Eduardo Galeano, il cacciatore di storie si presenta. “Scrivere stanca, ma consola”

Che grande regalo ci ha lasciato Eduardo Galeano! Il suo ultimo libro, Il cacciatore di storie, finalmente pubblicato in Italia per Sperling & Kupfer, fortemente atteso, voluto, tradotto da Marcella Trambaioli (sua traduttrice da 25 anni), è in libreria. Da non perdere, da leggere centellinando pagina per pagina, da gustare riga per riga e frase per frase, perché la sapienza di questo scrittore nel mettere insieme pensieri e parole e concetti, cogliendone e offrendone sempre l’essenza, è davvero unica e impagabile.
Noi de La città di Isaura lo consideriamo una specie di spirito-guida. L’incontro con lui, a Montevideo nel 1996, per Tg2 Dribbling, è stato un prologo, quattro anni prima di Incontri, di quella che sarebbe stata la serie di interviste a grandi scrittori, seguito da questa intervista realizzata a Roma nel 1999.
E ancora, per conoscerlo più da vicino, c’è  il nuovo video pubblicato dalle Teche Rai,  con l’intervista realizzata al Festivaletteratura di Mantova nel 2008. Il binomio di lettori Alvaro VatriLuciano Minerva è nato, in pubblico, grazie a lui, pochi mesi dopo la sua scomparsa. E dovunque possiamo lo portiamo, per farlo conoscere. (Il 30 maggio nella Biblioteca comunale di Formello, il 4 luglio a Brescia, nell’Ambiente Parco e poi dovunque sia possibile…). Perché non è davvero giusto che un personaggio di questo tipo  (non solo come scrittore) resti conosciuto da pochi, messo e conservato in una nicchia di aficionados. Tanto più oggi, col bisogno che c’è di cultura e di umanità (e di rispetto per l’umanità).
Il cacciatore di storie comprende anche, eccezionalmente, qualche pagina autobiografica (nell’ultima parte del libro chiamata Vademecum). Ve ne offriamo un assaggio, due paginette preaiose in cui è lui stesso a presentarsi.

Autobiografia completissima

Nacqui il 3 settembre 1940 , mentre Hitler divorava mezza Europa e il mondo non aspettava niente di buono.
Da quando ero molto piccolo ho una grande facilità a commettere errori. A furia di sbagliarmi, ho finito con il dimostrare che avrei lasciato una traccia profonda del mio passaggio per il mondo.
Con la sana intenzione di approfondire la traccia, sono diventato scrittore, o almeno ho cercato di esserlo.
I miei lavori di maggior successo sono tre articoli che circolano in internet con il mio nome.
Per strada la gente mi ferma per farmi i complimenti, e ogni volta che capita mi metto a sfogliare la margherita: “mi uccido, non mi uccido, mi uccido…”
Nessuno di quegli articoli è stato​ scritto da​ me.

Brevissimo profilo dell’autore

Potrei benissimo essere il campione mondiale dei distratti, se il campionato esistesse: con frequenza confondo la data, l’ora, il luogo, mi costa distinguere la notte dal giorno, e manco agli appuntamenti perché rimango addormentato.
La mia nascita ha confermato che Dio non è infallibile; pur tuttavia non sempre mi sbaglio nel momento di scegliere le persone che amo e le idee in cui credo.
Detesto i lagnosi, odio i piagnoni, ammiro chi sa sopportare in silenzio i colpi del destino, e per fortuna non manca mai un amico che semplicemente mi dice di continuare a scrivere, che gli anni aiutano e che la calvizie è provocata dai troppi pensieri ed è una malattia professionale.
Scrivere stanca, ma consola.

Incontro con Alda Merini. Nata il primo giorno di primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Vuoto a perdere, Einaudi, 1991

