I valori dell’onestà. Estratti dal libro di Francesca Rigotti “Onestà”

Dopo la sintesi dei libri Rispetto, (Richard Sennett) e Solidarietà (Stefano Rodotà) è la volta di Onestà, di Francesca Rigotti.

Onestà di Francesca Rigotti, Raffaello Cortina editore, 2014

Avvertenza: La scelta di questi brani non può né vuole essere esaustiva. E’ uno dei tanti possibili percorsi attraverso un libro, che permettono, a chi non l’ha ancora letto, di conoscerne alcune parti, di provarne piccoli “assaggi”, che trasmettano il sapore del linguaggio, del ritmo, del pensiero dell’autore.

Il piacere dell’onestà

“Onesto” pensiamo noi di un uomo politico, di un professionista, di un commerciante, di un banchiere o di una guardia di finanza, come di molti altri rappresentanti di svariati mestieri, professioni e ruoli sociali, è “chi non ruba”; onesto è chi non corrompe e non si lascia corrompere nell’ambito della politica, delle transazioni commerciali e della guerra, come pure della medicina e della pubblicità. Onestà è astenersi dalla sottrazione indebita di denaro, dalla frode e dalla corruzione: l’onestà è per noi oggi una virtù morale – crediamo di poter continuare a definirla così – legata al mondo del denaro.
In realtà limitare i sensi di onestà e di onesto a questo ambito è far torto a un concetto polisemico e sfaccettato quanto ricco di significati. E tuttavia è vero che gran parte di tali significati si sono persi per strada, spogliando il concetto stesso della sua ricchezza e riducendolo a un nocciolo di senso esclusivamente economico.
Non lasciamoci condizionare dall’uso comune odierno: l’onestà non è un concetto soltanto economico, non lo è stato di certo in passato, non lo è nemmeno oggi: scopo di questo libro è proprio quello di restituire un po’ del fasto e della ricchezza di sensi del sostantivo “onestà”, dell’aggettivo “onesto” e dell’avverbio “onestamente” sia dal punto di vista storico sia dal punto di vista concettuale.

La struttura del libro

Seguiremo a questo scopo una struttura tripartita, che inizia inquadrando il fenomeno, la virtù (o il vizio?) dell’onestà nell’uso comune del linguaggio quotidiano e letterario. Segue “genealogia dell’onestà”, un’analisi delle variazioni storiche del concetto di onestà che partendo dalla visione stoico-ciceroniana giunge fino a quella contemporanea che insiste, ripetiamo, sull’aspetto economico. Segue un inquadramento concettuale al passo con il contesto attuale teso a individuare il significato di “onestà” a partire dall’analisi di cinque coppie concettuali: onestà e onore, onestà e corruzione, onestà e fiducia, onestà e verità, onesta e utilità. Conclude il tutto un epilogo sul topos dell’onestà premiata, accompagnato da un apologo sugli eroi dell’onestà.

