Il castello delle voci: interviste Rai a dodici autori, quattro Premi Nobel

Questo sito è nato, ad aprile 2018, con un proposito, fra gli altri: divulgare le parole, le voci, le immagini di scrittori di tutto il mondo, con i servizi realizzati per la rubrica Incontri di Rainews 24. La storia del salvataggio di una intera videoteca l’ho raccontata qui, in un post che la riassume.
La sezione Il Castello delle voci del sito ha pubblicato in questi mesi 15 dei 220 servizi digitalizzati dalle Teche Rai. Eccoli, in ordine alfabetico, con i link ai singoli servizi:

Eduardo Galeano (Uruguay) Intervista a Roma, 1999)
Gao Xin Jiang
(Cina, Premio Nobel 2000), intervista a San Miniato e Pisa, 2006
Nadine Gordimer
(Sudafrica, Premio Nobel 1991), intervista a Milano, 2007
David Grossman
(Israele) Intervista del 2000 sull’intimità, nel Giardino segreto di Isabella d’Este, a Mantova
Libereso Guglielmi
(Italia, “il giardiniere di Calvino“), Intervista a Sanremo, 2003
Ryszard Kapuscinski
(Polonia), lectio magistralis a Udine, 2006
Madres de Plaza de Mayo
 (Argentina), intervista a Percoto (Ud), Premio Nonino 2006.
Alberto Manguel
1 (Argentina,…leggeva libri a Borges), Intervista a Mantova, 2003
Alberto Manguel 2 Intervista a Ostia, 2005
Toni Morrison
, (Usa, Premio Nobel 1997), incongtro pubblico al Festivaletteratura di Mantova 2002
Josè Saramago
(Portogallo, Premio Nobel 1998), Intervista a Genova, 2001, a bordo del vascello del film Pirati di Polanski
Thich Nhat Hanh
(Vietnam), Intervista a Castelfusano, 2003
Tiziano Terzani
1 (Italia), Intervista su Lettere contro la guerra, Firenze, 2002
Tiziano Terzani 2 Ultimo incontro pubblico, Festivaletteratura, Mantova 2002
Tiziano Terzani 3 Un altro giro di giostra. Sintesi in 12′.

L’elenco è aggiornato al 25 ottobre 2018. Di mese in mese ne pubblicheremo gli aggiornamenti.

 

 

 