Ho incontrato Alda Merini nel marzo del 2007, nella sua casa milanese sui Navigli. Devo l’incontro a Marina Bignotti, che dal 1982 le ha fatto da editor per l’editore Vanni Scheiwiller, da amica, da confidente, da bersaglio delle sue impennate, da ispiratrice di decine di poesie, mi fa da intermediaria per ottenere un’intervista rara e difficile. Siamo a duecento metri da casa sua quando lei stessa le telefona, dice che sarebbe meglio di no, che non si sente, sarebbe meglio un’altra volta o anche mai. Marina sa come prenderla, trova gli argomenti giusti e dopo qualche minuto possiamo suonare alla sua porta. Mi ha già avvertito che con lei non si sa mai come si sarà accolti e che mi posso aspettare di tutto. Ci apre un giovane direttore d’orchestra che sta lavorando con lei e ci porta al suo cospetto.
Mi aspetta la presentazione più originale che mi sia mai capitata nella vita. Dopo avermi stretto la mano, Alda Merini guarda Marina e le dice: “Che bell’uomo che mi hai portato”, e subito dopo, rivolgendosi a me: “Scusi, lei è gay?” “Beh, veramente…- rispondo imbarazzato – no.” “Strano, perché ha dei lineamenti delicati e quasi sempre questo è tipico dei gay…”. Sorride un po’ sorniona, Marina mi fa un cenno per capire che è andata, sono stato accolto, l’esame è passato e l’intervista si potrà fare senza problemi, ovviamente ora toccherà a me.
La casa che abita da sempre e che rappresenta la sua tana è a dir poco claustrofobica. Le pareti sono piene di centinaia di numeri di telefono scritte direttamente sul muro a penna, matita, pennarello. E’ la sua agenda, ovviamente non c’è ordine alfabetico e mi chiedo come faccia a trovarli quando le servono. L’operatore mi guarda un po’ sconvolto perché dovrà trovare uno spazio per la telecamera sufficiente per riprenderci, e lo spazio a prima vista non c’è. La stanza è piena di oggetti, foto, ricordi, statuette, quadri, libri, fiori freschi e secchi, sedie e cuscini, il pavimento pieno di mozziconi di sigaretta (ci spiegherà lei stessa perché, in qualche modo, nell’intervista), ma quello per fortuna resta fuori dall’inquadratura. Bisogna spostare molti oggetti, portandoli nella stanza accanto, una soluzione si trova sempre, le riprese saranno tutte in campo stretto e in primo piano, io resterò per tutto il tempo pressoché attaccato alla telecamera, per avere il mio spazio vitale. Le luci di scena, leggere, illuminano bene e piacciono al poeta (preferisce così, piuttosto che “poetessa”), che alla fine ci chiederà di lasciarle i faretti, nella chiave scherzosa che emerge nel corso di tutta l’intervista, che si chiuderà dopo quasi un’ora con un semplice “Adesso basta, però”.
Prendo spunto dalla poesia “Nata il primo giorno di primavera”, perché mai come in questo caso la biografia sarà centrale nell’intervista, dunque sarà bene partire dall’inizio, dalla nascita, perché la data di trasmissione potrà coincidere. Già dalla prima risposta però, dopo il prologo della presentazione, comprenderò che il suo gioco è quello di spiazzare l’intervistatore, mettendolo costantemente alla prova.
Il compleanno per lei è una data importante?
“Lo era, adesso non lo è più perché ho incontrato un sacco di ragazzi sciocchi che sono nati il 21 marzo e mi sono veramente cascate le ginocchia. Io nascerò un altro giorno.”
Però la primavera comincia, come la sua vita, il ventuno marzo…
“Non l’ho fatta io, guardi. Il ventuno marzo è la festa mondiale della poesia, ma il ventuno come inizio della primavera è un caso, primavera è folle perché è scriteriata, perché è generosa. Però incontra anche il demonio. E io l’ho incontrato il demonio. Era il manicomio. A furia di andare in giro a vanvera come vado in giro io, mi sono imbattuta male, però anche il demonio si è commosso e mi ha lasciato uscire. Tutto lì. C’è un medico che mi ha raccontato una cosa: ‘succedono dei miracoli’. E mi ha detto: ‘lei ha avuto un miracolo, non si ricorda più del manicomio, tutto spazzato via’.
Ho vissuto tutto come una sequenza catartica, di purificazione, ma di quale peccato non l’ho mai saputo. Comunque è una purificazione a livello religioso, in cui uno vede che la morte gli cammina a fianco e non se ne rende conto. L’ho pensato spesso di quel grande editore che era Vanni Scheiwiller, che alla mattina partiva con la valigetta e io gli dicevo: ‘verrà un giorno che diranno all’Alda Merini: oggi non parti più’. Sarà un giorno tremendo in cui chiuderanno la porta: verrà anche per noi comunque, ma questo non mi rende triste. Anche perché se chiudono la porta gli spifferi non entrano più e io non mi ammalo più (ride). Finché son viva ho spifferi da tutte le parti.”

Il resto dell’intervista….conviene goderselo dal video di Incontri disponibile sul sito delle Teche Rai. Eccolo.

Amos Oz, l’orologiaio delle parole

Lo scrittore israeliano Amos Oz è scomparso a Tel Aviv il 28 dicembre scorso a 89 anni. Pubblichiamo l’intervista realizzata per Rainews24 (da Luciano Minerva) nel marzo 2007 a Pordenone, in occasione della manifestazione letteraria Dedica, di cui fu protagonista, con il relativo video delle Teche Rai.

 

Suo padre era bibliotecario e sarebbe stato molto più volentieri scrittore anche lui, come invece era lo zio, un’autorità nella letteratura ebraica. Il contrasto con il padre, vicino alla destra ebraica, portò Amos, a 15 anni, a lasciare casa sua, entrare in un kibbutz e cambiare il cognome originario Klausner in Oz, che in ebraico significa “forza”. Docente di letteratura, per molti anni è stato vicino al leader laburista Shimon Peres, che l’aveva proposto, senza successo, come un possibile successore alla guida del partito.
Incontro Amos Oz a Pordenone, cittadina in cui ogni anno a marzo si dedicano quindici giorni di iniziative, tra incontri, spettacoli, letture pubbliche, a uno scrittore “universale”, capace di parlare a tutti. (“Dedica” è il nome della manifestazione.)

