Incontro con Alda Merini. Nata il primo giorno di primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Vuoto a perdere, Einaudi, 1991

Ho incontrato Alda Merini nel marzo del 2007, nella sua casa milanese sui Navigli. Devo l’incontro a Marina Bignotti, che dal 1982 le ha fatto da editor per l’editore Vanni Scheiwiller, da amica, da confidente, da bersaglio delle sue impennate, da ispiratrice di decine di poesie, mi fa da intermediaria per ottenere un’intervista rara e difficile. Siamo a duecento metri da casa sua quando lei stessa le telefona, dice che sarebbe meglio di no, che non si sente, sarebbe meglio un’altra volta o anche mai. Marina sa come prenderla, trova gli argomenti giusti e dopo qualche minuto possiamo suonare alla sua porta. Mi ha già avvertito che con lei non si sa mai come si sarà accolti e che mi posso aspettare di tutto. Ci apre un giovane direttore d’orchestra che sta lavorando con lei e ci porta al suo cospetto.
Mi aspetta la presentazione più originale che mi sia mai capitata nella vita. Dopo avermi stretto la mano, Alda Merini guarda Marina e le dice: “Che bell’uomo che mi hai portato”, e subito dopo, rivolgendosi a me: “Scusi, lei è gay?” “Beh, veramente…- rispondo imbarazzato – no.” “Strano, perché ha dei lineamenti delicati e quasi sempre questo è tipico dei gay…”. Sorride un po’ sorniona, Marina mi fa un cenno per capire che è andata, sono stato accolto, l’esame è passato e l’intervista si potrà fare senza problemi, ovviamente ora toccherà a me.
La casa che abita da sempre e che rappresenta la sua tana è a dir poco claustrofobica. Le pareti sono piene di centinaia di numeri di telefono scritte direttamente sul muro a penna, matita, pennarello. E’ la sua agenda, ovviamente non c’è ordine alfabetico e mi chiedo come faccia a trovarli quando le servono. L’operatore mi guarda un po’ sconvolto perché dovrà trovare uno spazio per la telecamera sufficiente per riprenderci, e lo spazio a prima vista non c’è. La stanza è piena di oggetti, foto, ricordi, statuette, quadri, libri, fiori freschi e secchi, sedie e cuscini, il pavimento pieno di mozziconi di sigaretta (ci spiegherà lei stessa perché, in qualche modo, nell’intervista), ma quello per fortuna resta fuori dall’inquadratura. Bisogna spostare molti oggetti, portandoli nella stanza accanto, una soluzione si trova sempre, le riprese saranno tutte in campo stretto e in primo piano, io resterò per tutto il tempo pressoché attaccato alla telecamera, per avere il mio spazio vitale. Le luci di scena, leggere, illuminano bene e piacciono al poeta (preferisce così, piuttosto che “poetessa”), che alla fine ci chiederà di lasciarle i faretti, nella chiave scherzosa che emerge nel corso di tutta l’intervista, che si chiuderà dopo quasi un’ora con un semplice “Adesso basta, però”.
Prendo spunto dalla poesia “Nata il primo giorno di primavera”, perché mai come in questo caso la biografia sarà centrale nell’intervista, dunque sarà bene partire dall’inizio, dalla nascita, perché la data di trasmissione potrà coincidere. Già dalla prima risposta però, dopo il prologo della presentazione, comprenderò che il suo gioco è quello di spiazzare l’intervistatore, mettendolo costantemente alla prova.
Il compleanno per lei è una data importante?
“Lo era, adesso non lo è più perché ho incontrato un sacco di ragazzi sciocchi che sono nati il 21 marzo e mi sono veramente cascate le ginocchia. Io nascerò un altro giorno.”
Però la primavera comincia, come la sua vita, il ventuno marzo…
“Non l’ho fatta io, guardi. Il ventuno marzo è la festa mondiale della poesia, ma il ventuno come inizio della primavera è un caso, primavera è folle perché è scriteriata, perché è generosa. Però incontra anche il demonio. E io l’ho incontrato il demonio. Era il manicomio. A furia di andare in giro a vanvera come vado in giro io, mi sono imbattuta male, però anche il demonio si è commosso e mi ha lasciato uscire. Tutto lì. C’è un medico che mi ha raccontato una cosa: ‘succedono dei miracoli’. E mi ha detto: ‘lei ha avuto un miracolo, non si ricorda più del manicomio, tutto spazzato via’.
Ho vissuto tutto come una sequenza catartica, di purificazione, ma di quale peccato non l’ho mai saputo. Comunque è una purificazione a livello religioso, in cui uno vede che la morte gli cammina a fianco e non se ne rende conto. L’ho pensato spesso di quel grande editore che era Vanni Scheiwiller, che alla mattina partiva con la valigetta e io gli dicevo: ‘verrà un giorno che diranno all’Alda Merini: oggi non parti più’. Sarà un giorno tremendo in cui chiuderanno la porta: verrà anche per noi comunque, ma questo non mi rende triste. Anche perché se chiudono la porta gli spifferi non entrano più e io non mi ammalo più (ride). Finché son viva ho spifferi da tutte le parti.”

