In un libro nove anni di incontri con la letteratura del mondo

Era il primo novembre del 2008, mio primo giorno di pensione. Non vedevo l’ora, nella nuova libertà di usare il tempo a mio piacimento, di dare la forma di un libro alle interviste fatte nell’arco di nove anni, da quel settembre del 2000 in cui avevo cambiato vita: dallo sport alla letteratura, con lo stesso piacere di dialogare, di ascoltare storie e racconti attraverso la forma dell’intervista televisiva, sempre amata.
Cominciai a ordinare le trascrizioni degli incontri realizzati per Rainews24, gelosamente conservate negli anni, ma qualche settimana dopo, quasi a pagina 100, mi dissi che da lettore non avrei mai letto una “raccolta di interviste”. Doveva esserci altro, un racconto vero e scorrevole, un filo che aiutasse l’ipotetico lettore a scoprire qualcosa di più delle parole dei diversi scrittori. Misi da parte il progetto, feci altro, ci tornai sopra più volte, alla ricerca di una forma accattivante, un titolo adatto e  un editore che ci credesse. Dopo infinite stesure, trasformazioni, rimaneggiamenti e grazie alla preziosa amicizia e ai consigli indispensabili di Francesca Masera (agente letteraria appassionata), pochi mesi fa il libro ha trovato la sua forma ideale, il titolo giusto e l’editore che ci crede, Castelvecchi.
Ed ecco qui, quasi ventitré anni dopo la scrittura delle prime pagine, il frutto di questo lungo travaglio, che ha finalmente trovato la forma di un libro, aperto, onorato, impreziosito, da una prefazione scritta da Erri De Luca quasi d’istinto, solo due giorni dopo aver ricevuto il “manoscritto”. La sua prefazione inizia così: “Ha incontrato un bel po’ di persone interessanti, Luciano Minerva nella sua professione di chi fa le domande. Il punto interrogativo s’impara da bambini, ma solo pochi adulti poi lo sapranno porgere.” E poco più sotto: “Non ripete in serie le domande, non ha una griglia da sovrapporre all’incontro
di turno. Esprime la sua curiosità partendo dalle parole dello scrittore. Posso confermare che questo è lusinghiero per l’intervistato, messo di fronte alle sue stesse frasi. Consola sapere che alcune di esse sono state ricopiate, riprese, restituite con la richiesta di una spiegazione, di un commento“. E prosegue, via lodando, per arrivare alla chiosa riportata in copertina: “A che somiglia questo libro? A un’isola, intorno preme, come un mare agitato, il 1900“. Chiunque può comprendere l’imbarazzo che sento ancora sulla pelle, col rafforzamento inevitabile dell’autostima (cercando si stare coi piedi per terra) e l’emozione conseguente.
Ho sempre amato il backstage, il racconto di cosa accade dietro le quinte, di tutta la parte invisibile che c’è dietro la preparazione di uno spettacolo, di un film, di un’impresa sportiva, culturale o letteraria. Benvenuto, dunque, lettore, dietro le quinte di Un filo di voci. Trentadue scrittori dal mondo, in libreria per Castelvecchi dai primi di settembre 2021. Potrei scrivere un …metalibro, per quanto ci sarebbe da raccontare. Ma sarebbe davvero troppo, dunque poche tracce, intanto. Ho ritrovato di recente con mia stessa sorpresa, sulle pagine della mia copia di Che tu sia per me il coltello di David Grossman, un appunto preso (in treno, al ritorno) dopo la mia prima intervista, una fortunata esclusiva con cui iniziò l’avventura di incontri con scrittori di tutto il mondo: “creare sintonie tra scrittori che non si conoscono. Per il loro ‘gusto’ e piacere (e non solo per quello del pubblico) jam session. Incontrare altre anime e scoprire le parti sconosciute della propria.” E poco più sotto: ‘I libri sono più reali della realtà. L’accettano così com’è, la manifestano, non la temono’.

Se ci sono voluti tanti anni per trasformare, questa intuizione (una vera e propria idea-seme) in un volume stampato, vero, concreto, di 270 pagine, con trentadue voci scelte tra le molte possibile e ordinate per grandi temi, è per molti motivi. Uno di questi è quale forma e ruolo dare all’io narrante, come mettersi (mettermi) in gioco. Nei miei vent’ anni di lavoro televisivo la formula che avevo sempre scelto era stata di stare dietro le quinte, ripreso quasi sempre “di quinta”, come si dice nel linguaggio cine-televisivo, per pochi secondi. Le mie domande erano quasi sempre tagliate, per dare spazio, tra una risposta e l’altra, alla scrittrice o allo scrittore di turno. L’intervistatore è semplicemente un ostetrico (quasi un omaggio all’antica maieutica) perché nascano il più possibile dal dialogo pensieri ancora non espressi, idee cui dare forme nuove.
Qui, in questo libro, ho dovuto invece mettermi in campo, raccontare qualcosa in più sull’incontro: della voce, dell’atteggiamento degli autori, del luogo dell’intervista (sempre importante, nel libro se ne parla). Provo a offrire una serie di risposte, o meglio di impressioni, articolate e intrecciate alla domanda che mi aspettava regolarmente da amici e persone vicine al ritorno da un incontro con Terzani o Thich Nhat Hanh o Arundhati Roy e con molti altri: “Ma lui (lei) com’è, da vicino?”. Prendo ancora in prestito dalla penna di Erri De Luca il suo sguardo acuto di lettore e le sue parole sempre precise ed essenziali per dire cosa potete aspettarvi dalla lettura di Un filo di voci: “
Nella composizione dell’insieme Luciano Minerva ha profittato della sua competenza televisiva, incastrando, col metodo del montaggio, tra loro e a loro insaputa le voci suscitate dai suoi punti interrogativi. Da Eduardo Galeano in poi ci si avvicina a dei singoli che hanno voluto essere molteplici attraverso le loro scritture“. Unità di narrazione e molteplicità di voci.
Che dire di più, in questa mia prima presentazione scritta del nuovo libro? Nient’altro, per ora. Il seguito nei prossimi giorni, su questo sito e sui social, ad accompagnare il viaggio di Un filo di voci. Trentadue scrittori dal mondo per strade ancora tutte inesplorate. 

 

Città Isaura

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