TIZIANO TERZANI: “UNA BUONA OCCASIONE”

Lo incontrai la prima volta ai primi di marzo del 2002, è uno di quei giorni che non si dimenticano. Era appena uscito Lettere contro la guerra e, al contrario di quanto aveva fatto per gli altri libri, di cui seguiva le vicende dall’estero e non si era minimamente preoccupato di presentarli, per la diffusione delle Lettere si impegnò a fondo, girando l’Italia in lungo e in largo per un mese senza rispoarmiarsi e dicendo sì alle proposte di intervista che gli arrivavano. Così quando arrivammo nella sua casa di Bellosguardo, a Firenze, io, l’operatore Lucio Fatucchi e il suo assistente, incrociammo una troupe della televisione svizzera che aveva appena finito il suo lavoro.
Venne ad aprirci lui, tutto vestito di bianco con un sorriso solare e, dopo le presentazioni, il benvenuto e le strette di mano, ci chiese subito, marcando l’accento fiorentino: “Non ci avrete mica il foco al culo” e, precisando per paura che non avessimo capito: “Non andate di fretta, vero?” “No, abbiamo tutto il giorno.” “Finalmente qualcuno che non va di fretta.”
Le “Lettere contro la guerra” erano per lui più di un libro. Non erano più il resoconto e il racconto acuto di un inviato, ma erano il frutto di una riflessione sul rapporto tra l’uomo e il mondo, quella riflessione in cui lui era impegnato, per suo conto, ben prima dell’11 settembre. Il suo 11 settembre personale, la caduta delle torri delle sue certezze (“signor Terzani, lei ha un cancro”), proprio a New York, era avvenuta quattro anni prima delle Twin Towers. E da lì, ma l’abbiamo saputo tutti due anni dopo, aveva cominciato un altro viaggio più misterioso e profondo, quello dentro se stesso. La sua “ buona occasione per ripensare tutto” l’aveva già portato su altre strade, su quell’Himalaya che amava e in cui poteva continuare a esplorare l’ignoto, senza dover realizzare alcun reportage. Lì finalmente poteva conoscere per puro piacere, senza avere nessuna urgenza e nessun bisogno di narrare.
Ma l’eco dell’11 settembre era arrivato fin lì. E quel guardare dentro se stesso non lo aveva isolato, ma lo aveva rimesso in connessione con il mondo, con il resto del mondo, con tutti i lettori potenziali, con quella voglia di pace che cercava più argomenti e forza possibile.
Da quell’intervista restammo sempre in contatto, fino al giorno di un addio prima che partisse per l’Orsigna, per gli ultimi mesi di vita impegnati a raccontarsi al figlio.
Questo è il video, dalla pagina del sito delle Teche Rai, che rimanda anche al testo integrale, più ampia del video, dell’intervista. (l.m.)

 

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