L’AUDITORIUM DELLA VIVA VOCE. IL SALVATAGGIO DI UNA VIDEOTECA RAI

180 scrittori di 62 Paesi, 15 Premi Nobel (otto della letteratura, sette della pace, della medicina o dell’economia), 240 servizi per un totale di oltre 50 ore di televisione. In nude cifre di offerta culturale la trasmissione Incontri di Rainews24, fra il 2000 e il 2009, è stata questo. Nell’intimo, per me, è esperienza di vita. Ma quando si parla di noi stessi e di ciò che abbiamo realizzato, la sfida è quella di rimanere in equilibrio nel passaggio tra microcosmo e macrocosmo, tra individuale e universale. Per questo è così difficile trovare la giusta misura, se ne esiste una. Ci provo raccontando una bella storia (una “buona notizia”) intrecciata alla nascita di questa stessa Città di Isaura.
La trasmissione che ideai e curai per tanti anni ha offerto per dieci stagioni televisive il giro del mondo della letteratura contemporanea, senza mai una trasferta all’estero. Incontri era stata fortemente voluta e difesa da Roberto Morrione, primo direttore di Rainews, ed era poi rimasta in palinsesto con il suo successore Corradino Mineo. Man mano che i maggiori scrittori al mondo passavano da Mantova, Torino, Roma, Percoto o Pordenone e pochi altri luoghi, per festival o altre manifestazioni, io e altri redattori di Rainews (Zouhir Louassini, Flaviano Masella, Fausto Pellegrini, Luigia Sorrentino e pochi altri) li …catturavamo: dopo averli letti e studiati, li convincevamo a donarci un’intervista o il permesso di ripresa. Quelle voci e quelle immagini hanno costituito il corpus della videoteca di “Incontri”, pubblicata fin dalla prima intervista sul sito web di Rainews24, grazie al lavoro di Stefano Lamorgese, Diego Mencarelli e di tutto lo staff della redazione web. Grazie a Francesco Laurenti le pagine del sito rimasero in funzione per alcuni anni e possono ora essere recuperate nel sito delle Teche Rai.
Il primo autore che incontrai fu David Grossman, al Festivaletteratura del 2000, l’ultima messa in onda fu quella di Eduardo Galeano, a maggio 2009 ( lui…l’avevo conosciuto e intervistato nel ’96, sul versante del giornalismo sportivo, quasi un’anteprima del mio lavoro successivo).
Poi, fino al 2015 – per sei lunghi anni dalla fine della trasmissione – l’archivio continuò a trovare rifugio in un anonimo armadio, posto lungo un corridoio della redazione di Rainews24. Anna Francesca Mezzina, Michela Centioni, Stefania Chiolo e altre preziose collaboratrici avevano, una settimana dopo l’altra, registrato, catalogato, conservato: le Teche hanno tutto ciò che va in onda sui tre canali principali, ma per il resto sono le singole redazioni a conservare, finché è possibile, i materiali. I nastri magnetici tornavano alla luce solo per motivi di cronaca: l’assegnazione di un Nobel, la scomparsa di una figura di spicco (si sa: i morti appena morti sono spesso più importanti dei vivi, per la tv). Allora mi facevo vivo con la mia vecchia redazione per segnalare che, sì, nell’armadio c’era l’ultima intervista di…, la voce di…, il volto di… Così, di tanto in tanto, gli scrittori di Incontri tornavano in tv. È capitato con le interviste a Mo Yan, Doris Lessing, Josè Saramago, Ryszard Kapuscinski, Gore Vidal, Antonio Tabucchi e molti altri. Voci e volti originali che tornavano a disposizione di tutti, grazie a quell’archivio personale, conservato e quasi dimenticato in un armadietto metallico. Fino alla scomparsa di Eduardo Galeano, il 13 aprile 2015, quando provvidi, con le lacrime agli occhi per la fine di un amico, a far mettere in onda i nostri due incontri.
Fu allora che entrò in gioco la sensibilità, l’attenzione e la cura di Gianluca Picciotti, vicedirettore delle Teche Rai. Vide i servizi, mi chiamò e dopo una settimana mi aiutò a svuotare l’armadietto di Rainews. Trasportò le trenta scatole di cassette da Saxa Rubra alla sede di via Col di Lana e pian piano fece provvedere all’acquisizione e alla digitalizzazione dei 225 servizi conservati (alcuni, ahimè, si erano smarriti). Esattamente due anni dopo, il 13 aprile 2017, è stata completata la trasformazione in digitale del lavoro di dieci anni e il sito delle Teche Rai ha cominciato a mettere in rete i servizi.
E nella primavera successiva – questa – ho dato vita a questo sito dal nome ispirato da Italo Calvino (altro spirito-guida, ma questa è un’altra storia….). Ne è promotrice questa invisibile Città di Isaura, rinata in forma associativa, fondata con me, tra l’altro, da due “pilastri” di Incontri: Alvaro Vatri, storico speaker della Rai, che ha dato voce italiana a molti degli scrittori intervistati e a Stefano Lamorgese, coideatore del sito Incontri, quasi vent’anni fa, insieme allo stesso Diego Mencarelli che ha creato questo nuovo sito. E a loro si aggiunge Silvano Piccardi, attore e regista con cui abbiamo portato in teatro, in occasione di manifestazioni letterarie, spettacoli multimediali su Terzani, Grossman, Soyinka, basati sui “vecchi” servizi.

Gli anni passano, le vere amicizie restano, come le parole, le voci, i pensieri, le idee dei tanti scrittori incontrati nel tempo. L’Auditorium della viva voce nella nostra città virtuale comioncia già ad essere un luogo magico dove poterli riascoltare.