Il senso dell’onestà

Onestà ha a che fare con intenzioni, motivi e disposizioni del carattere e del comportamento di una persona. Se diciamo di qualcuno che possiede la virtù dell’onestà gli attribuiamo un aspetto lodevole del carattere; possiamo per esempio fidarci del fatto che non mentirà né ci ingannerà e nemmeno ci trufferà.
Invocheremo l’insieme di questi requisiti (non mentire, non ingannare, non nascondere o omettere informazioni, non frodare e non corrompere) a comporre il senso esteso della nozione di onestà ai nostri giorni. Definiremo invece “senso ristretto” dell’onestà quello che limita la nozione all’aspetto economico dell’evitare furto, imbroglio, corruzione e concussione, dilazione dei pagamenti ecc. Entrambe le accezioni sono presenti nel linguaggio e nell’uso comune.
Il senso di honesty nella lingua inglese insiste sul carattere dell’onestà intellettuale: dire la verità, non mentire, non ingannare. Il senso dei termini analoghi nelle lingue romanze è invece connesso prevalentemente, nell’uso contemporaneo, all’aspetto commerciale economico: non frodare, non corrompere.
I due motivi principali del senso esteso di “onestà” si possono, a ben guardare, ridurre a due dei dieci comandamenti della tradizione ebraico-cristiana: non ruberai e non deporrai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Fu Cicerone, nel De officiis, l’opera morale più letta e discussa nell’antichità, a sviluppare e perfezionare l’idea scrivendo: “chi, potendo farlo, non previene l’ingiustizia o non le si oppone, ne è colpevole né più né meno che se avesse abbandonato il proprio Paese. Il testimone di un delitto e di un’ingiustizia, vuol dire Cicerone, è colpevole al pari dell’esecutore, se non ne dà testimonianza denunciandola.
Benché quello dell’onestà sia un tema etico per eccellenza, relativo al campo del bene e del male, di ciò che si deve e non si deve fare, e benché l’etica sia una delle branche della filosofia, è sorprendente notare che i filosofi hanno scritto ben poco sul concetto di onestà e sull’idea di onestà in quanto virtù, cimentandosi molto di più, per esempio, nel campo – affine ma non identico – dell’onore.
Benché l’onestà sia considerata virtù importante, essa non fa nemmeno parte delle quattro virtù platoniche: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, chiamate poi “cardinali” e riguardanti l’uomo, le quali, sommate in seguito alle tre virtù “teologali” di Paolo di Tarso riguardanti la divinità, andarono a formare il canone delle sette virtù cristiane.
Il sostantivo “honestum” nella forma latina ha designato per molti secoli il bene in generale, quindi la somma di tutte le virtù, per assumere soltanto in un periodo successivo il senso limitato di una virtù particolare.

L’onestà delle donne

Il termine virtù deriva dal latino virtus, che designa la somma delle eccellenze fisiche e mentali dell’uomo: forza, vigore, coraggio, audacia, così come capacità, attitudine, eccellenza. Virtù dell’uomo in senso proprio, non della donna: in base a un’errata etimologia virtù virili del maschio, (in latino vir). Le donne non hanno nulla a che fare con quel tipo di virtus, mentono, ingannano e non mantengono i patti in ogni caso.
La virtù delle donne, il loro onore, la loro onestà, è stata fino a pochissimo tempo fa unicamente di natura sessuale: la donna virtuosa, la donna onesta non ha da essere leale e coraggiosa, audace e sincera (non saprebbe nemmeno esserlo, queste capacità le sono precluse) ma unicamente casta.
Delle donne non ci si può fidare, dice la tradizione denigratoria che annovera tra i suoi sostenitori un personaggio del mondo musicale. Il personaggio, più comico che tragico, è il vecchio Don Alfonso del Così fan tutte (libretto di Lorenzo Da Ponte, musica di Wolfgang Amadeus Mozart). Se le donne non sono affidabili (“è la fede delle femmine”) tantomeno lo sarà la loro testimonianza.
“La donna è mobile” rincara la dose il Duca di Mantova nel Rigoletto, “muta d’accento e di pensier” tanto per insistere sul fatto che onesta e fedeltà per le donne non sono mai state considerate importanti, siamo sempre state dipinte come mobili, vacillanti, ingannatrici, in questo simili alla folla, al volgo, al popolo il cui vero essere è l’incostanza e il mutamento.
C’è chi il concetto lo canta in musica, chi se lo racconta il letteratura. Un grande testo di lode e apprezzamento dell’onestà femminile è il Don Chisciotte di Cervantes: “la donna onesta e casta è come un ermellino è la virtù dell’onesta è più bianca e pura della neve. Bisogna custodire e tenere in pregio la donna onesta [e qui il narratore raggiunge vertici degni di un ayatollah yemenita dei nostri giorni] come si custodisce e si tiene in pregio un bel giardino pieno di fiori di rose, il cui padrone non permette che alcuno vi passeggi o lo sciupi

Qui la Rigotti, a pag. 24-30, presenta due casi letterari: Il piacere dell’onestà di Pirandello e Azdak in una commedia di Brecht, Il cerchio di gesso del Caucaso, da cui emerge che l’onestà non è sempre e comunque una virtù. Basti pensare anche a Robin Hood. “L’onestà – dice poi citando ancora il Don Chisciotte, è la miglior politica.” E introduce nell’analisi la distinzione tra onestà come virtù individuale e onestà come atteggiamento sociale e politico. E si chiede: “E’ lecito dichiarare un valore relativo alle circostanze particolari nelle quali contratti e promesse sono stati stretti?”

