valore che in entrambi i casi appare del tutto irrisorio (fino a meno di un dollaro per ettaro). L’appropriazione avviene quasi ovunque con la stessa complicità dei governi locali antidemocratici e corrotti e, fenomeno ancora più grave, con la sempre più frequente copertura offerta da Paesi terzi/ombra (circa una decina) ad acquirenti, aziende, gruppi e/o filiali, che aprono una sede ufficiale nel paese oggetto di investimenti, ma hanno capitali riconducibili a Società multinazionali, localizzate nei Paesi a bassa e nulla fiscalità. Emerge così, insieme alla complessità e alla “liquidità” del land grabbing, anche la difficoltà di attingere ad una documentazione omogenea, soprattutto quando si vogliano “orientare” i dati acquisiti per costruire una rappresentazione cartografica del fenomeno stesso. La problematicità interpretativa non dipende affatto dalla carenza di dati attendibili (la fonte Land Matrix è accreditata a livello internazionale), ma dall’ambiguità stessa del processo di accaparramento, caratterizzato da una rete di investimenti finanziari volutamente intricata e confusa. A mascherare le transazioni fondiarie troviamo infatti accanto ai paesi investitor (predatori) e ai paesi target (preda), situazioni ambigue in cui i paesi investitor diventano anche paesi preda e, al contrario, i paesi target risultano anche paesi predatori.

Paesi predatori e paesi depredati

Osservare il planisfero dei paesi che più hanno accaparrato e che più hanno venduto spinge quindi ad esplorare più profondamente il fenomeno, perché induce a chiedersi come sia possibile che le Filippine abbiano ceduto ben 5,2 milioni di ettari di terra coltivabile -cioè più di tutti gli altri Stati del mondo- e come, per contro, la Malaysia ne abbia acquistati ben 2,5 milioni, cioè più della metà dell’accaparramento attuato dall’intera Cina. I Paesi ombra, pur inseriti nell’elenco dei Paesi target/predati, sono in realtà investitor/predatori per un numero di ettari di gran lunga superiore a quello delle terre predate al loro interno (Malaysia con più di 3 milioni di ha; Cina con più di 4,5 milioni di ha; India con più di 1 milione e mezzo; Sud Africa e Mauritius con poco meno di mezzo milione di ettari, ecc.).
Solo indagando sulle società investitrici è stato perciò finalmente possibile sciogliere il groviglio di interessi che muovono i capitali nelle varie direzioni del pianeta e, per stigmatizzare le “coperture” offerte nei diversi casi agli investitor, è stato necessario individuare una terza categoria di attori/azionisti del land grabbing, quella dei paesi ombra, che offrono la base logistica (“paradisi fiscali”) alle società accaparratrici e mascherano di fatto la reale provenienza dei capitali investiti. Molti investitor/predatori creano sedi sociali nello stesso Stato in cui fanno i loro investimenti, sicché lo stesso paese preda risulta anche predatore (67 casi) e addirittura predatore di se stesso (più di 20 casi) e di altri paesi preda (ben 32 casi). La rete degli investimenti finanziari risulta sempre e volutamente intricata e confusa, in modo da rendere più complessa la ricostruzione del percorso dei capitali, sicché in molti casi distinguere tra Paesi preda, Paesi predatori e Stati ombra è piuttosto laborioso: la differenza tra superfici vendute e superfici acquistate mostra infatti scarti che in alcuni paesi preda ammontano, paradossalmente a loro vantaggio, anche dell’ordine di alcuni milioni di ettari (Federazione russa, Cina, Malaysia, Sud Africa, Cile, India e Mauritius).
D’altra parte le rotte del land grabbing intrecciano paralleli e meridiani non soltanto seguendo la prevedibile e scontata direzione nord-sud del mondo (Europa/USA verso Africa e America Latina), ma anche in direzione sud-sud dai Paesi emergenti a quelli tecnologicamente più arretrati ricchi di terre e materie prime (Medio Oriente/India verso Africa e Asia) e nord-nord (USA verso Est Europa), quando addirittura non disegnano un percorso inverso sud-nord del mondo perché dai Paesi emergenti (Cina e Sud Africa) muovono verso quelli ancora in attesa di sviluppo del vecchio continente (Est Europa) o quando gli stessi Paesi in via di sviluppo vengono utilizzati come base logistica da società e gruppi finanziari per nascondere le loro operazioni di accaparramento (Filippine e Madagascar verso Africa e America Latina).