Il resto dell’intervista….conviene goderselo dal video di Incontri disponibile sul sito delle Teche Rai. Eccolo.

Amos Oz, l’orologiaio delle parole

Lo scrittore israeliano Amos Oz è scomparso a Tel Aviv il 28 dicembre scorso a 89 anni. Pubblichiamo l’intervista realizzata per Rainews24 (da Luciano Minerva) nel marzo 2007 a Pordenone, in occasione della manifestazione letteraria Dedica, di cui fu protagonista, con il relativo video delle Teche Rai.

 

Suo padre era bibliotecario e sarebbe stato molto più volentieri scrittore anche lui, come invece era lo zio, un’autorità nella letteratura ebraica. Il contrasto con il padre, vicino alla destra ebraica, portò Amos, a 15 anni, a lasciare casa sua, entrare in un kibbutz e cambiare il cognome originario Klausner in Oz, che in ebraico significa “forza”. Docente di letteratura, per molti anni è stato vicino al leader laburista Shimon Peres, che l’aveva proposto, senza successo, come un possibile successore alla guida del partito.
Incontro Amos Oz a Pordenone, cittadina in cui ogni anno a marzo si dedicano quindici giorni di iniziative, tra incontri, spettacoli, letture pubbliche, a uno scrittore “universale”, capace di parlare a tutti. (“Dedica” è il nome della manifestazione.)

La biblioteca di Pordenone come set

Mostra di apprezzare la scelta della Biblioteca comunale come set, lo dimostra il sorriso con cui entra.
Il mio mondo – racconta, aggiungendo altri particolari – era pieno di libri in 16 o 17 lingue perché mio padre era un grande poliglotta. I libri erano il mio universo. Questi erano i paesaggi, le montagne, i laghi, i fiumi, tutto era fatto di libri. Non mi era permesso giocare molto all’aperto, era troppo pericoloso, perciò giocavo con i libri che non potevo leggere, li toccavo, li tenevo tra le mani, li annusavo. La biblioteca è stata il mio primo universo.” Da piccolo, non osando immaginare di diventare, da grande, uno scrittore, sognava di diventare un libro: “Volevo essere un libro piccolo, in modo da potermi nascondere dietro ai grandi libri.
Ha una simpatia che gli piace esporre, un buon senso dello humour, nel parlare mostra lo stesso gusto della parola che manifesta nella scrittura.
Preciso, rapido, capace di inquadrare un problema nel numero essenziale di parole giuste, sembra impersonare, quasi mimandolo coi gesti, quell’orologiaio vecchio stile a cui ama paragonare lo scrittore.
Lavoro come un orologiaio di vecchio stampo, con una lente di ingrandimento sull’occhio e un paio di pinzette in mano, prendo una parola, la controllo in controluce e mi chiedo: ‘E’ la parola giusta? E’ la parola giusta?’. La giro prima da un lato e poi dall’altro, poi la metto al suo posto e spesso la prendo, la sposto e la sostituisco con un’altra parola perché so quanto possano essere pericolose e complesse.”

