Incontro con Alda Merini. Nata il primo giorno di primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Vuoto a perdere, Einaudi, 1991

Ho incontrato Alda Merini nel marzo del 2007, nella sua casa milanese sui Navigli. Devo l’incontro a Marina Bignotti, che dal 1982 le ha fatto da editor per l’editore Vanni Scheiwiller, da amica, da confidente, da bersaglio delle sue impennate, da ispiratrice di decine di poesie, mi fa da intermediaria per ottenere un’intervista rara e difficile. Siamo a duecento metri da casa sua quando lei stessa le telefona, dice che sarebbe meglio di no, che non si sente, sarebbe meglio un’altra volta o anche mai. Marina sa come prenderla, trova gli argomenti giusti e dopo qualche minuto possiamo suonare alla sua porta. Mi ha già avvertito che con lei non si sa mai come si sarà accolti e che mi posso aspettare di tutto. Ci apre un giovane direttore d’orchestra che sta lavorando con lei e ci porta al suo cospetto.
Mi aspetta la presentazione più originale che mi sia mai capitata nella vita. Dopo avermi stretto la mano, Alda Merini guarda Marina e le dice: “Che bell’uomo che mi hai portato”, e subito dopo, rivolgendosi a me: “Scusi, lei è gay?” “Beh, veramente…- rispondo imbarazzato – no.” “Strano, perché ha dei lineamenti delicati e quasi sempre questo è tipico dei gay…”. Sorride un po’ sorniona, Marina mi fa un cenno per capire che è andata, sono stato accolto, l’esame è passato e l’intervista si potrà fare senza problemi, ovviamente ora toccherà a me.
La casa che abita da sempre e che rappresenta la sua tana è a dir poco claustrofobica. Le pareti sono piene di centinaia di numeri di telefono scritte direttamente sul muro a penna, matita, pennarello. E’ la sua agenda, ovviamente non c’è ordine alfabetico e mi chiedo come faccia a trovarli quando le servono. L’operatore mi guarda un po’ sconvolto perché dovrà trovare uno spazio per la telecamera sufficiente per riprenderci, e lo spazio a prima vista non c’è. La stanza è piena di oggetti, foto, ricordi, statuette, quadri, libri, fiori freschi e secchi, sedie e cuscini, il pavimento pieno di mozziconi di sigaretta (ci spiegherà lei stessa perché, in qualche modo, nell’intervista), ma quello per fortuna resta fuori dall’inquadratura. Bisogna spostare molti oggetti, portandoli nella stanza accanto, una soluzione si trova sempre, le riprese saranno tutte in campo stretto e in primo piano, io resterò per tutto il tempo pressoché attaccato alla telecamera, per avere il mio spazio vitale. Le luci di scena, leggere, illuminano bene e piacciono al poeta (preferisce così, piuttosto che “poetessa”), che alla fine ci chiederà di lasciarle i faretti, nella chiave scherzosa che emerge nel corso di tutta l’intervista, che si chiuderà dopo quasi un’ora con un semplice “Adesso basta, però”.
Prendo spunto dalla poesia “Nata il primo giorno di primavera”, perché mai come in questo caso la biografia sarà centrale nell’intervista, dunque sarà bene partire dall’inizio, dalla nascita, perché la data di trasmissione potrà coincidere. Già dalla prima risposta però, dopo il prologo della presentazione, comprenderò che il suo gioco è quello di spiazzare l’intervistatore, mettendolo costantemente alla prova.
Il compleanno per lei è una data importante?
“Lo era, adesso non lo è più perché ho incontrato un sacco di ragazzi sciocchi che sono nati il 21 marzo e mi sono veramente cascate le ginocchia. Io nascerò un altro giorno.”
Però la primavera comincia, come la sua vita, il ventuno marzo…
“Non l’ho fatta io, guardi. Il ventuno marzo è la festa mondiale della poesia, ma il ventuno come inizio della primavera è un caso, primavera è folle perché è scriteriata, perché è generosa. Però incontra anche il demonio. E io l’ho incontrato il demonio. Era il manicomio. A furia di andare in giro a vanvera come vado in giro io, mi sono imbattuta male, però anche il demonio si è commosso e mi ha lasciato uscire. Tutto lì. C’è un medico che mi ha raccontato una cosa: ‘succedono dei miracoli’. E mi ha detto: ‘lei ha avuto un miracolo, non si ricorda più del manicomio, tutto spazzato via’.
Ho vissuto tutto come una sequenza catartica, di purificazione, ma di quale peccato non l’ho mai saputo. Comunque è una purificazione a livello religioso, in cui uno vede che la morte gli cammina a fianco e non se ne rende conto. L’ho pensato spesso di quel grande editore che era Vanni Scheiwiller, che alla mattina partiva con la valigetta e io gli dicevo: ‘verrà un giorno che diranno all’Alda Merini: oggi non parti più’. Sarà un giorno tremendo in cui chiuderanno la porta: verrà anche per noi comunque, ma questo non mi rende triste. Anche perché se chiudono la porta gli spifferi non entrano più e io non mi ammalo più (ride). Finché son viva ho spifferi da tutte le parti.”

Il resto dell’intervista….conviene goderselo dal video di Incontri disponibile sul sito delle Teche Rai. Eccolo.