Rivolte e migrazioni di massa

L’accaparramento è attuato con espropri e confische ovunque e sempre accompagnati da ribellioni cruente: rivolte sociali, lotte contadine e migrazioni di massa. Fenomeni che agitano la società contemporanea e che si ripresentano dopo ogni periodo storico involutivo, caratterizzato cioè prima da una crisi economica globale e poi dalla riscoperta del “bene rifugio terra”; un processo cui stiamo di nuovo assistendo a partire dagli anni 2000. La Conferenza internazionale di Tirana organizzata nel maggio 2011 dall’International Land Coalition, sul tema “Assicurare l’acceso ai terreni ai poveri in tempi di intensa competizione sulle risorse naturali”, ha avuto il merito di denunciare il land grabbing tanto a scala internazionale che nazionale, svelandone le forme perpetrate anche alla scala regionale, dove si consuma come sopraffazione dei maggiorenti locali sulle comunità rurali. La Final Declaration sottoscritta da tutti i partecipanti di più di 45 paesi (rappresentanti di Governi, Organizzazioni, Agenzie e Movimenti sociali) è particolarmente esplicita al punto 4: “Denunciamo tutte le forme di accaparramento della terra, siano esse internazionali o nazionali. Denunciamo il land grabbing a livello locale […] Denunciamo l’accaparramento di terre su vasta scala, che ha subito un’accelerazione enorme negli ultimi tre anni”.
Olivier De Schutter, ex relatore speciale dell’ONU per il diritto al cibo, ha denunciato lo scandalo fondiario, aggravato dal fatto che gli Stati africani entrano persino in concorrenza tra loro nell’offrire terre a prezzi sempre più bassi per attrarre gli investitori (in Sudan e in Etiopia l’affitto pluriennale oscilla dai 2 ai 10 dollari per ettaro e in altri casi la vendita unitaria per ettaro è pari a qualche decina di centesimi di euro). L’assurda cessione dei terreni, già coltivati dai piccoli conduttori agricoli, avviene attraverso espropri forzati ed è oggetto di accordi tra governatori locali, che intascano il prezzo dei fondi, e investitori stranieri, “interessati” a salvaguardare l’ambiente con il potenziamento delle colture energetiche (no food per biomasse), ritenute più “sostenibili” di quelle alimentari.

Modelli produttivi e clima

Anche per evitare rifiuti e ribellioni delle comunità rurali, alcuni contratti di cessione dei suoli prevedono, come compensazione, la costruzione di scuole o di infrastrutture per le popolazioni locali, in genere strade asfaltate utili soprattutto agli stessi investitori. Nonostante il “vantaggio sociale” che secondo alcuni osservatori deriverebbe ai Paesi in via di sviluppo dalla vendita delle loro terre, non c’è dubbio che la sottrazione dei campi per i contadini locali significa sempre povertà, insicurezza alimentare e perdita di identità e tradizioni colturali e culturali. I vantaggi economici e sociali delle transazioni sono infatti di breve durata, anche perché i proprietari terrieri stranieri praticano forme di agricoltura industriale che impoveriscono piuttosto che valorizzare i terreni. Perdere la terra significa sempre e quasi sicuramente perdere anche risorse idriche e attività economiche tradizionali, come la pastorizia e l’allevamento, che costituiscono la fonte primaria di sostentamento dei popoli in via di sviluppo.
Sappiamo bene che acqua e terra sono risorse indispensabili alla vita e non possiamo quindi stupirci se, quando vengono sottratte alle comunità umane che da esse traggono sussistenza, le uniche opzioni possibili restano per loro la fuga e la morte per fame, per annegamento, per suicidio. Anche senza voler stabilire un rapporto di causa-effetto tra land grabbing e migrazioni forzate, è pertanto facile osservare che le rotte dei migranti dal continente africano verso i Paesi europei seguono tracciati che ricalcano, nel verso opposto, le stesse direzioni dei capitali che dal vecchio continente vengono spostati nei Paesi africani per essere investiti nell’accaparramento delle terre ricche di risorse naturali. Sradicare la policoltura famigliare di sussistenza per introdurre il modello produttivo dell’agricoltura di speculazione che adotta monocolture industriali su centinaia di migliaia di ettari significa infatti desertificare i suoli, favorire i cambia­menti climatici in atto e, in ultima analisi, alimentare i flussi migratori eufemisticamente definiti economici e ambientali. Per evitare espulsioni e migrazioni coatte e al tempo stesso per arginare le reazioni di rifiuto nei confronti dei “diversi”, oggi fin troppo evidenti nei Paesi di “accoglienza”, dobbiamo allora razionalmente riconoscere che “aiutarli a casa loro” – secondo l’espressione cara a quanti chiudono i confini– equivale in prima battuta a non saccheggiare le risorse naturali dei loro Paesi d’origine.