La complessità delle parole


“Molto spesso quello che vogliamo dire non è quello che in realtà diciamo e quello che diciamo non corrisponde a quello che volevamo dire. E’ per questo che le parole possono comunicare cose che in realtà non intendevamo dire, provocando così dolore, offesa o ridicolo. Io lavoro con le parole con estrema cautela, come se fossero materiale radioattivo. Il mio vero lavoro come scrittore non ha a che fare con le idee, con i concetti, non si occupa principalmente di elaborare una trama; è piuttosto il lavoro di prendere le parole una a una e metterle una accanto all’altra, parola dopo parola dopo parola.”
La sua narrativa si colloca in uno spazio tra la vocazione di comprendere gli esseri umani e la coscienza dell’estrema impossibilità di intendersi che, riferendosi alla famiglia di origine, definisce come “mille anni di oscurità”.
La storia della mia famiglia è soprattutto la storia del popolo ebraico in Europa. È una storia di persecuzione, discriminazione, alienazione e infine di massacro su scala impressionante. Come essere umano, guardo questa storia così oscura da cui proviene la mia famiglia e mi chiedo: cosa avrebbe potuto evitare il corso di questa storia? Come sarebbe potuta essere una storia diversa? Così mi dico: solo attraverso la curiosità dell’altro, l’apertura verso le altre persone e la capacità di accettare l’altro come altro. Credo profondamente che la curiosità sia un valore morale, un imperativo etico: sii curioso degli altri; se sarai curioso sarai suscettibile al fanatismo, meno incline a diventare un fanatico. Trovo in me stesso, come risultato della storia di tenebre della mia famiglia, una grande curiosità umana. E la curiosità è la mia vita, un raggio di luce nell’oscurità.”
Nel 2007, quando lo incontrai, era appena uscita in Italia la sua autobiografia, Storia d’amore e di tenebra. Un romanzo toccante, dove, a oltre cinquant’anni, si misurò per la prima volta con il suicidio della madre, quando ne aveva dodici. Mi incuriosiva sapere quanto accade nella persona, prima ancora che nello scrittore, una volta che si siano ricostruiti, rimessi in ordine, come i tasselli di un puzzle, gli eventi di una vita.
“Dopo aver scritto Una storia d’amore e di tenebra sono diventato un uomo molto più pacifico. Ho fatto pace con i morti: con mio padre morto, mia madre morta, i miei nonni, con un passato morto. Ho fatto pace con il passato, non sono più arrabbiato con il passato. Ho ancora molta rabbia in me, ma è rabbia nei confronti del futuro e non più nei confronti del passato. Credo che la rabbia verso il passato sia un veleno.“

Dalla pace con se stessi alla pace coi popoli

Lei parla del fare pace dentro se stessi e scrive sempre di famiglie, di relazioni, di microcosmi. Ma come si passa poi all’altro livello, a quello della pace tra i popoli?
“Se mi chiede di dirle in una sola parola qual è il tema di tutto il mio lavoro letterario, le direi ‘famiglie’. Se mi dà due parole, le direi ‘famiglie infelici’, se mi dà tre parole… le direi di leggere i miei libri. Credo che la famiglia sia l’istituzione più affascinante di tutto l’universo, e la più misteriosa, la più paradossale, la più comica e tragica. Ritengo che tutto abbia inizio all’interno della famiglia: il fanatismo nasce all’interno della famiglia, il conflitto nasce all’interno della famiglia e anche la pace nasce all’interno della famiglia. Se non riusciamo a condurre una vita familiare pacifica, avremo pochissime possibilità di riuscire a vivere in pace con i nostri vicini e sicuramente non sapremo come fare pace con i nostri nemici. Tutto nasce, secondo me, all’interno della famiglia.”
Così come ama annusare i libri, Oz racconta di un’altra sua passione legata al mondo sensoriale: da bambino assaporava le pietre, che per lui hanno lo stesso effetto delle madeleine di Proust.
Gerusalemme, da cui provengo, è una città di pietre e sogni. Delle pietre molto grandi e compatte e dei sogni estremamente folli, fanatici e malsani. Molto spesso toccare una pietra, annusarla mi aiuta a riportare nella mia mente i sogni di Gerusalemme, i vari sogni, alcuni dei quali purtroppo mi spaventano, mentre altri sono meravigliosi. Ma nella mia mente c’è sempre un legame tra la pietra e i sogni. E i sogni di Gerusalemme durano più a lungo delle pietre.”
Come mai ha deciso di venir via dalla sua Gerusalemme per andare a vivere ai confini del deserto?
“Quando avevo intorno ai 15 anni, mi sono ribellato contro il mondo di mio padre, contro Gerusalemme, mi sono ribellato contro l’atmosfera fortemente soffocante di questa città e della mia famiglia. Mio padre era di destra e io ho deciso di essere di sinistra; mio padre era un intellettuale e io avevo deciso di guidare il trattore; mio padre era basso e io avevo deciso che sarei diventato molto alto, non ha funzionato, ma avevo deciso così. Quindi mi sono ribellato contro Gerusalemme, anche oggi vado molto spesso in visita a Gerusalemme e gran parte dei miei libri sono ambientati lì, ma non posso vivere a Gerusalemme, l’aria è troppo soffocante per me.”
Lei scrive che la forza di gravità di Gerusalemme era più forte alcuni anni fa di adesso. Cosa vuol dire?
“In quei giorni a Gerusalemme le persone camminavano con grande attenzione. Se poggi un piede per terra, non lo sposti molto facilmente perché potrebbe esserci qualcuno a prendere il tuo posto; se alzi un piede, non lo riappoggi molto facilmente perché non sai cosa c’è sotto, non sai se c’è una mina, un serpente, una bomba o altro. Quindi le persone camminano in punta di piedi, come se fossero arrivate in ritardo a un concerto.”