La biblioteca di Pordenone come set

Mostra di apprezzare la scelta della Biblioteca comunale come set, lo dimostra il sorriso con cui entra.
Il mio mondo – racconta, aggiungendo altri particolari – era pieno di libri in 16 o 17 lingue perché mio padre era un grande poliglotta. I libri erano il mio universo. Questi erano i paesaggi, le montagne, i laghi, i fiumi, tutto era fatto di libri. Non mi era permesso giocare molto all’aperto, era troppo pericoloso, perciò giocavo con i libri che non potevo leggere, li toccavo, li tenevo tra le mani, li annusavo. La biblioteca è stata il mio primo universo.” Da piccolo, non osando immaginare di diventare, da grande, uno scrittore, sognava di diventare un libro: “Volevo essere un libro piccolo, in modo da potermi nascondere dietro ai grandi libri.
Ha una simpatia che gli piace esporre, un buon senso dello humour, nel parlare mostra lo stesso gusto della parola che manifesta nella scrittura.
Preciso, rapido, capace di inquadrare un problema nel numero essenziale di parole giuste, sembra impersonare, quasi mimandolo coi gesti, quell’orologiaio vecchio stile a cui ama paragonare lo scrittore.
Lavoro come un orologiaio di vecchio stampo, con una lente di ingrandimento sull’occhio e un paio di pinzette in mano, prendo una parola, la controllo in controluce e mi chiedo: ‘E’ la parola giusta? E’ la parola giusta?’. La giro prima da un lato e poi dall’altro, poi la metto al suo posto e spesso la prendo, la sposto e la sostituisco con un’altra parola perché so quanto possano essere pericolose e complesse.”

La complessità delle parole


“Molto spesso quello che vogliamo dire non è quello che in realtà diciamo e quello che diciamo non corrisponde a quello che volevamo dire. E’ per questo che le parole possono comunicare cose che in realtà non intendevamo dire, provocando così dolore, offesa o ridicolo. Io lavoro con le parole con estrema cautela, come se fossero materiale radioattivo. Il mio vero lavoro come scrittore non ha a che fare con le idee, con i concetti, non si occupa principalmente di elaborare una trama; è piuttosto il lavoro di prendere le parole una a una e metterle una accanto all’altra, parola dopo parola dopo parola.”
La sua narrativa si colloca in uno spazio tra la vocazione di comprendere gli esseri umani e la coscienza dell’estrema impossibilità di intendersi che, riferendosi alla famiglia di origine, definisce come “mille anni di oscurità”.
La storia della mia famiglia è soprattutto la storia del popolo ebraico in Europa. È una storia di persecuzione, discriminazione, alienazione e infine di massacro su scala impressionante. Come essere umano, guardo questa storia così oscura da cui proviene la mia famiglia e mi chiedo: cosa avrebbe potuto evitare il corso di questa storia? Come sarebbe potuta essere una storia diversa? Così mi dico: solo attraverso la curiosità dell’altro, l’apertura verso le altre persone e la capacità di accettare l’altro come altro. Credo profondamente che la curiosità sia un valore morale, un imperativo etico: sii curioso degli altri; se sarai curioso sarai suscettibile al fanatismo, meno incline a diventare un fanatico. Trovo in me stesso, come risultato della storia di tenebre della mia famiglia, una grande curiosità umana. E la curiosità è la mia vita, un raggio di luce nell’oscurità.”
Nel 2007, quando lo incontrai, era appena uscita in Italia la sua autobiografia, Storia d’amore e di tenebra. Un romanzo toccante, dove, a oltre cinquant’anni, si misurò per la prima volta con il suicidio della madre, quando ne aveva dodici. Mi incuriosiva sapere quanto accade nella persona, prima ancora che nello scrittore, una volta che si siano ricostruiti, rimessi in ordine, come i tasselli di un puzzle, gli eventi di una vita.
“Dopo aver scritto Una storia d’amore e di tenebra sono diventato un uomo molto più pacifico. Ho fatto pace con i morti: con mio padre morto, mia madre morta, i miei nonni, con un passato morto. Ho fatto pace con il passato, non sono più arrabbiato con il passato. Ho ancora molta rabbia in me, ma è rabbia nei confronti del futuro e non più nei confronti del passato. Credo che la rabbia verso il passato sia un veleno.“