JOSE’ SARAMAGO: TANTO PIU’ VECCHIO… TANTO PIU’ LIBERO

Josè Saramago (1922 -2010), portoghese che scelse come suo luogo di vita l’isola spagnola di Lanzarote, nelle Canarie, è stato il primo Premio Nobel della Letteratura che io abbia intervistato. Era il marzo del 2001. La trasmissione Incontri era appena nata, su Rainews e Rai International. Della sua presenza in Italia, e della tre giorni organizzata a Genova in suo onore, seppi con sufficiente anticipo dal cantautore-poeta Gianmaria Testa, che nell’occasione avrebbe eseguito sue canzoni e musiche con un gruppo d’eccezione. Un anticipo che mi permise di tuffarmi nella lettura di alcuni dei suoi libri più importanti, Cecità su tutti, romanzo-metafora che consiglio ornai a tutti di leggere come uno dei capolavori della letteratura contemporanea. Poiché nel porto di Genova era ormeggiato, come una specie di nave-museo, il Neptune, costruito sul modello di un galeone del ‘600 per il film Pirati, di Roman Polanski, scelsi quello come inusuale scenario per l’intervista. A Saramago l’idea piacque e fu estremamente cordiale e disponibile. Non conosco il portoghese, ma dopo averlo sentito parlare per tre giorni, cominciavo a intuire il senso di buona parte dei discorsi, anche grazie alla conoscenza del latino. Scelsi di non usare l’interprete per l’intervista, che avrei poi fatto tradurre una volta a casa. Gli feci le domande in italiano, che lui capiva e mi affidai al ascolto più attento e all’intuito per garantire continuità al dialogo. Con un buon risultato, mi pare anche oggi, a tanti anni di distanza. La risposta che mi è rimasta più impressa, a proposito dell’età avanzata (aveva 78 anni, allora) è questa: “Tanto più vecchio tanto più libero. Tanto più libero tanto più radicale.” Oggi che mi avvicino (o sono già dentro) la mia terza età, la sento anche un po’ mia.

Il video dell’intervista è oggi sul sito delle Teche Rai, con la possibilità di scaricare il testo integrale dell’intervista in pdf.

I diritti umani nelle voci degli scrittori

In una pagina de Il libro degli abbracci, dal titolo “La funzione dell’arte” Eduardo Galeano racconta di un bimbo che vede per la prima volta il mare e, dopo essere rimasto “muto di bellezza, quando alla fine riuscì a parlare, tremando, balbettando, chiese a suo padre: “Aiutami a guardare!“.
Siamo partiti da quest’immagine, Alvaro e io, per presentare, nei locali della Biblioteca Elsa Morante di Ostia, l’8 maggio, una breve antologia di voci di grandi scrittori sul tema dei diritti umani. L’arte della letteratura, da sempre, può aiutarci a guardare più a fondo e a comprendere meglio, attraverso le storie e i racconti, quei diritti universali dell’Uomo approvati, sulla carta, dai paesi dell’Onu settant’anni fa, ma ben lontani dall’essersi affermati nella realtà e nel senso comune. Al centro della serata  c’era quell’articolo 2 che li anticipa e li sintetizza tutti affermando che “ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione” e che “nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del Paese o del territorio cui una persona appartiene“. Grazie ai video delle Teche Rai (dalla trasmissione Incontri di Rainews24) abbiamo ascoltato e intrecciato le voci e le pagine di undici scrittori di quattro continenti: i Premi Nobel Josè Saramago, Gao Xing Jian, Toni Morrison, Nadine Gordimer, Doris Lessing, Wole Soyinka e di Eduardo Galeano, Ryszard Kapuscinski, Azar Nafisi, Arundhati Roy e Madres di Plaza de Mayo.
Le diverse esperienze di prigionia e di esilio, di sofferenze e solidarietà si integravano intorno alla questione della dignità umana negata e del diritto all’alfabetizzazione e all’educazione, che sono alla base della consapevolezza diffusa dei diritti propri e dell’altro. Il cerchio narrativo si è chiuso tornando a Galeano, che fra i diritti fondamentali  ne considera un inalienabile, non scritto in alcuna Carta o Dichiarazione: “cominciamo a esercitare il diritto di sognare, perché veramente ogni notte possa essere vissuta come se fosse l’ultima, ogni giorno come se fosse il primo.”
Qui il video dell’intervista realizzata a Roma nel 1999.