Intermezzo. Una divagazione etimologica sui patti

Il termine “stringere” non è peregrino rispetto a quel che si fa coi contratti e soprattutto con i patti, giacché il termine patto, come quello di pace (pax in latino) ha una storia particolare. Esso si rifà infatti alle radicali del verbo latino tango e di quello greco pegnumi, vale a dire voci verbali foriere di significati quali “fermare, consolidare, assicurare, confermare, fortificare, conficcare”, ma anche “rendere solido, gelare, coagulare”.
Parole fluttuanti si consolidano, si congelano come l’acqua, si coagulano come il sangue, dando luogo a una parola fissa e stabile, una parola d’onore, un pactum solido e affidabile che lega e unisce, una convenzione sociale stabilita, ovvero una pace.
Dunque, torna la domanda: L’onestà è la miglior politica?
Ci chiedevamo se l’onestà sia un valore assoluto o relativo, come e per chi. Un aiuto a rispondere potrebbe forse giungere dall’introduzione del distinguo tra onestà come intenzione e onestà come azione. Sani motivi e ottime ragioni lastricano la strada dell’ideale del comportamento, dell’intenzione dunque, la quale si troverebbe a cambiare l’azione in rapporto a nuove circostanze materiali. Ma questo conduce a dire che nessun ideale morale può essere assunto a guida del comportamento, non l’onestà, non l’amore, non il rispetto o la giustizia, nemmeno la verità. Ma che ideale è un ideale che deve essere rinegoziato ogni volta che spuntano circostanze critiche?

Bugie bianche e bugie cortesi

Talvolta i conflitti di ideali vengono aggirati ed elusi dalle autorità con le cosiddette “bugie pietose”, quelle che gli anglosassoni chiamano in maniera non proprio politicamente corretta “bugie bianche”, white lies, bugie innocenti, bugie di convenienza che non fanno male a nessuno, anzi risolvono elegantemente la situazione. Bugie di convenienza le pronunciano i politici che cercano di mascherare gli interessi privati di un singolo con presunti vantaggi per la società.
A me le bugie cortesi ricordano le “bugie di scusa” che mia madre propinava a destra e a manca – “sono indisposta, non posso venire, la bambina deve fare i compiti” sostenendo che erano diplomatiche e non facevano male a nessuno. Io allora, piccolo Catone, rispondevo indignata che “facevano male alla verità” e correvo via coprendomi le orecchie con le mani per non sentirle. In fondo mia madre, molto più realista, diplomatica e accomodante di me, applicava una regola simile a quella formulata da Stefano Guazzo alla fine del Cinquecento: “E’ permesso, né si può chiamar vizio, il simulare senza alcun interesse e senza intenzione di offender l’altrui”.