Dalla pace con se stessi alla pace coi popoli

Lei parla del fare pace dentro se stessi e scrive sempre di famiglie, di relazioni, di microcosmi. Ma come si passa poi all’altro livello, a quello della pace tra i popoli?
“Se mi chiede di dirle in una sola parola qual è il tema di tutto il mio lavoro letterario, le direi ‘famiglie’. Se mi dà due parole, le direi ‘famiglie infelici’, se mi dà tre parole… le direi di leggere i miei libri. Credo che la famiglia sia l’istituzione più affascinante di tutto l’universo, e la più misteriosa, la più paradossale, la più comica e tragica. Ritengo che tutto abbia inizio all’interno della famiglia: il fanatismo nasce all’interno della famiglia, il conflitto nasce all’interno della famiglia e anche la pace nasce all’interno della famiglia. Se non riusciamo a condurre una vita familiare pacifica, avremo pochissime possibilità di riuscire a vivere in pace con i nostri vicini e sicuramente non sapremo come fare pace con i nostri nemici. Tutto nasce, secondo me, all’interno della famiglia.”
Così come ama annusare i libri, Oz racconta di un’altra sua passione legata al mondo sensoriale: da bambino assaporava le pietre, che per lui hanno lo stesso effetto delle madeleine di Proust.
Gerusalemme, da cui provengo, è una città di pietre e sogni. Delle pietre molto grandi e compatte e dei sogni estremamente folli, fanatici e malsani. Molto spesso toccare una pietra, annusarla mi aiuta a riportare nella mia mente i sogni di Gerusalemme, i vari sogni, alcuni dei quali purtroppo mi spaventano, mentre altri sono meravigliosi. Ma nella mia mente c’è sempre un legame tra la pietra e i sogni. E i sogni di Gerusalemme durano più a lungo delle pietre.”
Come mai ha deciso di venir via dalla sua Gerusalemme per andare a vivere ai confini del deserto?
“Quando avevo intorno ai 15 anni, mi sono ribellato contro il mondo di mio padre, contro Gerusalemme, mi sono ribellato contro l’atmosfera fortemente soffocante di questa città e della mia famiglia. Mio padre era di destra e io ho deciso di essere di sinistra; mio padre era un intellettuale e io avevo deciso di guidare il trattore; mio padre era basso e io avevo deciso che sarei diventato molto alto, non ha funzionato, ma avevo deciso così. Quindi mi sono ribellato contro Gerusalemme, anche oggi vado molto spesso in visita a Gerusalemme e gran parte dei miei libri sono ambientati lì, ma non posso vivere a Gerusalemme, l’aria è troppo soffocante per me.”
Lei scrive che la forza di gravità di Gerusalemme era più forte alcuni anni fa di adesso. Cosa vuol dire?
“In quei giorni a Gerusalemme le persone camminavano con grande attenzione. Se poggi un piede per terra, non lo sposti molto facilmente perché potrebbe esserci qualcuno a prendere il tuo posto; se alzi un piede, non lo riappoggi molto facilmente perché non sai cosa c’è sotto, non sai se c’è una mina, un serpente, una bomba o altro. Quindi le persone camminano in punta di piedi, come se fossero arrivate in ritardo a un concerto.”

Israele da fuori e da dentro


A colloquio con uno scrittore israeliano si arriva inevitabilmente ad affrontare i temi del conflitto, che a volte entrano nei romanzi attraverso semplici osservazioni dei personaggi. Al protagonista di Non dire notte Oz fa dire, ad esempio, che “il conflitto in Israele visto da lontano è tutta un’altra cosa”. Una visione che corrisponde alla sua.
La realtà vista dall’esterno appare molto spesso come la realtà proposta dalla CNN: solo i palestinesi, il terrore, gli insediamenti, i confini e i luoghi sacri. In realtà Israele è un luogo vivo, ha un classe media molto forte, una vita estremamente edonistica, molto rumorosa, passionale, polemica, piena di passione e desiderio e questo è l’Israele che non è mai in prima pagina, non si è neanche coscienti dell’esistenza di questo Israele finché non si viene in Israele. È una terra di polemiche, le persone discutono in mezzo alla strada con grande passione. Il vero Israele è molto simile a un film di Fellini: le persone parlano sempre in modo appassionato. Ma la visione televisiva di Israele che vedo quando viaggio all’estero non corrisponde alla realtà che viviamo.”
Pochi sanno forse che per scelta del primo leader dello Stato di Israele, Ben Gurion, le prime trasmissioni televisive iniziarono nel Paese molto più tardi che nelle altre parti del mondo, nel 1968.Ben Gurion – ricorda al proposito Amos Oz, – diceva che la televisione era un male per Israele perché avrebbe rovinato le persone. Forse aveva ragione.” Come David Grossman, anche Amos Oz pubblica di tanto in tanto interventi sulla situazione politica.

L’asilo globale

L’aspetto probabilmente peggiore della globalizzazione è questa regressione infantile del genere umano, l’asilo globale, ridondante di ninnoli e balocchi, dolcetti e lecca- lecca.”
Contro il fanatismo, Feltrinelli, 2004