Israele da fuori e da dentro


A colloquio con uno scrittore israeliano si arriva inevitabilmente ad affrontare i temi del conflitto, che a volte entrano nei romanzi attraverso semplici osservazioni dei personaggi. Al protagonista di Non dire notte Oz fa dire, ad esempio, che “il conflitto in Israele visto da lontano è tutta un’altra cosa”. Una visione che corrisponde alla sua.
La realtà vista dall’esterno appare molto spesso come la realtà proposta dalla CNN: solo i palestinesi, il terrore, gli insediamenti, i confini e i luoghi sacri. In realtà Israele è un luogo vivo, ha un classe media molto forte, una vita estremamente edonistica, molto rumorosa, passionale, polemica, piena di passione e desiderio e questo è l’Israele che non è mai in prima pagina, non si è neanche coscienti dell’esistenza di questo Israele finché non si viene in Israele. È una terra di polemiche, le persone discutono in mezzo alla strada con grande passione. Il vero Israele è molto simile a un film di Fellini: le persone parlano sempre in modo appassionato. Ma la visione televisiva di Israele che vedo quando viaggio all’estero non corrisponde alla realtà che viviamo.”
Pochi sanno forse che per scelta del primo leader dello Stato di Israele, Ben Gurion, le prime trasmissioni televisive iniziarono nel Paese molto più tardi che nelle altre parti del mondo, nel 1968.Ben Gurion – ricorda al proposito Amos Oz, – diceva che la televisione era un male per Israele perché avrebbe rovinato le persone. Forse aveva ragione.” Come David Grossman, anche Amos Oz pubblica di tanto in tanto interventi sulla situazione politica.

L’asilo globale

L’aspetto probabilmente peggiore della globalizzazione è questa regressione infantile del genere umano, l’asilo globale, ridondante di ninnoli e balocchi, dolcetti e lecca- lecca.”
Contro il fanatismo, Feltrinelli, 2004