I nuovi falsari: onestà e beni comuni

Come la mettiamo adesso con alcune forme odierne di violazione dell’onestà, ovvero col comportamento di coloro che scaricano da internet materiale protetto, film e brani musicali, soprattutto in barba alle leggi sul copyright? Iniziamo a parlarne qui perché si tratta non di persone misere e lacere, ma sovente di ragazzi con poche risorse che desiderano usufruire di questi beni. Li considereremo falsari disonesti, meritevoli di punizioni tremende (sanzioni pecuniarie salatissime, interdizione da internet, taglio delle dita per i recidivi) o chiuderemo un occhio e lasceremo correre, soprattutto se valuteremo questo tipo di produzione non come un bene privato e nemmeno come un bene pubblico bensì come un “bene comune”?
Si definiscono beni comuni quei beni che non sono né privati né pubblici ma nemmeno collettivi. Tratto caratterizzante del bene comune è che il vantaggio che ciascuno trae dal suo uso non può essere separato dal vantaggio che altri pure traggono da esso; il beneficio che il singolo ricava dal bene comune avviene cioè assieme a quello degli altri: non contro gli altri come nel caso del bene privato né a prescindere dagli altri come nel bene pubblico.
La gestione onesta dei beni comuni può richiedere talvolta una regolamentazione soprattutto se il bene non è illimitato (la luce solare) ma limitato (l’acqua).
La gestione onesta dei beni comuni richiede forme di associazionismo assembleare in cui i cittadini, informati da esperti sui problemi in gioco, partecipino direttamente e possano discutere liberamente e approfonditamente arrivando a un accordo il più possibile condiviso, in ossequio alla teoria della democrazia deliberativa.
E’ interessante notare l’impatto offerto dall’innesto del nuovo concetto di beni comuni sul vecchio concetto di onestà ed è ancor più interessante e curioso rimarcare come lo sfondo sul quale il fenomeno si verifica abbia tutta l’aria di una sorta di nuovo Medioevo, e del suo sogno di una natura che mette in comune per l’uso di tutti, come sosteneva già Sant’Ambrogio, e dove disonesto è lo sceriffo che riscuote le tasse sui beni comuni, acqua, pascolo, legnatico, non Robin Hood che pure infrange la legge del Principe.
C’è da chiedersi se la società è davvero così debole da aver bisogno di menzogne che esaltino la disonestà. E se sì, la sua fragilità viene forse soccorsa ricorrendo a prove di disonestà in campo politico ed economico anche se coperte da “bugie bianche” o giustificate con il mutare delle condizioni? Non è preferibile una società in cui l’onestà sia la regola e la disonestà l’eccezione?
Pensiamo sia il caso di continuare a insegnare ai bambini, soprattutto con esempi di comportamenti pratici, piuttosto che a parole, che l’onestà è una virtù e pure un piacere, che è bene in generale rispettare i contratti e mantenere gli impegni, sentendosi comunque liberi di affrontare con mutato atteggiamento situazioni eccezionali e straordinarie che mettano davvero a rischio l’interesse e il benessere di chi vi è coinvolto.

Genealogia dell’onestà

La storia di concetti e di idee morali e politico-morali come l’onestà è di grande importanza, dato il ruolo costitutivo del linguaggio dell’azione umana.
Il problema principale è che quando si analizza l’uso del linguaggio, in morale come in politica, si nota come molte volte i parlanti sembrano avere in mente definizioni diverse dei concetti in discussione. Ciò vuol dire che si tendono ad attribuire differenti significati allo stesso termine. Inoltre proprio le discussioni che investono la definizione di termini morali e politici danno spesso l’impressione di condurre a un punto morto.
Per quanto mi riguarda, da anni cerco di integrare, per la comprensione del lessico della morale e del vocabolario filosofico-politico, la” storia di concetti” con la “storia di metafore”. Accanto e spesso intrecciati ai concetti della morale e della politica si trovano infatti le metafore, ovvero immagini verbali che abbracciano contenuti semantici e si sottraggono la forza espressiva del linguaggio rigidamente concettuale. La metafora nasce infatti nell’ambito della fantasia, ambito che non è qui considerato subordinato al Logos.

Qui Francesca Rigotti percorre la storia concettuale dell’onestà. La definizione ciceroniana di honestum è questa: “Qualunque cosa sia ciò che è bene, è da ricercare; ma ciò che è da ricercare certamente merita approvazione; e ciò che si approva deve essere considerato gradito e accetto: quindi gli si deve attribuire dignità. Se è così, necessariamente è degno di lode. Ne consegue che è bene solo ciò che è onesto. L’honestus in Cicerone non è il bene assoluto che non ammette gradazioni alternative, bensì un bene accessibile al cittadino medio.