 Credo che viviamo in un asilo globale perché c’è un sistema di lavaggio del cervello che ci rende infantili e immaturi. Pensiamo che se compriamo ancora un altro oggetto possiamo diventare felici; siamo circondati da giocattoli e oggetti e siamo invitati a passare tutta la nostra vita a giocare con i giocattoli. Questa è un’infantilizzazione dell’essere umano, un’infantilizzazione sistematica dell’intera umanità. Ho visto qualche tempo fa dei graffiti in Israele che dicevano: ‘siamo nati per comprare’. Ma non tutti noi. Alcuni sono nati per vendere e sono loro i responsabili dell’infantilizzazione dell’umanità. “
Quando era bambino incontrò una bambina araba e ancor oggi rimpiange di aver commesso un errore.
“Avevo forse 9 o 10 anni, ero un piccolo fanatico, vittima di un lavaggio del cervello nazionalista, e quando ho incontrato questa ragazzina araba, l’ho trattata come una rappresentante del mondo arabo, mentre io mi consideravo un rappresentante del popolo ebraico. Le ho parlato come un rappresentante parla a un altro rappresentante. Dopo molti anni mi sono dispiaciuto perché non mi ero rivolto a lei come un ragazzo si rivolge a una ragazza.”
Gli scrittori israeliani, in modo particolare, parlano spesso del bisogno di mettersi nei panni degli altri. Perché secondo lei?
“Viviamo in una serie di conflitti. C’è un conflitto di maggiore entità, quello tra israeliani e palestinesi, e per poterlo risolvere è necessario immaginare l’altro, mettersi nei panni dell’altro non per essere d’accordo con lui, ma solo per immaginare il modo di pensare dell’altro. Ci sono poi conflitti interiori infiniti, contraddizioni nella società israeliana. Ricordiamo che Israele è una terra di immigrati. Ogni ebreo in Israele proveniva da un paese diverso, da un background diverso, da una diversa relazione di amore e odio con il vecchio paese. Per coesistere, l’immaginazione dell’altro è un bene cruciale, senza la quale è impossibile vivere e perfino uscire a comprare il giornale in edicola.”
Lei dice che l’amore non è il contrario della guerra. Qual è allora il contrario della guerra e come si può arrivare alla pace?
C’è un’idea molto sentimentalista e principalmente europea che confonde l’amore, la compassione, la pace, il perdono, la comprensione, come se tutte queste parole avessero lo stesso significato. Nel mio vocabolario il contrario della guerra è la pace, non l’amore. Per questo non ho mai creduto agli slogan sentimentalisti: “fate l’amore, non fate la guerra”. per quanto riguarda i palestinesi il mio slogan è sempre stato:”fate la pace, non fate l’amore”. Non credo che sia necessario che i Paesi si amino, è sufficiente smettere di uccidere e morire, non credo che possa esserci un amore improvviso tra israeliani e palestinesi, c’è troppa rabbia, troppe ferite, troppo dolore, troppa ingiustizia da entrambe le parti. Ora non abbiamo bisogno di amore ma di pace e la pace è un accordo pratico, un contratto tra due parti in cui entrambe possono ottenere solo in parte quello che vogliono. Se accettiamo questa condizione non si potrà arrivare all’amore, ma alla pace sì.“

Tiziano Terzani al Festivaletteratura 2002: semplicemente profetico

 

“Spero che non avrete occasione di ricordare quello che dico: l’Iraq vuol dire poi attaccare l’Iran; Sharon, il premier israeliano, ha già detto che il vero cattivo della regione è Gheddafi, per cui poi avremo a che fare con la Siria e questo gioco non finirà mai. Non facciamoci più ingannare, ragioniamo e cominciamo a guardarci dentro per arrivare a quella conclusione che spero capirete, a cui mi pare di essere arrivato: non c’è soltanto da viaggiar fuori ma anche da viaggiar dentro e la guerra non è soltanto fuori e forse le vere radici della guerra non sono fuori di noi. La religione, l’economia, le bandiere, il nazionalismo sono le scintille che fanno scoccare le guerre, ma nel fondo l’uomo ha le radici della violenza dentro di sé, nelle proprie passioni, nella propria voluttà, nel proprio desiderio, nella propria arroganza. Se noi mettessimo sotto controllo quelle passioni o semplicemente ci rendessimo conto che abbiamo quelle passioni e con ciò una prima forma di controllo che viene a mettersi in atto, faremmo un passo importantissimo sulla via di eliminare la violenza anche fuori.”

Sono, ascoltate oggi, parole davvero profetiche quelle pronunciate a Mantova, nel settembre 2002. Al Cortile della cavallerizza, nel Palazzo Ducale di Mantova, c’è l’incontro con Tiziano Terzani organizzato dal Festivaletteratura. E’ reduce dall’Himalaya: è tornato lì dopo aver fatto un giro forsennato per l’Italia, sei mesi prima, per presentare le Lettere contro la guerra, l’unico libro cui aveva dedicato tante energie per le presentazioni.
Quello di Mantova sarebbe stato il suo ultimo incontro pubblico, il più affollato di sempre. Da lì ripartirà per New York dove saprà che la sua malattia non è stata debellata e tornerà a scrivere il suo viaggio dentro se stesso e la sua malattia, con Un altro giro di giostra.


Il filmato dell’evento mantovano, che realizzai per la rubrica Incontri di  Rainews24 e ora è nelle Teche Rai, ci rimanda le immagini di un Terzani che in piedi inquadra come in una panoramica il migliaio di partecipanti, poi, tra lo stupore di tutti, si siede a gambe incrociate sul tavolino di legno, vince l’emozione e comincia a parlare di guerra e di pace.

Anche in questo momento – dice – tutti mutiamo, il mio chiacchierare mi fa mutare, il mio chiacchierare fa mutare voi, perché quella commozione che mi avete dato portandomi alle lacrime entrando, volete che non mi abbia in qualche modo, non vi abbia toccato da qualche parte che mi rimane come seme per come mi comporterò stasera?”

In queste sue parole c’è il senso degli incontri più veri tra autori e pubblico: la percezione, da parte degli scrittori, delle emozioni che i libri trasmettono; e la ricerca, da parte dei lettori, di una conoscenza e di una comprensione della persona dello scrittore, al di là delle pagine scritte.