 Credo che viviamo in un asilo globale perché c’è un sistema di lavaggio del cervello che ci rende infantili e immaturi. Pensiamo che se compriamo ancora un altro oggetto possiamo diventare felici; siamo circondati da giocattoli e oggetti e siamo invitati a passare tutta la nostra vita a giocare con i giocattoli. Questa è un’infantilizzazione dell’essere umano, un’infantilizzazione sistematica dell’intera umanità. Ho visto qualche tempo fa dei graffiti in Israele che dicevano: ‘siamo nati per comprare’. Ma non tutti noi. Alcuni sono nati per vendere e sono loro i responsabili dell’infantilizzazione dell’umanità. “
Quando era bambino incontrò una bambina araba e ancor oggi rimpiange di aver commesso un errore.
“Avevo forse 9 o 10 anni, ero un piccolo fanatico, vittima di un lavaggio del cervello nazionalista, e quando ho incontrato questa ragazzina araba, l’ho trattata come una rappresentante del mondo arabo, mentre io mi consideravo un rappresentante del popolo ebraico. Le ho parlato come un rappresentante parla a un altro rappresentante. Dopo molti anni mi sono dispiaciuto perché non mi ero rivolto a lei come un ragazzo si rivolge a una ragazza.”
Gli scrittori israeliani, in modo particolare, parlano spesso del bisogno di mettersi nei panni degli altri. Perché secondo lei?
“Viviamo in una serie di conflitti. C’è un conflitto di maggiore entità, quello tra israeliani e palestinesi, e per poterlo risolvere è necessario immaginare l’altro, mettersi nei panni dell’altro non per essere d’accordo con lui, ma solo per immaginare il modo di pensare dell’altro. Ci sono poi conflitti interiori infiniti, contraddizioni nella società israeliana. Ricordiamo che Israele è una terra di immigrati. Ogni ebreo in Israele proveniva da un paese diverso, da un background diverso, da una diversa relazione di amore e odio con il vecchio paese. Per coesistere, l’immaginazione dell’altro è un bene cruciale, senza la quale è impossibile vivere e perfino uscire a comprare il giornale in edicola.”
Lei dice che l’amore non è il contrario della guerra. Qual è allora il contrario della guerra e come si può arrivare alla pace?
C’è un’idea molto sentimentalista e principalmente europea che confonde l’amore, la compassione, la pace, il perdono, la comprensione, come se tutte queste parole avessero lo stesso significato. Nel mio vocabolario il contrario della guerra è la pace, non l’amore. Per questo non ho mai creduto agli slogan sentimentalisti: “fate l’amore, non fate la guerra”. per quanto riguarda i palestinesi il mio slogan è sempre stato:”fate la pace, non fate l’amore”. Non credo che sia necessario che i Paesi si amino, è sufficiente smettere di uccidere e morire, non credo che possa esserci un amore improvviso tra israeliani e palestinesi, c’è troppa rabbia, troppe ferite, troppo dolore, troppa ingiustizia da entrambe le parti. Ora non abbiamo bisogno di amore ma di pace e la pace è un accordo pratico, un contratto tra due parti in cui entrambe possono ottenere solo in parte quello che vogliono. Se accettiamo questa condizione non si potrà arrivare all’amore, ma alla pace sì.“

La rubrica Incontri fortemente voluta da Roberto Morrione

Era l’estate del 2000 quando, dopo 27 anni dedicati allo sport, come dirigente prima, come studioso e giornalista poi, decisi di chiudere quell’esperienza che mi aveva stancato e che sentivo esaurita. Chiesi a Roberto Morrione, da poco direttore di Rainews24, di occuparmi d’altro e mi misi a disposizione sua e della redazione. Passarono solo due giorni e lessi, sul sito del canale, una breve scheda su una riedizione di I nostri antenati di Italo Calvino (lo scrittore che trovo sempre sugli incroci più importanti…). Erano dieci righe un po’ miserelle in cui si citava il “repackaging arancione” e non si diceva neppure da quali tre classici (Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente) fosse composta questa raccolta. Bussai alla porta del Direttore e gli dissi, senza timori né dubbi: “Io potrei fare molto meglio, che ne dici di una rubrica libri, che non c’è?”

Narrativa per forza

Detto fatto, convocò una riunione, proposi una rubrica che presentasse libri soprattutto di saggistica, perché quelli leggevo e tra quelli mi muovevo bene. Si era in cinque, tre votarono, Morrione compreso, per una rubrica di narrativa. “Ma io non ne leggo”, obiettai timidamente. “Vorrà dire che adesso ne leggerai” rispose Roberto con il sorriso sornione di cui era capace quando voleva far passare le sue proposte. Il caso volle che dopo soli cinque giorni ci fosse la quarta edizione del Festivaletteratura a Mantova, che il libro che mi aveva colpito fosse Che tu sia per me il coltello di David Grossman e che per una serie di coincidenze fortunate Grossman concesse solo a me l’intervista, che allestii nel Giardino segreto di Isabella d’Este a Palazzo Ducale. Il risultato fu eccellente, l’esperienza proseguì e pochi mesi dopo, messi a segno altri bei colpi (Pontiggia, Citati, conferenza di Gorbaciov e qualcos’altro), partì la rubrica Incontri, per scelta e volontà precisa del Direttore, con molti mugugni tra colleghi e dirigenti che non vedevano interviste letterarie e “fuori del tempo” (mai su un solo libro, mai sulla stretta attualità) come organiche e funzionali a un canale all news.