Avvertenza: La scelta di questi brani, a cura dell’autrice, non può né vuole essere esaustiva. E’ uno dei tanti possibili percorsi attraverso un libro, che permettono, a chi non l’ha ancora letto, di conoscerne alcune parti, di provarne piccoli “assaggi”, che trasmettano il senso del libro e il pensiero degli autori.

I valori dell’onestà. Estratti dal libro di Francesca Rigotti “Onestà”

Dopo la sintesi dei libri Rispetto, (Richard Sennett) e Solidarietà (Stefano Rodotà) è la volta di Onestà, di Francesca Rigotti.

Onestà di Francesca Rigotti, Raffaello Cortina editore, 2014

Avvertenza: La scelta di questi brani non può né vuole essere esaustiva. E’ uno dei tanti possibili percorsi attraverso un libro, che permettono, a chi non l’ha ancora letto, di conoscerne alcune parti, di provarne piccoli “assaggi”, che trasmettano il sapore del linguaggio, del ritmo, del pensiero dell’autore.

Il piacere dell’onestà

“Onesto” pensiamo noi di un uomo politico, di un professionista, di un commerciante, di un banchiere o di una guardia di finanza, come di molti altri rappresentanti di svariati mestieri, professioni e ruoli sociali, è “chi non ruba”; onesto è chi non corrompe e non si lascia corrompere nell’ambito della politica, delle transazioni commerciali e della guerra, come pure della medicina e della pubblicità. Onestà è astenersi dalla sottrazione indebita di denaro, dalla frode e dalla corruzione: l’onestà è per noi oggi una virtù morale – crediamo di poter continuare a definirla così – legata al mondo del denaro.
In realtà limitare i sensi di onestà e di onesto a questo ambito è far torto a un concetto polisemico e sfaccettato quanto ricco di significati. E tuttavia è vero che gran parte di tali significati si sono persi per strada, spogliando il concetto stesso della sua ricchezza e riducendolo a un nocciolo di senso esclusivamente economico.
Non lasciamoci condizionare dall’uso comune odierno: l’onestà non è un concetto soltanto economico, non lo è stato di certo in passato, non lo è nemmeno oggi: scopo di questo libro è proprio quello di restituire un po’ del fasto e della ricchezza di sensi del sostantivo “onestà”, dell’aggettivo “onesto” e dell’avverbio “onestamente” sia dal punto di vista storico sia dal punto di vista concettuale.

La struttura del libro

Seguiremo a questo scopo una struttura tripartita, che inizia inquadrando il fenomeno, la virtù (o il vizio?) dell’onestà nell’uso comune del linguaggio quotidiano e letterario. Segue “genealogia dell’onestà”, un’analisi delle variazioni storiche del concetto di onestà che partendo dalla visione stoico-ciceroniana giunge fino a quella contemporanea che insiste, ripetiamo, sull’aspetto economico. Segue un inquadramento concettuale al passo con il contesto attuale teso a individuare il significato di “onestà” a partire dall’analisi di cinque coppie concettuali: onestà e onore, onestà e corruzione, onestà e fiducia, onestà e verità, onesta e utilità. Conclude il tutto un epilogo sul topos dell’onestà premiata, accompagnato da un apologo sugli eroi dell’onestà.

