Daniel Lumera: “Fermati un istante e respira”

Ho respirato in molte carceri. Non so se conoscete l’odore delle carceri. A molti detenuti rimane addosso anche molto tempo dopo che sono usciti. È un odore che racconta molte cose. Racconta soprattutto silenzi, dolore e rabbia. La prima volta che sono entrato in un carcere fu per parlare di perdono. Le due cose che ricordo più di tutto il resto sono l’assenza di colore e l’odore. Odore che ho cercato in ogni modo di non respirare, non ricordare, per non vedere, per non sapere, per non sentire.”

Daniel Lumera
Comincia così il capitolo “Fermati un istante e respira”, scritto da Daniel Lumera per il libro Il senso del respiroedito da Castelvecchi. Il suo contributo nell’ideazione di questo libro è stato essenziale, anche al di là di ciò che ha scritto, ma prima di continuare nel mio racconto, mi piace proseguire col suo prologo sul carcere:

Non volevo che la vita penetrasse in me portando quei vissuti e quell’informazione. Più il mio rifiuto diventava profondo più il mio respiro diventava corto. Iniziai a parlare di fronte a più di cento persone, “ospiti” di quella struttura. Molti di loro erano stranieri. Di questo alcuni capivano male l’italiano, altri erano sedati o comunque assenti e altri ancora, la maggior parte, era diffidente e sembrava essere stata costretta a presenziare all’incontro. Pareti grigie, volti violentati. Iniziai a parlare con un peso al cuore che si fece più intenso man mano che il tempo passava, fino a diventare insostenibile. Non sapevo più come fare. Improvvisamente iniziai a capire. Mi fermai, smettendo anche di parlare e li guardai tutti per un istante. Presi un profondo respiro e li portai in me. Davvero. Tutti. Decisi, respirando, di sentire, di accogliere, di scoprire quel disagio. Mio e loro.”
E ora è il caso di raccontare qualcosa in più sulla genesi di questo libro (il “dietro le quinte”, il backstage mi hanno sempre affascinato). Per tutto il periodo di confinamento iniziato ai primi di marzo del 2020 ho dedicato molte ore ogni giorno alle Pillole di gioia, brevi letture capaci di dare due minuti di gioia quotidiani a un pubblico diventato gradualmente sempre più vasto. L’idea delle Pillole, con quell’esplicito richiamo al senso della gioia, è frutto di un percorso in cui ho seguito Daniel Lumera nell’arco di due stagioni: sul perdono prima, sui Codici poi (un lavoro sulle forme-pensiero che ci condizionano). Grazie a incontri, meditazioni, esercizi avevo scoperto la mia personale difficoltà di lasciare spazio alla gioia, di darmi il permesso di gioire ogni volta che fosse possibile (ho poi scoperto che non è solo un problema mio…).
Dopo una meditazione on line, il lunedì dell’Angelo 2020, avevo telefonato a Daniel per chiedergli quale fosse la poesia di Rumi sulla bellezza di cui aveva citato due versi, per ricavarne una nuova Pillola di gioia. “Conosci Ilaria Drago?” mi aveva chiesto. “No, chi è?” “Un’attrice e poetessa che in questi giorni mi manda letture di poesie di Rumi.” L’intesa a distanza con Ilaria è venuta da sé, come fosse pronta da tempo, con lunghi dialoghi telefonici sfociati in quello che ha dato vita all’idea del libro (ne ho parlato in questo post). Non solo, ma la conoscenza e l’amicizia con altri due degli autori sono nate durante i suoi corsi.

Daniel Lumera è uno scrittore, un docente, un riferimento internazionale nella pratica di meditazione, appresa e approfondita con Anthony Elenjimittan, discepolo diretto di Gandhi. Tra i suoi libri che mi piace consigliare c’è La cura del perdono. Una nuova via alla felicità (Mondadori, 2016) e il più recente Biologia della gentilezza. Le 6 scelte quotidiane per salute, benessere e longevità (Mondadori, 2020) scritto con Immaculata De Vivo, docente di epidemiologia ad Harvard.

Nel capitolo scritto per Il senso del respiro Lumera non dà però istruzioni di meditazione né indicazioni, ma parte, come si è visto nelle righe sul carcere, dalla sua esperienza diretta, comprensiva di quei disagi e difficoltà di respirare che mettono tutti, maestri compresi, a confronto con quel mistero del respiro che ci accompagna dal primo istante della nostra vita. Da alcune delle immagini che ci ha offerto sono nate idee per la Carta del respiro che abbiamo scritto al termine della stesura del libro. In particolare questa, sulla nostra possibilità di “abitare il respiro”:

Mi fermo un istante. Respiro. Sono consapevole del respiro ora?
La vita che abita il respiro viene dal respiro. Se lo abitiamo con presenza e perseveriamo oltre ogni modificazione della mente, non tarderà a manifestarsi la piena consapevolezza di esistere. Non è forse questo il primo e più grande miracolo? Esistere. A pensarci bene questa cosa di esistere è pazzesca. Dovremmo vivere costantemente in uno stato di meraviglia ed entusiasmo per l’unicità, l’irripetibilità, la grandezza e profondità insondabile dell’esistere. Tutto l’infinito si trova anche in un singolo respiro. Quello che proprio ora sta accadendo attraverso te. Non resta che abitarlo in piena presenza. Farne la tua casa“.

Città Isaura

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