Dalla rubrica al sito

Fu sempre Roberto Morrione a favorire l’avvio di una sezione del sito dedicata a ospitare non solo i video ma anche i testi integrali delle interviste (il prode Stefano Lamorgese, co-équiper di questa Città di Isaura e Diego Mencarelli, creatore anche di questo sito furono tra gli artefici). Rappresentavo un’eccezione nella redazione e in qualche caso dovetti difendermi dalle accuse di “stare a casa a leggere nelle ore di servizio”, ma del resto per incontrare il Premio Nobel Saramago (due mesi dopo l’avvio della rubrica) non potevo che tuffarmi in migliaia di pagine mai lette. Morrione sostenne sempre la rubrica Incontri e me, garantendomi la totale indipendenza nella scelta degli autori e nel taglio dei servizi da 12′ ciascuno. Un suo parere non lo faceva mancare mai, di approvazione o con suggerimenti per il futuro. Difese anche la diversità di Incontri dalla forma sperimentale di produzione del canale, dove tutti i giornalisti dovevano apprendere a girare e montare in proprio i servizi, senza problemi per la perdita di qualità. Ma, di fronte a fior di letterati, era fondamentale, secondo Roberto Morrione, garantire la massima qualità della mia attenzione durante l’intervista e del prodotto nelle riprese e nel montaggio. E anche questo argomento Roberto lo impose. Gradualmente coinvolgemmo, di tanto in tanto, altri redattori (Flaviano Masella, Zouhir Louassini, Silvana Pepe, Luigia Sorrentino e altri). Il settimanale divenne un po’ per volta un piccolo gioiello riconosciuto pian piano da tutti. E fu confermato negli anni successivi da Corradino Mineo.

Grazie a Roberto e al Premio Morrione

A quasi vent’anni dall’avvio di questo programma (andato in onda dal 2000 al 2009), che ora ritrova vita nella ripubblicazione delle Teche Rai, sento per Roberto Morrione una profonda gratitudine. La sua era una visione ampia delle forme del giornalismo e della necessità di approfondimenti che superassero le contingenze e il “momento per momento”. E nel gestire una redazione complessa, seppe far convivere persone, punti di vista, esperienze molto diverse tra loro. Grazie a lui e grazie a chi da anni, attraverso il Premio giornalistico Morrione, ne tiene in vita il ricordo, il sapere, la passione da trasmettere alle nuove generazioni di giornalisti e di fruitori dell’informazione.

(Luciano Minerva)

Intervista Rai a Libereso Guglielmi, “il giardiniere di Calvino”

“Il nuovo giardiniere era un ragazzo coi capelli lunghi e una crocetta di stoffa in testa per tenerli fermi”.

Comincia così il secondo dei Racconti pubblicati da Italo Calvino, dal titolo “Un pomeriggio, Adamo”. L’Adamo del racconto è Libereso Guglielmi (1925-2016), quasi coetaneo di Italo Calvino, che aveva vinto a quindici anni una borsa di studio per lavorare con i genitori di Italo, Mario ed Eva Mameli, al primo Centro sperimentale di botanica in Italia, a Sanremo.  Tra tutti i personaggi intervistati per la rubrica Incontri Libereso è l’unico non-scrittore. Era però un testimone diretto dell’adolescenza di Italo Calvino e, forse, persino un ispiratore della figura di Cosimo di Rondò, il barone rampante del romanzo. Lo vidi alla Fiera del libro di Torino, capelli bianchi lunghi, un viso sorridente, un gusto del racconto di storie, aneddoti, conoscenze delle piante e della natura incredibili. La settimana dopo ero a Sanremo per intervistarlo.
Mai i dodici minuti del format Incontri mi sono sembrati tanto pochi per dare conto di tutto quello che mi aveva raccontato. Libereso è stato il primo in Italia a raccogliere l’eredità di secoli di conoscenze popolari e diffondere in Italia la ricerca di erbe spontanee. E’ stato giardiniere presso l’Università di Londra e a lui Ildebrando Pizzetti ha dedicato il libro Libereso Guglielmi, il giardiniere di Calvino, una lunga intervista che merita di essere letta. Come merita di essere vista e ascoltata questa intervista del maggio 2002.