Il senso dell’onestà

Onestà ha a che fare con intenzioni, motivi e disposizioni del carattere e del comportamento di una persona. Se diciamo di qualcuno che possiede la virtù dell’onestà gli attribuiamo un aspetto lodevole del carattere; possiamo per esempio fidarci del fatto che non mentirà né ci ingannerà e nemmeno ci trufferà.
Invocheremo l’insieme di questi requisiti (non mentire, non ingannare, non nascondere o omettere informazioni, non frodare e non corrompere) a comporre il senso esteso della nozione di onestà ai nostri giorni. Definiremo invece “senso ristretto” dell’onestà quello che limita la nozione all’aspetto economico dell’evitare furto, imbroglio, corruzione e concussione, dilazione dei pagamenti ecc. Entrambe le accezioni sono presenti nel linguaggio e nell’uso comune.
Il senso di honesty nella lingua inglese insiste sul carattere dell’onestà intellettuale: dire la verità, non mentire, non ingannare. Il senso dei termini analoghi nelle lingue romanze è invece connesso prevalentemente, nell’uso contemporaneo, all’aspetto commerciale economico: non frodare, non corrompere.
I due motivi principali del senso esteso di “onestà” si possono, a ben guardare, ridurre a due dei dieci comandamenti della tradizione ebraico-cristiana: non ruberai e non deporrai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Fu Cicerone, nel De officiis, l’opera morale più letta e discussa nell’antichità, a sviluppare e perfezionare l’idea scrivendo: “chi, potendo farlo, non previene l’ingiustizia o non le si oppone, ne è colpevole né più né meno che se avesse abbandonato il proprio Paese. Il testimone di un delitto e di un’ingiustizia, vuol dire Cicerone, è colpevole al pari dell’esecutore, se non ne dà testimonianza denunciandola.
Benché quello dell’onestà sia un tema etico per eccellenza, relativo al campo del bene e del male, di ciò che si deve e non si deve fare, e benché l’etica sia una delle branche della filosofia, è sorprendente notare che i filosofi hanno scritto ben poco sul concetto di onestà e sull’idea di onestà in quanto virtù, cimentandosi molto di più, per esempio, nel campo – affine ma non identico – dell’onore.
Benché l’onestà sia considerata virtù importante, essa non fa nemmeno parte delle quattro virtù platoniche: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, chiamate poi “cardinali” e riguardanti l’uomo, le quali, sommate in seguito alle tre virtù “teologali” di Paolo di Tarso riguardanti la divinità, andarono a formare il canone delle sette virtù cristiane.
Il sostantivo “honestum” nella forma latina ha designato per molti secoli il bene in generale, quindi la somma di tutte le virtù, per assumere soltanto in un periodo successivo il senso limitato di una virtù particolare.

L’onestà delle donne

Il termine virtù deriva dal latino virtus, che designa la somma delle eccellenze fisiche e mentali dell’uomo: forza, vigore, coraggio, audacia, così come capacità, attitudine, eccellenza. Virtù dell’uomo in senso proprio, non della donna: in base a un’errata etimologia virtù virili del maschio, (in latino vir). Le donne non hanno nulla a che fare con quel tipo di virtus, mentono, ingannano e non mantengono i patti in ogni caso.
La virtù delle donne, il loro onore, la loro onestà, è stata fino a pochissimo tempo fa unicamente di natura sessuale: la donna virtuosa, la donna onesta non ha da essere leale e coraggiosa, audace e sincera (non saprebbe nemmeno esserlo, queste capacità le sono precluse) ma unicamente casta.
Delle donne non ci si può fidare, dice la tradizione denigratoria che annovera tra i suoi sostenitori un personaggio del mondo musicale. Il personaggio, più comico che tragico, è il vecchio Don Alfonso del Così fan tutte (libretto di Lorenzo Da Ponte, musica di Wolfgang Amadeus Mozart). Se le donne non sono affidabili (“è la fede delle femmine”) tantomeno lo sarà la loro testimonianza.
“La donna è mobile” rincara la dose il Duca di Mantova nel Rigoletto, “muta d’accento e di pensier” tanto per insistere sul fatto che onesta e fedeltà per le donne non sono mai state considerate importanti, siamo sempre state dipinte come mobili, vacillanti, ingannatrici, in questo simili alla folla, al volgo, al popolo il cui vero essere è l’incostanza e il mutamento.
C’è chi il concetto lo canta in musica, chi se lo racconta il letteratura. Un grande testo di lode e apprezzamento dell’onestà femminile è il Don Chisciotte di Cervantes: “la donna onesta e casta è come un ermellino è la virtù dell’onesta è più bianca e pura della neve. Bisogna custodire e tenere in pregio la donna onesta [e qui il narratore raggiunge vertici degni di un ayatollah yemenita dei nostri giorni] come si custodisce e si tiene in pregio un bel giardino pieno di fiori di rose, il cui padrone non permette che alcuno vi passeggi o lo sciupi

Qui la Rigotti, a pag. 24-30, presenta due casi letterari: Il piacere dell’onestà di Pirandello e Azdak in una commedia di Brecht, Il cerchio di gesso del Caucaso, da cui emerge che l’onestà non è sempre e comunque una virtù. Basti pensare anche a Robin Hood. “L’onestà – dice poi citando ancora il Don Chisciotte, è la miglior politica.” E introduce nell’analisi la distinzione tra onestà come virtù individuale e onestà come atteggiamento sociale e politico. E si chiede: “E’ lecito dichiarare un valore relativo alle circostanze particolari nelle quali contratti e promesse sono stati stretti?”