 

 

 

 

 

 

 

PARTIAMO DAI DIRITTI UNIVERSALI

Miglior esordio per un’associazione per la gioia della lettura non potevamo immaginare. Partiamo dai Diritti Universali dell’Uomo, scritti sulla carta sottoscritta da tutti i Paesi dell’ONU nel 1948, ma ben lontani dall’essersi realizzati concretamente.
Nel 70mo anniversario della Dichiarazione le Biblioteche di Roma hanno dato vita a una ventina di iniziative che legano i diritti universali alla letteratura, grazie agli autori che ne hanno parlato. Quella che le introduce, affidata alla nostra Associazione, è dedicata all’articolo 2, che garantisce “ad ogni individuo tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna…
Luciano Minerva e Alvaro Vatri, attraverso i filmati delle Teche Rai derivanti dall’archivio di Incontri Rainews24, proporranno le voci dei Premi Nobel Josè Saramago, Gao Xing Jian, Toni Morrison, Nadine Gordimer, Doris Lessing e quelle di Eduardo Galeano, Ryszard Kapuscinski, Azar Nafisi, Arundhati Roy e Madres di Plaza de Mayo, intrecciandole con la lettura di alcuni brani dei loro libri.
L’appuntamento è per martedì 8 alle ore 18 alla Biblioteca Elsa Morante, a Ostia.

Alberto Manguel: respiro libri, ho imparato da Borges

Alberto Manguel ovvero i libri. Libri che attraversano una vita, che la segnano, le danno un senso pieno e regalano una rara e saggia umiltà. Si potrebbe descrivere Manguel come un simpatico sorriso tra i libri, nel mare di quegli oggetti amati in cui ha imparato a nuotare fin da ragazzo. E allora il luogo scelto per l’intervista al Festivaletteratura, l’Archivio di Stato di Mantova (ancora grazie!) si dimostra fertile e felice. Pochi come lui potrebbero sentirsi tanto bene tra gli scaffali alti e pieni di carte di questa biblioteca. Ma in tutto ciò che ha sapore di libri e di labirinto lui si trova pienamente a suo agio, e mette a suo agio chi sta con lui. Non si può che iniziare da Borges, che rappresenta la scintilla della sua adolescenza, ma poi la figura di Borges si allontana anche dallo sfondo e resta in luce questo esemplare unico e originale di lettore-scrittore che può accompagnare chiunque attraverso i percorsi apparentemente più complessi. L’intervista è in italiano che, in ordine di conoscenza e di uso, è solo la quinta lingua di Manguel (ma ne seguono altre, apprese nel suo continuo peregrinare nel mondo reale e in quello dei libri). Anche il suo italiano è colto e insieme semplice, proprio come la sua scrittura.

“Ci sono scrittori che tentano di mettere il mondo in un libro e ce ne sono altri, più rari, per i quali il mondo è un libro, un libro che cercano di leggere per sé e per gli altri.” Borges, scrive lei, era uno di loro. Lei fa parte di questa categoria?
Sì, io forse appartengo a questa categoria, ma parlavo soprattutto di scrittori che come Borges ci offrono un punto di vista dal quale vedere tutta la letteratura. E con lui tutta la letteratura cambia, diventa un’altra.

Lei da ragazzo aveva in mente di vivere “ tra i libri, nei libri, con i libri”. Decisamente questo progetto le è riuscito.
Volevo farlo, ma io sono nato in Argentina e per un ragazzo in Argentina, negli anni ’50 e ’60 non si poteva diventare qualcuno che vive con i libri. Si poteva essere medico, ingegnere o avvocato. Fu Borges a dirmi che si poteva vivere tra i libri, con i libri, si poteva vivere come lettore. Essere scrittore non è fondamentale, quello che importante è essere lettore.

Lei scrive infatti: “Potrei stare senza scrivere ma non senza leggere” e definisce la lettura essenziale come la respirazione.
Sì, io credo che noi come essere umani veniamo al mondo come creature che leggono, che leggono il mondo, i visi degli altri e naturalmente anche i testi. E questa è stata per me la forma per conoscere il mondo: L’esperienza viene dopo, per confermare o per negare, ma prima passa per i libri.