DAVID GROSSMAN E L’INTIMITA’

Il video delle Teche Rai a cui rimandiamo risale al 2000, quando il Festivaletteratura di Mantova era solo alla sua quarta edizione. Era la prima delle quattro partecipazioni dello scrittore israeliano al Festival. Per me era anche la prima delle interviste per Rainews24, prima ancora dell’avvio della rubrica Incontri.
Era stato pubblicato da poco per Mondadori Che tu sia per me il coltello, storia di un amore epistolare (lettere vere, di carta, il web era ancora in fasce) tra un uomo e una donna che non si conoscevano. Grossman considerava questo suo libro, non a torto, “il più lungo preliminare erotico della storia della letteratura”. E’ un romanzo, l’ho verificato negli anni, che dai lettori è molto amato oppure rifiutato, quasi respinto, senza vie di mezzo.
Riuscii a ottenere, attraverso i dirigenti del Festival, la possibilità di intervistare Grossman nel giardino sereto di Isabelle d’Este, a Palazzo Ducale. Non poteva esserci un luogo più adatto.

Questo il video della pagina delle Teche Rai, da cui si accede al testo integrale in pdf dell’intervista.

I diritti umani nelle voci degli scrittori

In una pagina de Il libro degli abbracci, dal titolo “La funzione dell’arte” Eduardo Galeano racconta di un bimbo che vede per la prima volta il mare e, dopo essere rimasto “muto di bellezza, quando alla fine riuscì a parlare, tremando, balbettando, chiese a suo padre: “Aiutami a guardare!“.
Siamo partiti da quest’immagine, Alvaro e io, per presentare, nei locali della Biblioteca Elsa Morante di Ostia, l’8 maggio, una breve antologia di voci di grandi scrittori sul tema dei diritti umani. L’arte della letteratura, da sempre, può aiutarci a guardare più a fondo e a comprendere meglio, attraverso le storie e i racconti, quei diritti universali dell’Uomo approvati, sulla carta, dai paesi dell’Onu settant’anni fa, ma ben lontani dall’essersi affermati nella realtà e nel senso comune. Al centro della serata  c’era quell’articolo 2 che li anticipa e li sintetizza tutti affermando che “ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione” e che “nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del Paese o del territorio cui una persona appartiene“. Grazie ai video delle Teche Rai (dalla trasmissione Incontri di Rainews24) abbiamo ascoltato e intrecciato le voci e le pagine di undici scrittori di quattro continenti: i Premi Nobel Josè Saramago, Gao Xing Jian, Toni Morrison, Nadine Gordimer, Doris Lessing, Wole Soyinka e di Eduardo Galeano, Ryszard Kapuscinski, Azar Nafisi, Arundhati Roy e Madres di Plaza de Mayo.
Le diverse esperienze di prigionia e di esilio, di sofferenze e solidarietà si integravano intorno alla questione della dignità umana negata e del diritto all’alfabetizzazione e all’educazione, che sono alla base della consapevolezza diffusa dei diritti propri e dell’altro. Il cerchio narrativo si è chiuso tornando a Galeano, che fra i diritti fondamentali  ne considera un inalienabile, non scritto in alcuna Carta o Dichiarazione: “cominciamo a esercitare il diritto di sognare, perché veramente ogni notte possa essere vissuta come se fosse l’ultima, ogni giorno come se fosse il primo.”
Qui il video dell’intervista realizzata a Roma nel 1999.

 

 

 

 

 

 

 

LE NOSTRE FINALITA’ E ATTIVITA’

Questi sono i due articoli portanti dello Statuto de La città di Isaura sulle finalità e le attività, per chi li vuole conoscere integralmente, per chi vuole sapere un po’ più a fondo tutto quello che, come associazione, possiamo fare, e perché.

 Articolo 4.

L’Associazione persegue i seguenti scopi:

  • promuovere la cultura in tutte le sue forme e in particolare incoraggiare l’abitudine alla lettura, in quanto attività fondamentale per un uso del tempo che valorizzi la gioia di leggere e ascoltare insieme, la ricerca dell’equilibrio e dell’armonia con la Natura, l’apprendimento permanente, la crescita intellettuale ed economica della società, la socializzazione, lo sviluppo del senso critico e di quello civico, il senso della Qualità.
  • diffondere ad ampio raggio il piacere della lettura ad alta voce e del suo ascolto con una particolare attenzione al bacino territoriale e sociale in cui ha sede; valorizzare e salvaguardare la conoscenza dei libri, anche come prodotti e manufatti di valore storico;
  • incoraggiare, attraverso la diffusione della cultura, l’adozione di stili di vita sostenibili, i diritti umani, la cittadinanza globale, la valorizzazione della diversità culturale, il rispetto per l’ambiente, l’uguaglianza di genere e valori di pace e non violenza;
  • contribuire all’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e in particolare promuovere il contributo della cultura al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile;
  • valorizzare i libri come strumento di sensibilizzazione del più ampio pubblico al miglioramento della qualità dell’ambiente e all’inversione del processo di perdita di biodiversità, promuovere la valorizzazione del Capitale Naturale e in particolare dell’insieme dei benefici non materiali ottenuti dagli ecosistemi (come il senso spirituale, etico, ricreativo, estetico e le relazioni sociali);

