Giovanna Marini: il respiro, sorgente della voce

Credo di conoscere il respiro solamente perché conosco il canto, il canto naturale. Conosco la voce e dalla voce riconosco il respiro, è evidente che la sorgente della voce è il respiro. Da quando ho compreso questo, agli inizi del mio lavoro di insegnante, per me è essenziale parlare ai miei allievi del respiro e dire loro quanto è importante respirare e diventarne consapevoli. Nel dire questo, sono anche cosciente che il respiro è una cosa assolutamente istintuale e che anche gli organi preposti a questo si muovono per conto loro, comandano loro.

Giovanna Marini

Comincia così il capitolo “A pieni polmoni” de Il senso del respiro, scritto da Giovanna Marini, che si definisce, nelle righe biografiche che seguono ogni capitolo “cantautrice, compositrice, didatta”, ma è indubbiamente molto più di questo. Giovanna Marini è dagli anni Sessanta un punto di riferimento fondamentale della ricerca sul canto popolare italiano e della sua divulgazione. Dopo una formazione classica all’Accademia Chigiana con maestri del calibro di Andrés Segovia, ha dedicato una vita a scoprire i canti di tradizione orale disseminati in ogni angolo del Paese, a farli amare e a insegnarli. E’ dal suo lavoro che si diffonde la conoscenza della storia orale cantata, che registra gli avvenimenti storici, spesso in modo ben diverso dalla storia “ufficiale” attraverso la canzone di composizione anonima e di circolazione orale.
Mi ha molto colpito, quando ci siamo parlati per concordare il suo contributo al libro, che nessuno, in tanti anni, le avesse mai chiesto qualcosa di specifico sul respiro e anche per questo ha accettato di buon grado di collaborare al nostro lavoro.
“Io ho insegnato molto, – scrive ancora Giovanna – insegno ancora a Roma, ho insegnato a Parigi, ma anche in posti o paesi sguarniti di tutto, abbandonati, non inquinati. Ebbene, chi abita in questi posti non ha problemi vocali. Se le persone che vivono lì non hanno problemi di temperamento, respirano bene e la voce che esce è una bella voce già piazzata, già appoggiata. Invece a Parigi, città inquinatissima, dove quando si arriva ci si sente già soffocare se non ci si è più che abituati, ricordo che, a parte il bruciore degli occhi e della gola, vedevo che i miei allievi avevano tutti voci “spoggiate”, che dietro non avevano fisico, non avevano natura né corpo. Mi chiedevo perché lì gli allievi cantassero con voci strane, filamentose e sfilacciate. Poi ho capito che non si rendevano conto che non si poteva respirare, per questo non capivano perché io lo dicessi.”
Il suo intervento corre, come la maggior parte dei contributi al libro, sul filo della sua esperienza e delle sue conoscenze dirette. “Il respiro – scrive ancora – è il fiato e se penso ai testi nel canto popolare il fiato è spesso presente, con espressioni come ‘fiato mio’, che viene seguito immediatamente da ‘anima mia’. Questo ‘fiato’ viene invocato in tutte le passioni, dove la Madonna grida sempre «fiato mio». Cristo, morendo, disse «Dio mio, perché mi hai abbandonato?» e lo disse appunto emettendo il fiato, col suo ultimo respiro. Non poteva tenerselo dentro, perché sarebbe rimasto in vita. Anche noi emetteremo il fiato un’ultima volta e questo significa che è il fiato che ci tiene in vita e per questo bisognerebbe ridargli la sua importanza.”

In queste settimane Giovanna Marini ha avviato un crowdfunding intorno a un’idea e a uno spartito di Fausto Amodei, altro cantautore e studioso del canto popolare, per portare in scena, a giugno, uno spettacolo sulla nascita e i primi trent’anni del Partito comunista italiano di cui quest’anno ricorre il centenario. Il testo si ispira al Diario di trent’anni, 1913-1943, di Camilla Ravera, “storia di tanti uomini e donne che hanno lottato, sofferto, rischiato per i loro ideali.” Questa la sua presentazione del progetto che ci piace far conoscere ai nostri amici e lettori.   

 

Città Isaura

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