In “Con Borges” lei ricorda tutti i quattro anni dell’adolescenza in cui leggeva i libri a Borges. Quale fu l’emozione che provò quando Borges le chiese di leggere i libri per lui?
Io lavoravo in una libreria anglotedesca e Borges veniva lì a comprare i libri. Era cieco e viveva con sua madre, che aveva già novant’anni e si affaticava molto a leggere. Allora lui un giorno, avevo quattordici anni, mi chiese se non facevo niente la sera e se potevo leggere per lui. Adesso so che questo è stato uno dei momenti più importanti della mia vita, ma quando ero adolescente, con l’arroganza dell’adolescenza, credevo di essere io a fare un favore a questo vecchio signore cieco. Perché quando uno è giovane, crede di sapere tutto, ha letto tutto, e quando Borges mi parlava di questo o quell’autore, se l’avevo letto dicevo. ‘Sì, è importante’, altrimenti pensavo: ‘Cosa ne sa lui?’. Solo dopo ho compreso che questo era un momento di epifania. Borges mi ha insegnato il potere che ha il lettore. Era straordinario come sapeva spiegare che il lettore è quello che decide della vita e della natura di un libro. Lo vedevo quando leggevo per lui: io leggevo e lui faceva i commenti, che diventavano il libro.

Ha avuto ogni tanto l’impressione di trovarsi in una biblioteca universale, anche se lei scrive che la biblioteca di casa Borges era deludente?
Certo, perché lui dava l’impressione di avere letto tutto, ma di fatto le sue letture riguardavano un campo limitato, c’erano tanti autori che non gli piacevano, e dunque non si parlava mai di Zola, di Pirandello, di Victor Hugo. Lui aveva la sua biblioteca personale e questa l’aveva tutta in testa e quando si parlava di letteratura era come se leggesse questi libri. Io gli leggevo i libri perché aveva bisogno di sentire quello che già conosceva, perché voleva scrivere dei testi di prosa, cosa che non aveva più fatto dopo essere diventato cieco. In un primo tempo pensava di poter scrivere solo in poesia, perché era più semplice da comporre e dettare. Ma un giorno si è detto che forse poteva fare anche della prosa. “Vediamo come hanno fatto gli altri”. E mi faceva leggere Henry James o Kipling o altri, per vedere, come un meccanico, come era costruita quella prosa. Leggevamo due righe, mi fermava, ed esaminava la struttura del testo. Era un vero lavoro di studio, ma di un meccanico.

In una poesia che lei cita Borges scrive, a proposito della cecità: “Dio mi ha dato i libri e la notte.”…
(mi interrompe recitando a memoria) “Nadie rebaje a lágrima o reproche Esta declaración de la maestría De Dios, que con magnífica ironía Me dio a la vez los libros y la noche.”
… che rapporto c’è tra i libri e la notte, tema che lei ha ripreso nel suo ultimo libro, ‘Il computer di S.Agostino’?
Borges nel 1955 era già cieco e quando cadde il governo di Peron, lui, che aveva molto sofferto sotto Peron, diventò direttore della Biblioteca nazionale argentina. E c’era già una tradizione curiosissima di questa Biblioteca, perché prima di Borges già altri due direttori della stessa biblioteca erano ciechi. Borges dunque diceva: “oggi ho tutta questa enorme biblioteca, ma non posso vederla. E’ come un’ironia di Dio, e a questo aggiungeva: questa è stata data a me, che immaginavo il paradiso sotto forma di una biblioteca”.

Questa vicenda sembra ricollegarsi a una storia più antica, alla leggenda di Omero cieco.
Certo, lui si rendeva conto di far parte di questa famiglia di scrittori ciechi, Omero, ma anche Milton. Per lui era anche una forma per lottare contro la timidezza. Da giovane non riusciva a parlare in pubblico, faceva leggere i suoi testi da altri. Ma quando divenne cieco disse a se stesso: ‘Io questa gente non posso vederla. Allora mi immagino di parlare a una sola persona’, e cominciò a parlare benissimo, anche in pubblico.

Lei ha ripreso questo sogno della biblioteca universale e ha scritto la storia della lettura, dopo aver studiato l’argomento per sette anni. Che esperienza ne ha ricavato?
Soprattutto la conoscenza della mia ignoranza. Quando mi sono messo a scrivere una storia della lettura, credendo di sapere molto per il fatto di essere lettore, ho visto quasi immediatamente che non sapevo niente: quando abbiamo cominciato a leggere? cosa succede nel nostro cervello quando leggiamo? perché abbiamo bisogno di avere i libri? un traduttore, un lettore come fa a leggere e nello stesso tempo a non censurare quello che legge? Dovevo rispondere a tutte queste domande cercando nei libri e ho trovato, se non una risposta, almeno una serie di questioni per me interessanti. Ma alla fine del libro dico che la vera storia della lettura non l’ho scritta; questo libro potrei leggerlo, so che cos’è, che forma ha, ma io non l’ho scritto.