 

  • favorire il dialogo, la sinergia e la collaborazione con altre associazioni, enti pubblici e privati, biblioteche e istituzioni che promuovano finalità analoghe;
  • valorizzare tutte le categorie che appartengono alla filiera del libro (editore, libraio, bibliotecario, insegnante, operatore culturale, restauratore, ecc.).

Articolo 5.

L’Associazione, per il raggiungimento dei suoi fini, intende svolgere varie attività, in particolare:

  • realizzare eventi culturali e di promozione della lettura e del libro attraverso incontri, spettacoli, proiezioni, convegni, mostre, attività didattiche e altre iniziative in diversi contesti, anche in modo itinerante;
  • individuare e valorizzare i luoghi e gli ambienti che favoriscono l’espressione, l’ascolto e la comprensione dei testi proposti (reading literacy): biblioteche, musei, scuole, istituti culturali, parchi e aree protette, orti botanici giardini, ville e sale pubbliche e private, siti archeologici e di importanza storica, librerie e luoghi di aggregazione, anche in relazione con altre forme d’arte pensate per la natura (land art, musica ecc.);
  • realizzare il Progetto “Librinparco” (marchio da registrare) da realizzare nei parchi nazionali
  • accrescere le modalità di fruizione del patrimonio storico-culturale all’interno delle aree naturali protette, favorendo l’uso ricreativo e spirituale della natura e valorizzando il capitale ecosistemico di tali aree;
  • ideare e realizzare itinerari didattici e programmi di educazione ambientale anche in collaborazione con il sistema dell’istruzione pubblica e privata;
  • organizzare, in proprio o in collaborazione con altri enti o istituzioni pubbliche o private, incontri, eventi e iniziative culturali, selezione e letture di testi, presentazioni di scrittori e libri con l’utilizzo di filmati e altri materiali multimediali, realizzazione di spettacoli;
  • organizzare, partecipare e collaborare, anche attraverso la stipula di convenzioni, a incontri, studi, corsi di formazione, lezioni, laboratori, dibattiti, seminari, convegni, conferenze, tavole rotonde, mostre, esposizioni, spettacoli, concorsi, rassegne e altre manifestazioni di valenza culturale;

– far conoscere le voci e le esperienze degli autori classici e contemporanei, sia italiani che stranieri, con particolare attenzione ai temi dei diritti dell’Uomo, a una cultura ambientalista, di pace e non violenza;

  • diffondere e valorizzare il patrimonio video della rubrica Incontri di Rainews24 (2000-2009), concessa in uso a Luciano Minerva dalle Teche Rai;
  • promuovere attività di lettura, informazione e divulgazione nelle biblioteche e nelle scuole di ogni ordine e grado, incoraggiando programmi per incrementare la conoscenza nel settore di pertinenza dell’associazione;
  • promuovere e offrire consulenze riguardo a opere editoriali e materiale informativo e divulgativo, cataloghi, siti internet, opuscoli, riviste, saggi, guide, testi riguardanti il settore d’interesse dell’Associazione, nonché pubblicazioni in genere di carattere multimediale e/o su qualsiasi altro tipo di supporto;
  • svolgere attività di consulenza per la progettazione e la gestione di attività e prodotti culturali, ivi compresa la sperimentazione di nuove modalità e nuovi format per la proposte culturali e letterarie;
  • promuovere l’autofinanziamento dell’associazione ai sensi delle norme che consentono le agevolazioni fiscali nei limiti di cui all’art. 36 c.c.;
  • richiedere e utilizzare le provvidenze disposte dalla U.E., dallo Stato, dalla Regione e da enti locali, oltre i finanziamenti e i contributi disposti dai Ministeri, da altri organismi pubblici, statali, parastatali o da privati.