Intermezzo. Una divagazione etimologica sui patti

Il termine “stringere” non è peregrino rispetto a quel che si fa coi contratti e soprattutto con i patti, giacché il termine patto, come quello di pace (pax in latino) ha una storia particolare. Esso si rifà infatti alle radicali del verbo latino tango e di quello greco pegnumi, vale a dire voci verbali foriere di significati quali “fermare, consolidare, assicurare, confermare, fortificare, conficcare”, ma anche “rendere solido, gelare, coagulare”.
Parole fluttuanti si consolidano, si congelano come l’acqua, si coagulano come il sangue, dando luogo a una parola fissa e stabile, una parola d’onore, un pactum solido e affidabile che lega e unisce, una convenzione sociale stabilita, ovvero una pace.
Dunque, torna la domanda: L’onestà è la miglior politica?
Ci chiedevamo se l’onestà sia un valore assoluto o relativo, come e per chi. Un aiuto a rispondere potrebbe forse giungere dall’introduzione del distinguo tra onestà come intenzione e onestà come azione. Sani motivi e ottime ragioni lastricano la strada dell’ideale del comportamento, dell’intenzione dunque, la quale si troverebbe a cambiare l’azione in rapporto a nuove circostanze materiali. Ma questo conduce a dire che nessun ideale morale può essere assunto a guida del comportamento, non l’onestà, non l’amore, non il rispetto o la giustizia, nemmeno la verità. Ma che ideale è un ideale che deve essere rinegoziato ogni volta che spuntano circostanze critiche?

Bugie bianche e bugie cortesi

Talvolta i conflitti di ideali vengono aggirati ed elusi dalle autorità con le cosiddette “bugie pietose”, quelle che gli anglosassoni chiamano in maniera non proprio politicamente corretta “bugie bianche”, white lies, bugie innocenti, bugie di convenienza che non fanno male a nessuno, anzi risolvono elegantemente la situazione. Bugie di convenienza le pronunciano i politici che cercano di mascherare gli interessi privati di un singolo con presunti vantaggi per la società.
A me le bugie cortesi ricordano le “bugie di scusa” che mia madre propinava a destra e a manca – “sono indisposta, non posso venire, la bambina deve fare i compiti” sostenendo che erano diplomatiche e non facevano male a nessuno. Io allora, piccolo Catone, rispondevo indignata che “facevano male alla verità” e correvo via coprendomi le orecchie con le mani per non sentirle. In fondo mia madre, molto più realista, diplomatica e accomodante di me, applicava una regola simile a quella formulata da Stefano Guazzo alla fine del Cinquecento: “E’ permesso, né si può chiamar vizio, il simulare senza alcun interesse e senza intenzione di offender l’altrui”.