Tant’è vero che lei nelle ultime pagine dice che sarebbe ancora da scrivere, come storia dei lettori, e lascia idealmente delle pagine bianche.
Sì, quello che mi è sembrato sorprendente è che noi abbiamo tante storie della letteratura, storie dei libri, scritte dal punto di vista degli scrittori, che sono quelli che hanno poco potere nel campo della letteratura. Chi decide davvero cos’è un libro, e quali libri possono restare, è il lettore. Ogni scrittore vuole che tutti leggano il suo libro, spera che la sua opera resti immortale. Ma è il lettore che guarda tutto e dice “io prendo questo”, e tutti gli altri verranno dimenticati. E’ un potere straordinario, ma questa storia non era ancora stata scritta. Io ci ho provato, ma ho visto che era impossibile. Direi che ho finito la mia storia della lettura, ma non la storia della lettura.

La sua storia personale però coincide anche con la storia di molti di noi lettori. E ad esempio affronta il tema del possesso dei libri, parla dell’esperienza dell’incapacità di liberarsi dei libri. Lei è molto possessivo, in questo campo.
Sono sicuramente molto possessivo. Il lettore ha una caratteristica che forse non è buona nel campo dell’amore, ma nel campo della lettura è ottima, è la poligamia. Un lettore è poligamo, non ha l’obbligo di amare un solo libro. E questo implica anche un altro aspetto: io amo l’oggetto libro, non posso leggere al computer, posso cercare sul computer un’informazione , ma non posso leggere elettronicamente “Guerra e pace”. Ho bisogno del peso del libro, ho bisogno di leggere con tutto il mio corpo, di sentire l’odore del libro, di tenere il libro in mano. Essere lettore è un po’ come essere amante, perché il libro alla fine è l’unico oggetto che portiamo a letto.

E’ un tema che torna ne “Il computer e sant’Agostino” e cita proprio sant’Agostino, che baciava i libri.
E’ Petrarca che dice questo. Nel ‘Secretum meum’ Petrarca inventa un dialogo con il santo che lui amava tanto e gli dice che non sa come fare per leggere e non dimenticare quello che legge. E sant’Agostino gli risponde che questo accade perché quando lui legge non fa sì che il libro diventi una parte del suo corpo. ‘Si deve incorporare la lettura’. E questo sant’Agostino lo faceva con grande passione baciando il libro che leggeva. Noi oggi non leggiamo così. Per noi oggi la lettura, se la facciamo, non ha alcun prestigio. Siamo in una società per cui l’idea di valore non è legata all’aspetto estetico, intellettuale, etico, riguarda solo il valore commerciale. E dunque il lettore è un po’ perso in questo mondo, perché fa un’attività che non ha un valore commerciale: quando lei legge non fa soldi, al contrario spende soldi per comprare i libri. Io penso che noi dobbiamo tornare un po’ a questa forma di leggere che aveva Agostino, che credeva davvero che lo spirito degli altri passasse attraverso il libro, che la memoria dell’umanità, l’esperienza dell’umanità è la nostra. E anche Seneca sostiene questo, quando dice che noi non siamo obbligati a parlare solo con i nostri contemporanei e ad avere come genitori quelli che ci hanno dato la vita. I genitori sono anche la biblioteca dove io posso scegliere che Platore o Shakespeare o Dante siano i miei genitori. Che loro oggi possano parlare con me è un atto di magia che nessun computer può fare. Il computer è il presente, va bene per un dialogo superficiale, immediato; è tutto il contrario della lettura, che è profonda, che è lenta, e che ha tutto questo passato che torna a noi sulla pagina.

Usciamo da questo archivio di Stato e ci troviamo nel centro di Mantova, nel pieno del Festival della letteratura, dove ci sono i libri nelle piazze. Nella storia della lettura lei parla anche dei festival letterari, dicendo che “propagano la lettura e la scrittura”. In che senso?
Perché il lettore ha il desiderio di vedere questo mago. E anche se questa magia non si realizza quando si vede l’autore, è un po’ come visitare un giardino zoologico, con questi animali mitici che sono gli autori.

E lei come si sente, in questa veste di animale mitico?
Come una tartaruga. Per vedere meglio voglio mettermi addosso la mia casa.

Intervista di Luciano Minerva, Mantova 2005