L’onestà degli antichi

Nel mondo romano honestus tratta tutto ciò che ha a che fare con l’honos, quindi tutto ciò che riceve in genere riconoscimento, apprezzamento, stima, onore e anche onori materiali, cariche, beni, ecc. La connotazione generale del termine è quindi di natura non tanto morale quanto, potremmo dire, pubblica.
Nel protocristianesimo per Sant’Ambrogio honestum è traducibile come virtù spirituale o bello morale: è per l’Anima ciò che la salute è per il corpo. In Ambrogio come in Tertulliano l’ideale specificamente femminile di honestas ha come vetta più alta la castità: la donna perfetta, delineata in opere dedicate a esaltare la verginità femminile e la donna modesta e pudica, velata, silenziosa e disposta al sacrificio, al perdono delle infedeltà maritali, la cui onestà sta tutta nella castità/fedeltà al marito o a Cristo nel caso delle monache.
Nel Decameron Boccaccio espone il suo proposito di raccontare alle cose “onestamente” per rispetto della “honestade”di chi le ascolta. Con le sue novelle Boccaccio vuole recare “diletto onesto” con un racconto onesto persino da un punto di vista stilistico, disinteressato, armonioso ed equilibrato, che celebra la letteratura in quanto bella e buona in sé.

I precetti per le donne (nel 1500)

L’aggettivo “honesta” è quello che ricorre il maggior numero di volte a delineare i tratti della figura femminile ideale: la donna onesta è prima di ogni altra cosa casta e la verginità, o la continenza sessuale, è sicuramente la qualità principale da ricercarsi in essa.”

Il percorso del libroprosegue attraverso Montaigne, che separa il concetto di utile (legato a profitto e interesse) da onesto, comportamento morale guidato da virtù.
Alla fine del secolo XVIII il concetto di honestum si offusca come bene in sé da ricercare e si afferma la dottrina che si afferma col nome di utilitarismo. Il principio dell’utile che secondo Adam Smith è alla base dell’attività economica viene adottato anche nella scienza morale, con Jeremy Bentham.
In questo procedimento l’onesto scompare, nel momento in cui il bene è assorbito dal principio del piacere e l’utile è ciò che serve a soddisfarlo.

L’ultima parte del libro esplora il senso esteso di “onestà” nel mondo contemporaneo e lo fa esaminando alcune coppie concettuali: onestà e onore; onestà e corruzione; onestà e fiducia; onestà e verità; onesta e utilità.

Onestà e onore

Propongo, come già feci nel mio studio del 1998, L’onore degli onesti, di leggere l’onore in veste di virtù politica che premia l’onestà. In questo modo il termine sarebbe pronto per essere usato di nuovo in un mondo senza monarchia né aristocrazia di sangue. Occorre riabilitare l’onore come virtù politica facendolo coincidere con l’onestà, il rispetto della parola data, il rispetto della verità, della vita e della dignità altrui.
L’onore delle persone pubbliche e delle persone politiche risiede nell’essere onesti nei confronti di un ideale e di certe convinzioni, avendo il coraggio e l’onestà di dichiarare che le si è mutate, se questo è il caso e per quali ragioni. Onestà vuole che le promesse vengano mantenute e gli impegni realizzati. Come potrò altrimenti concedere la mia adesione al patto politico, per quanto ipotetico e simbolico, se non sarò garantita dal fatto che né io né altri lo violeremo?