I nuovi falsari: onestà e beni comuni

Come la mettiamo adesso con alcune forme odierne di violazione dell’onestà, ovvero col comportamento di coloro che scaricano da internet materiale protetto, film e brani musicali, soprattutto in barba alle leggi sul copyright? Iniziamo a parlarne qui perché si tratta non di persone misere e lacere, ma sovente di ragazzi con poche risorse che desiderano usufruire di questi beni. Li considereremo falsari disonesti, meritevoli di punizioni tremende (sanzioni pecuniarie salatissime, interdizione da internet, taglio delle dita per i recidivi) o chiuderemo un occhio e lasceremo correre, soprattutto se valuteremo questo tipo di produzione non come un bene privato e nemmeno come un bene pubblico bensì come un “bene comune”?
Si definiscono beni comuni quei beni che non sono né privati né pubblici ma nemmeno collettivi. Tratto caratterizzante del bene comune è che il vantaggio che ciascuno trae dal suo uso non può essere separato dal vantaggio che altri pure traggono da esso; il beneficio che il singolo ricava dal bene comune avviene cioè assieme a quello degli altri: non contro gli altri come nel caso del bene privato né a prescindere dagli altri come nel bene pubblico.
La gestione onesta dei beni comuni può richiedere talvolta una regolamentazione soprattutto se il bene non è illimitato (la luce solare) ma limitato (l’acqua).
La gestione onesta dei beni comuni richiede forme di associazionismo assembleare in cui i cittadini, informati da esperti sui problemi in gioco, partecipino direttamente e possano discutere liberamente e approfonditamente arrivando a un accordo il più possibile condiviso, in ossequio alla teoria della democrazia deliberativa.
E’ interessante notare l’impatto offerto dall’innesto del nuovo concetto di beni comuni sul vecchio concetto di onestà ed è ancor più interessante e curioso rimarcare come lo sfondo sul quale il fenomeno si verifica abbia tutta l’aria di una sorta di nuovo Medioevo, e del suo sogno di una natura che mette in comune per l’uso di tutti, come sosteneva già Sant’Ambrogio, e dove disonesto è lo sceriffo che riscuote le tasse sui beni comuni, acqua, pascolo, legnatico, non Robin Hood che pure infrange la legge del Principe.
C’è da chiedersi se la società è davvero così debole da aver bisogno di menzogne che esaltino la disonestà. E se sì, la sua fragilità viene forse soccorsa ricorrendo a prove di disonestà in campo politico ed economico anche se coperte da “bugie bianche” o giustificate con il mutare delle condizioni? Non è preferibile una società in cui l’onestà sia la regola e la disonestà l’eccezione?
Pensiamo sia il caso di continuare a insegnare ai bambini, soprattutto con esempi di comportamenti pratici, piuttosto che a parole, che l’onestà è una virtù e pure un piacere, che è bene in generale rispettare i contratti e mantenere gli impegni, sentendosi comunque liberi di affrontare con mutato atteggiamento situazioni eccezionali e straordinarie che mettano davvero a rischio l’interesse e il benessere di chi vi è coinvolto.

Genealogia dell’onestà

La storia di concetti e di idee morali e politico-morali come l’onestà è di grande importanza, dato il ruolo costitutivo del linguaggio dell’azione umana.
Il problema principale è che quando si analizza l’uso del linguaggio, in morale come in politica, si nota come molte volte i parlanti sembrano avere in mente definizioni diverse dei concetti in discussione. Ciò vuol dire che si tendono ad attribuire differenti significati allo stesso termine. Inoltre proprio le discussioni che investono la definizione di termini morali e politici danno spesso l’impressione di condurre a un punto morto.
Per quanto mi riguarda, da anni cerco di integrare, per la comprensione del lessico della morale e del vocabolario filosofico-politico, la” storia di concetti” con la “storia di metafore”. Accanto e spesso intrecciati ai concetti della morale e della politica si trovano infatti le metafore, ovvero immagini verbali che abbracciano contenuti semantici e si sottraggono la forza espressiva del linguaggio rigidamente concettuale. La metafora nasce infatti nell’ambito della fantasia, ambito che non è qui considerato subordinato al Logos.

Qui Francesca Rigotti percorre la storia concettuale dell’onestà. La definizione ciceroniana di honestum è questa: “Qualunque cosa sia ciò che è bene, è da ricercare; ma ciò che è da ricercare certamente merita approvazione; e ciò che si approva deve essere considerato gradito e accetto: quindi gli si deve attribuire dignità. Se è così, necessariamente è degno di lode. Ne consegue che è bene solo ciò che è onesto. L’honestus in Cicerone non è il bene assoluto che non ammette gradazioni alternative, bensì un bene accessibile al cittadino medio.

L’onestà degli antichi

Nel mondo romano honestus tratta tutto ciò che ha a che fare con l’honos, quindi tutto ciò che riceve in genere riconoscimento, apprezzamento, stima, onore e anche onori materiali, cariche, beni, ecc. La connotazione generale del termine è quindi di natura non tanto morale quanto, potremmo dire, pubblica.
Nel protocristianesimo per Sant’Ambrogio honestum è traducibile come virtù spirituale o bello morale: è per l’Anima ciò che la salute è per il corpo. In Ambrogio come in Tertulliano l’ideale specificamente femminile di honestas ha come vetta più alta la castità: la donna perfetta, delineata in opere dedicate a esaltare la verginità femminile e la donna modesta e pudica, velata, silenziosa e disposta al sacrificio, al perdono delle infedeltà maritali, la cui onestà sta tutta nella castità/fedeltà al marito o a Cristo nel caso delle monache.
Nel Decameron Boccaccio espone il suo proposito di raccontare alle cose “onestamente” per rispetto della “honestade”di chi le ascolta. Con le sue novelle Boccaccio vuole recare “diletto onesto” con un racconto onesto persino da un punto di vista stilistico, disinteressato, armonioso ed equilibrato, che celebra la letteratura in quanto bella e buona in sé.