Era il primo anniversario dell’11 settembre, che ricordò così:

“Non è come la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki di cui leggemmo, di cui vedemmo una fotografia, di cui ci è stato raccontato a scuola. L’11 settembre tutto il mondo l’ha visto, non una volta ma dieci, cento volte dinanzi. Ed era facile immaginarci che a quella orribile violenza noi, dico noi tutti, gli americani, l’Occidente, avremmo reagito con una uguale e forse superiore violenza e che gli altri, prima o poi, risponderanno con una superiore violenza e noi andremo ancora con la violenza. E alla fine? Rimarrà qualcuno ancora ad usare la violenza? Non è questa una buona

occasione per fermarci, riflettere e prendere un’altra via, quella della non violenza, reinventando i modi della non violenza?”

Terzani va sempre non solo riletto, ma anche riascoltato, ogni volta che sia possibile. Perché la sua passione, come la sua capacità narrativa, era (lo è ancora oggi, più che viva) nella sua voce che modulava come su uno spartito musicale, con i “fortissimo” e i “pianissimo”, con una capacità di ragionare e argomentare,  che oggi è diventata qualità sempre più rara.

In omaggio alla sua grande capacità, ancor oggi, di parlare a persone di tutte le età, rimandiamo anche agli altri due video già pubblicati sul nostro sito.  (l.m.)

 

TIZIANO TERZANI: “UNA BUONA OCCASIONE”

Un altro giro di giostra: un libro di guarigione. Un ricordo e la sintesi in 12′

RYSZARD KAPUSCINSKI: INCONTRARE L’ALTRO

Per anni Ryszard Kapuscinski (1932-2007), reporter e scrittore polacco, non si faceva fotografare e non rilasciava interviste televisive. Non voleva essere riconosciuto, voleva potersi confondere tra la gente che doveva raccontare, in Africa, continente che ha conosciuto come pochi altri, viveva in vilaggi poveri per comprendere fino in fondo le condizioni di vita. Amava mescolarsi alla gente comune, comprenderli fino in fondo ascoltandoli e dando voce alle persone più umili e nascoste.
A maggio del 2006 Ryszard Kapuscinski è stato a Udine per partecipare a “Vicino lontano”, l’iniziativa legata al Premio Tiziano Terzani, che con lui aveva avuto una corrispondenza scritta; e per ricevere la Laurea honoris causa in traduzione e mediazione culturale  dall’Università di Udine.

Questo video delle Teche Rai riprende le parti essenziali della sua lectio magistralis sul tema “Mediare con l’altro e l’altrove nel terzo millennio”.
Una frase centrale della sua lezione:

Ogni volta che l’uomo ha incontrato l’Altro, si è trovato di fronte a tre possibilità: poteva scegliere la guerra, poteva circondarsi con un muro, poteva instaurare un dialogo. Nel corso della storia l’uomo ha sempre esitato nello scegliere una delle opzioni: sceglie l’una o l’altra a seconda dell’epoca e della cultura. Nel compiere la scelta l’uomo è mutevole, non sempre si sente sicuro, a volte sente il terreno mancargli sotto i piedi.”

Un altro giro di giostra: un libro di guarigione. Un ricordo e la sintesi in 12′

Pochi giorni prima che uscisse in libreria mi arrivò a casa una copia di Un altro giro di giostra con la dedica di Tiziano: “A Luciano Minerva, con tantissimi auguri per un comune mondo migliore”. Lo ringraziai subito e ne feci, come si usa nei metodi di lettura veloce, una pre-lettura in qualche ora. Lessi subito il risvolto di copertina: “La cura di tutte le cure è quella di cambiare punto di vista, di cambiare se stessi e con questa rivoluzione interiore dare il proprio contributo alla speranza di un mondo migliore”. E ancora: “Tanti libri in uno: un libro leggero e sorridente, un libro su quel che non va nelle nostre vite di donne e di uomini moderni e su quel che è splendido nell’universo fuori e dentro tutti noi”. Feci, come sempre, uno scorrimento veloce dell’indice, delle prime e delle ultime righe di ogni capitolo, per cogliere l’essenza del testo, prima di affrontarne la lettura vera e propria, quella integrale. Scorsi, come sempre, l’ultima pagina: “Io provo. Sto bene, ho forze, ma non me ne vanto, né me ne rallegro. Continuo a fare quel che ora mi pare giusto fare, senza aspettarmi risultati, senza sperare in ricompense, senza formulare desideri….tranne quello di arrivare a non aver più bisogno di tempo per me e dedicare quello che mi resta agli altri.” E arrivai alle ultime righe: “E io sono particolarmente fortunato perché, ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro di giostra.”
Ero certo di essere davanti alla storia di un percorso di guarigione. Lo era, lo è, questo libro meraviglioso, il viaggio di un inviato di se stesso dentro il suo vero Sé. Ero felice perché dopo il “Signor Terzani, lei ha il cancro” della prima pagina Tiziano parlava del suo percorso di guarigione, attraverso la ricerca della “armonia con l’universo e con se stessi”. Ma tutti noi siamo abituati a intendere la guarigione come la possibilità di sfuggire alla morte, di negarla, di rinviarla a oltranza. Fui letteralmente sconvolto quando, tre giorni dopo, mentre ero a metà della lettura, intorno a pagina 200, Licio, l’operatore fiorentino che mi aveva accompagnato a casa sua, mi chiamò per dirmi che ….aveva letto sul Corriere della sera che Tiziano era ai suoi ultimi mesi di vita. “Non può essere – gli risposi quasi incattivito – sto leggendo il suo ultimo libro sulla sua guarigione!” Era vera l’una e l’altra cosa. Sentii Tiziano qualche giorno dopo, concordammo che su quel libro non avremmo rifatto una nuova intervista, ma avrei ridotto le 576 pagine a brani per complessivi dodici minuti. Il risultato è questo video: fu un lavoro in cui riuscii a mettere da parte la tristezza, la commozione, il dolore, per trasmettere l’essenza di tutta la bellezza di quelle pagine.
Mi chiamò qualche settimana dopo per invitarmi a pranzo a Firenze, nella sua casa di Bellosguardo. Era per salutarci e abbracciarci un’ultima volta, perché – mi disse – “mi ritiro all’Orsigna, dove non sentirò e non vedrò più nessuno.”