Onestà e corruzione

Onestà e corruzione sono una coppia di opposti che si escludono a vicenda; chi è onesto non è corrotto e chi corrompe o si fa corrompere non è onesto. Corruzione originariamente sta per disfacimento, decomposizione, putrefazione; viene dal latino cum-rumpo, “spezzo, infrango rompo, ferisco, danneggio”.
Secondo la definizione di “Transparency International” la corruzione è l’uso distorto e personale, per interesse o vantaggio privato, di un potere affidato. E’ un concetto etico più che un concetto politico: non indica infatti un delitto concreto e punibile dal codice penale, quanto la propensione a delitti concreti, una specie di stato di corruzione dell’anima: ecco che il significato tecnico moderno e quello antico naturale biologico si congiungono: chi accetta o propone la corruzione ha un animo marcio.
In qualità di segretario nazionale delle Nazioni Unite Kofi Annan scrisse parole alate sulla corruzione: “la corruzione, distogliendo risorse che andrebbero destinate allo sviluppo, minando la capacità dei governi di garantire i servizi essenziali, alimentando la disuguaglianza e l’ingiustizia e scoraggiando gli investimenti e gli aiuti esteri, colpisce in maniera diseguale le fasce più povere.”
Ma Kofi Annan è proprio colui che ha sistemato in varie posizioni un intero clan di amici e parenti a partire dal figlio Kojo, e il familismo è un grandissimo fattore di corruzione.

Onestà e fiducia

La coppia è formata questa volta da due elementi che vanno sì insieme, ma uno subordinato all’altro, la fiducia all’onestà. Chi concede fiducia non è sicuro delle intenzioni dell’altro, ma è invitato o costretto dalle circostanze ad averla. Non sa se la persona cui concede fiducia è onesta e si comporta onestamente.
Detto con linguaggio della filosofia morale: è la fiducia un bene, un sentimento da preservare in ogni caso, un concetto fornito di carica sempre solo positiva come la libertà? e quali sono i suoi rapporti con l’onestà?
La fiducia non è sempre un bene da preservare a ogni costo. E soprattutto non lo è quando convive con una diseguaglianza radicata e continua, o all’interno di una società ingiusta che se ne serve per perpetrare condizioni di vita non decenti per i suoi membri.

Onestà e verità

In questa parte Franscesca Rigotti sottolinea l’uso frequente di metafore che avvicinano il denaro/moneta alla parola, le analogie tra falsa moneta e falsa parola, tra falsari e bugiardi. E in uno dei suoi intermezzi si chiede, davanti al “Rimetti a noi i nostri debiti”:

Davanti a quali debiti ci troviamo? Debiti economici, debiti morali? Non saremo in presenza di un altro aspetto del campo metaforico della lingua come realtà finanziaria, ovvero denaro/parola?
E, sempre in questa parte, introduce il concetto di onestà intellettuale, cioè la disponibilità a essere capace, di essere disposto a, astenersi dal mentire e ingannare, da nascondere e cancellare informazioni nonché dire e fare quel che si crede opportuno; essere in grado di sottoporre a esame anche ciò che si crede sia vero, e ciò facendo ammettere, se è il caso, i propri errori.

Onestà e utilità

I vari dilemmi dell’onestà riportano ogni volta a un contrasto, anzi al contrasto di base del pensiero morale politico-occidentale: quello tra utile e onesto o tra onestà e utilità. Come si comportano i due membri della coppia? Qual è il loro rapporto? Impossibile dare una risposta univoca, che è invece più semplice negli altri casi. Nella tradizione liberal-egualitaria-democratica è il giusto a imporsi sul bene, bene che stato ed è la parola d’ordine della corrente dei comunitaristi, anch’essi critici del principio di prevalenza dell’utile.
Per i liberali il problema della vita buona ci impone di formulare un giudizio sul tipo di persona che desideriamo essere o diventare. Per i comunitaristi invece quel problema ci impone di scoprire la persona che siamo già. Per i comunitaristi la domanda da porsi non è “Che cosa devo essere?” “Che tipo di vita devo vivere?” ma “Chi sono io?”. L’io trova i propri fini non per scelta ma per scoperta, riflettendo su di sé e indagando sulla propria natura.
Accenneremo soltanto brevemente alla scelta tra due forme di honestum, ovvero tra due principi egualmente giusti, affrontata da Cicerone nel De officiis e da lui risolta a favore dei doveri che derivano,” dalla propensione sociale”, che insistono sull’importanza dell’uomo e della sua condotta rispetto a quelli astratti della conoscenza. Si tratta comunque di un dilemma che ha attraversato tutta la storia della letteratura.