I precetti per le donne (nel 1500)

L’aggettivo “honesta” è quello che ricorre il maggior numero di volte a delineare i tratti della figura femminile ideale: la donna onesta è prima di ogni altra cosa casta e la verginità, o la continenza sessuale, è sicuramente la qualità principale da ricercarsi in essa.”

Il percorso del libroprosegue attraverso Montaigne, che separa il concetto di utile (legato a profitto e interesse) da onesto, comportamento morale guidato da virtù.
Alla fine del secolo XVIII il concetto di honestum si offusca come bene in sé da ricercare e si afferma la dottrina che si afferma col nome di utilitarismo. Il principio dell’utile che secondo Adam Smith è alla base dell’attività economica viene adottato anche nella scienza morale, con Jeremy Bentham.
In questo procedimento l’onesto scompare, nel momento in cui il bene è assorbito dal principio del piacere e l’utile è ciò che serve a soddisfarlo.

L’ultima parte del libro esplora il senso esteso di “onestà” nel mondo contemporaneo e lo fa esaminando alcune coppie concettuali: onestà e onore; onestà e corruzione; onestà e fiducia; onestà e verità; onesta e utilità.

Onestà e onore

Propongo, come già feci nel mio studio del 1998, L’onore degli onesti, di leggere l’onore in veste di virtù politica che premia l’onestà. In questo modo il termine sarebbe pronto per essere usato di nuovo in un mondo senza monarchia né aristocrazia di sangue. Occorre riabilitare l’onore come virtù politica facendolo coincidere con l’onestà, il rispetto della parola data, il rispetto della verità, della vita e della dignità altrui.
L’onore delle persone pubbliche e delle persone politiche risiede nell’essere onesti nei confronti di un ideale e di certe convinzioni, avendo il coraggio e l’onestà di dichiarare che le si è mutate, se questo è il caso e per quali ragioni. Onestà vuole che le promesse vengano mantenute e gli impegni realizzati. Come potrò altrimenti concedere la mia adesione al patto politico, per quanto ipotetico e simbolico, se non sarò garantita dal fatto che né io né altri lo violeremo?

Onestà e corruzione

Onestà e corruzione sono una coppia di opposti che si escludono a vicenda; chi è onesto non è corrotto e chi corrompe o si fa corrompere non è onesto. Corruzione originariamente sta per disfacimento, decomposizione, putrefazione; viene dal latino cum-rumpo, “spezzo, infrango rompo, ferisco, danneggio”.
Secondo la definizione di “Transparency International” la corruzione è l’uso distorto e personale, per interesse o vantaggio privato, di un potere affidato. E’ un concetto etico più che un concetto politico: non indica infatti un delitto concreto e punibile dal codice penale, quanto la propensione a delitti concreti, una specie di stato di corruzione dell’anima: ecco che il significato tecnico moderno e quello antico naturale biologico si congiungono: chi accetta o propone la corruzione ha un animo marcio.
In qualità di segretario nazionale delle Nazioni Unite Kofi Annan scrisse parole alate sulla corruzione: “la corruzione, distogliendo risorse che andrebbero destinate allo sviluppo, minando la capacità dei governi di garantire i servizi essenziali, alimentando la disuguaglianza e l’ingiustizia e scoraggiando gli investimenti e gli aiuti esteri, colpisce in maniera diseguale le fasce più povere.”
Ma Kofi Annan è proprio colui che ha sistemato in varie posizioni un intero clan di amici e parenti a partire dal figlio Kojo, e il familismo è un grandissimo fattore di corruzione.