MADRES DI PLAZA DE MAYO: UN CAMMINO DI GIUSTIZIA E DI AMORE

Ho incontrato Hevel Petrini, detta Beba, quando alle Madres di Plaza de Mayo fu assegnato il Premio Nonino, nel gennaio del 2006. Era lei a rappresentare lì le madri di migliaia di desaparecidos torturati e uccisi dalla dittatura argentina del generale Videla tra il 1976 e il 1981, quelle donne che per oltre trent’anni, a partire dal 1977, si sono ritrovate ogni giovedì mattina davanti alla Casa Rosada, il palazzo del potere di Buenos Aires, per chiedere conto dei loro figli, ai quali era stata tolta non solo la voce, ma la vita e persino il corpo, gettato nell’Oceano o nelle fosse comuni.
“Noi madri non parliamo di morte, noi madri parliamo di vita. Noi madri lottiamo per la vita, per i giovani, per questi bei giovani del mondo, perché non ci sia fame, perché non ci sia disoccupazione, perché non ci sia guerra, perché non ci sia morte, per un mondo migliore, per un mondo dove tutti abbiamo gli stessi diritti, per un mondo dove tutti abbiamo le stesse opportunità, dove la parola fame sia bandita dal mondo. Noi madri chiediamo, lottiamo per questo. Perché questo chiedevano i nostri figli. Siamo tanto orgogliose di loro, tanto felici di averli partoriti, tanto felici di poter proseguire la loro lotta e tanto riconoscenti a queste persone che ci danno questo premio per poter proseguire in questa lotta.”
Il suo discorso, nel ricevere il Premio, è tra le cose più emozionanti che mi sia mai capitato di ascoltare. Ricordo il brivido collettivo e la sensazione di straordinaria empatia con cui tutti accogliemmo quel discorso appassionato.
A trent’anni e diecimila chilometri di distanza, ascoltandola, tutto quello che è accaduto in Argentina e dovunque si calpesti il diritto all’espressione e alla vita ridiventa improvvisamente più concreto, terribile e presente grazie a questa donna di 75 anni che un giorno, quand’era giovane, ha visto suo figlio uscire di casa e, come altre trentamila donne, non ne ha più saputo nulla e da allora vive per dare voce al sogno di suo figlio: quello di un mondo migliore.

Nell’intervista che mi rilasciò per Rainews24 e che fa parte del patrimonio delle Teche Rai, Beba Petrini raccontò anche l’esperienza delle Madres con la scrittura, essenziale per far conoscere e condividere la loro storia.

 

 

THICH NHAT HANH, MAESTRO DI PACE

Ad aprile 2003 Thich Nhat Hanh, monaco buddhista vietnamita, poeta e scrittore, venne a Castelfusano per un ritiro a cui partecipavano 900 persone. “Posso intervistare il Maestro?” chiesi con il dovuto anticipo all’ufficio stampa del ritiro spirituale, usando la formula di cortesia e rispetto (Thai, il Maestro) in uso fra praticanti e moncai. Ebbi, per fortuna, la più strana risposta che mi sia mai capitata a una richiesta di intervista: “Le sarà possibile intervistarlo solo se seguirà e parteciperà, almeno come osservatore, al nostro ritiro di cinque giorni. Solo così saprà meglio cosa chiedere e potrà rivolgergli domande più interessanti.”

L’intervista nel video delle Teche Rai venne dunque dopo quattro giorni di ritiro, il primo a cui abbia partecipato, considerandola “una buona occasione”, come amava dire Terzani. E’ una tra le esperienze più intense che mi porto dentro. Il testo integrale in pdf è nella stessa pagina delle Teche (l.m.)

TIZIANO TERZANI: “UNA BUONA OCCASIONE”

Lo incontrai la prima volta ai primi di marzo del 2002, è uno di quei giorni che non si dimenticano. Era appena uscito Lettere contro la guerra e, al contrario di quanto aveva fatto per gli altri libri, di cui seguiva le vicende dall’estero e non si era minimamente preoccupato di presentarli, per la diffusione delle Lettere si impegnò a fondo, girando l’Italia in lungo e in largo per un mese senza rispoarmiarsi e dicendo sì alle proposte di intervista che gli arrivavano. Così quando arrivammo nella sua casa di Bellosguardo, a Firenze, io, l’operatore Lucio Fatucchi e il suo assistente, incrociammo una troupe della televisione svizzera che aveva appena finito il suo lavoro.
Venne ad aprirci lui, tutto vestito di bianco con un sorriso solare e, dopo le presentazioni, il benvenuto e le strette di mano, ci chiese subito, marcando l’accento fiorentino: “Non ci avrete mica il foco al culo” e, precisando per paura che non avessimo capito: “Non andate di fretta, vero?” “No, abbiamo tutto il giorno.” “Finalmente qualcuno che non va di fretta.”
Le “Lettere contro la guerra” erano per lui più di un libro. Non erano più il resoconto e il racconto acuto di un inviato, ma erano il frutto di una riflessione sul rapporto tra l’uomo e il mondo, quella riflessione in cui lui era impegnato, per suo conto, ben prima dell’11 settembre. Il suo 11 settembre personale, la caduta delle torri delle sue certezze (“signor Terzani, lei ha un cancro”), proprio a New York, era avvenuta quattro anni prima delle Twin Towers. E da lì, ma l’abbiamo saputo tutti due anni dopo, aveva cominciato un altro viaggio più misterioso e profondo, quello dentro se stesso. La sua “ buona occasione per ripensare tutto” l’aveva già portato su altre strade, su quell’Himalaya che amava e in cui poteva continuare a esplorare l’ignoto, senza dover realizzare alcun reportage. Lì finalmente poteva conoscere per puro piacere, senza avere nessuna urgenza e nessun bisogno di narrare.
Ma l’eco dell’11 settembre era arrivato fin lì. E quel guardare dentro se stesso non lo aveva isolato, ma lo aveva rimesso in connessione con il mondo, con il resto del mondo, con tutti i lettori potenziali, con quella voglia di pace che cercava più argomenti e forza possibile.
Da quell’intervista restammo sempre in contatto, fino al giorno di un addio prima che partisse per l’Orsigna, per gli ultimi mesi di vita impegnati a raccontarsi al figlio.
Questo è il video, dalla pagina del sito delle Teche Rai, che rimanda anche al testo integrale, più ampia del video, dell’intervista. (l.m.)

 

LA CITTA’ DI ISAURA SI PRESENTA AI CITTADINI DI FORMELLO

Tre appuntamenti, per la nostra associazione, nell’ambito dell’Estate formellese, in programma dal 21 giugno al 7 agosto. Tre occasioni, le prime nella cittadina che è nostra sede, per presentare, in luoghi diversi, con tre temi e tre eventi differenti tra loro, la nostra associazione, il suo progetto, quest’idea della gioia della lettura che ci auguriamo di poter trasmettere e condividere nel modo migliore.
Si comincia al CSA delle Rughe, giovedì 28 giugno alle 18,30, con la presentazione del libro di Antonio Cianciullo Ecologia del desiderio. Curare il pianeta senza rinunce, edito da Aboca edizioni. La presentazione sarà a cura di Luciano Minerva e Alvaro Vatri, che al CSA, con Le arti del lunedì (raccontare, leggere, ascoltare, mettersi nei panni dell’altro) ripresero la loro collaborazione alcuni anni dopo quella già ben sperimentata nella Rai.
Il secondo appuntamento è previsto presso la Biblioteca comunale a Palazzo Chigi, lunedì 2 luglio alle 18, con il titolo “I diritti dell’uomo nella letteratura”, Percorsi multimediali sui diritti universali dell’uomo, nel 70mo anniversario della Dichiarazione ONU. Grazie ai video delle Teche Rai si potranno ascoltare le parole di Premi Nobel e altri grandi scrittori sul tema dei diritti universali dell’uomo. Nel corso della manifestazione si svolgerà anche la Premiazione del Concorso Letterario “In viaggio sulla via Francigena edizione 2018”: grandi autori e scrittori in erba idealmente uniti dal piacere di scrivere e di leggere.
Il terzo appuntamento, alle 19 di mercoledì 4 luglio, sarà presso quella che La città di Isaura ha scelto come sede del proprio “Consolato di Formello”, grazie alla disponibilità di una dei soci fondatori, Olivia Quattrocchi: Te-Natura, in via Roma 16. In concomitanza con i campionati del mondo di calcio Luciano Minerva presenterà il suo romanzo pubblicato per Robin nel 2013, Una vita non basta. Memorie da una metamorfosi che ha al centro la strana e misteriosa figura di Paul, il polpo che divenne universalmente famoso per la capacità di indovinare i risultati (otto su otto) delle partite dei mondiali 2010. Titolo dell’evento “Il polpo Paul, mito dei mondiali 2010, era un ragazzo“.

Nella foto: la facciata di Palazzo Chigi a Formello