Onestà e fiducia

La coppia è formata questa volta da due elementi che vanno sì insieme, ma uno subordinato all’altro, la fiducia all’onestà. Chi concede fiducia non è sicuro delle intenzioni dell’altro, ma è invitato o costretto dalle circostanze ad averla. Non sa se la persona cui concede fiducia è onesta e si comporta onestamente.
Detto con linguaggio della filosofia morale: è la fiducia un bene, un sentimento da preservare in ogni caso, un concetto fornito di carica sempre solo positiva come la libertà? e quali sono i suoi rapporti con l’onestà?
La fiducia non è sempre un bene da preservare a ogni costo. E soprattutto non lo è quando convive con una diseguaglianza radicata e continua, o all’interno di una società ingiusta che se ne serve per perpetrare condizioni di vita non decenti per i suoi membri.

Onestà e verità

In questa parte Franscesca Rigotti sottolinea l’uso frequente di metafore che avvicinano il denaro/moneta alla parola, le analogie tra falsa moneta e falsa parola, tra falsari e bugiardi. E in uno dei suoi intermezzi si chiede, davanti al “Rimetti a noi i nostri debiti”:

Davanti a quali debiti ci troviamo? Debiti economici, debiti morali? Non saremo in presenza di un altro aspetto del campo metaforico della lingua come realtà finanziaria, ovvero denaro/parola?
E, sempre in questa parte, introduce il concetto di onestà intellettuale, cioè la disponibilità a essere capace, di essere disposto a, astenersi dal mentire e ingannare, da nascondere e cancellare informazioni nonché dire e fare quel che si crede opportuno; essere in grado di sottoporre a esame anche ciò che si crede sia vero, e ciò facendo ammettere, se è il caso, i propri errori.

Onestà e utilità

I vari dilemmi dell’onestà riportano ogni volta a un contrasto, anzi al contrasto di base del pensiero morale politico-occidentale: quello tra utile e onesto o tra onestà e utilità. Come si comportano i due membri della coppia? Qual è il loro rapporto? Impossibile dare una risposta univoca, che è invece più semplice negli altri casi. Nella tradizione liberal-egualitaria-democratica è il giusto a imporsi sul bene, bene che stato ed è la parola d’ordine della corrente dei comunitaristi, anch’essi critici del principio di prevalenza dell’utile.
Per i liberali il problema della vita buona ci impone di formulare un giudizio sul tipo di persona che desideriamo essere o diventare. Per i comunitaristi invece quel problema ci impone di scoprire la persona che siamo già. Per i comunitaristi la domanda da porsi non è “Che cosa devo essere?” “Che tipo di vita devo vivere?” ma “Chi sono io?”. L’io trova i propri fini non per scelta ma per scoperta, riflettendo su di sé e indagando sulla propria natura.
Accenneremo soltanto brevemente alla scelta tra due forme di honestum, ovvero tra due principi egualmente giusti, affrontata da Cicerone nel De officiis e da lui risolta a favore dei doveri che derivano,” dalla propensione sociale”, che insistono sull’importanza dell’uomo e della sua condotta rispetto a quelli astratti della conoscenza. Si tratta comunque di un dilemma che ha attraversato tutta la storia della letteratura.

La libertà. Ultimo appuntamento con le Arti del lunedì.

Esiste veramente la libertà? e se esiste, dov’è? com’è? come definirla? Se invece non esiste, perché tutti ne parlano, la ricercano, la pretendono? In questo piccolo saggio intendo affrontare la questione in modo concreto, interrogandomi non tanto sulla libertà come concetto, quanto sull’essere liberi come condizione dell’esistenza reale. La domanda più importante qui non è: “Esiste la libertà?” quanto piuttosto: “Tu ti ritieni libero e se non ti ritieni tale lo vuoi diventare? Hai, o vuoi avere, il coraggio di essere libero?”
Considerando il mondo davanti ai nostri occhi e gli esseri umani che lo abitano, quello che appare alla mente è uno sterminato palcoscenico in cui ognuno si esibisce indossando le diverse maschere imposte volta per volta dall’esistenza: ora figlio ora padre, ora moglie ora amante, ora dirigente ora sottoposto, ora venditore ora acquirente, ora giovane donna ora anziana signora, ora anziano ora malato. Ogni condizione ha le sue regole e prescrive il suo copione.”

E’ questo l’incipit del libro Il coraggio di essere liberi, di Vito Mancuso (ed. Garzanti, 2016), che sarà al centro dell’ultimo appuntamento, La libertà, di questa serie de Le arti del lunedì dedicata ai valori.

Vi aspettiamo numerosi, lunedì alle 18, al CSA delle Rughe, in viale America, con Luciano Minerva e Alvaro Vatri.