Come imparare insegnando in carcere. Un bel libro di Paolo Aleotti

Guaglio’, ti vuoi fare intervistare? Dai, vieni qui, questa intervista serve a far aprire altre carceri, a far conoscere Bollate. Perché fuori molti pensano che noi siamo animali. Invece questo giornalista vuole impegnarsi perché anche le celle delle altre carceri restino aperte, e non chiuse. Questo qui viene da Roma, ogni settimana, gratis. È un comunista. È in pensione.

Comincia così, da queste parole di Gaetano, Che sapore hanno i muri, il libro in cui Paolo Aleotti racconta la sua esperienza di nove anni di attività nel carcere di Bollate, per insegnare ai detenuti, in un appuntamento settimanale, i segreti e le tecniche del giornalismo radiotelevisivo. Le prime pagine aprono subito le porte del carcere, e di questa esperienza diretta, al lettore. Ed è sempre Gaetano a condensare in poche parole il senso di quest’esperienza e di questo libro: «Noi non siamo reati che camminano. Siamo semplicemente persone che hanno commesso un reato». Una frase-chiave che percorre come in filigrana tutto il libro. Da qui in poi siamo pronti a leggere e ad ascoltare questi racconti di vita e queste esperienze superando con l’autore e grazie a lui le tante sbarre dei pensieri, dei giudizi e pregiudizi che in moltissimi casi ci impediscono di considerare il carcere e i detenuti come parte integrante della nostra società e della comunità di cui siamo parte.
Bollate è certamente un carcere speciale, definito “trattamentale” per indicare le finalità rieducative, con spazi aperti come la biblioteca, la sala cinema, laboratori e offerte educative varie.
Dopo essersi messo in gioco con il tempo e l’organizzazione della sua vita, Aleotti lo fa anche attraverso la scrittura, facendo emergere quei dubbi, quelle domande, quelle riflessioni che portano alla separazione o all’empatia tra gli esseri umani: “Perché si commette quell’errore fatale? È insito in noi? Dipende dalle circostanze esterne? Qual è il limite tra me e loro?” E deve, come testimonia,” fare i conti con due mie anime”, quelle del giornalista abituato a scovare le storie belle, ricche e sensazionali e quella di accostare semplicemente le “persone” per sostenere il loro percorso. Interviste e documentari diventano, per i detenuti, così uno strumento di conoscenza degli altri e di se stessi. “A volte mi sembrava di sperimentare vere e proprie sedute di psicoterapia, dove però sul lettino del terapeuta sedevamo tutti quanti, sani e malati, liberi e detenuti, studenti e volontari”.
Da qui in poi il libro si snoda attraverso storie di vita, una per capitolo e quelle domande si riverberano, un capitolo dopo l’altro, nel lettore che non ha mai messo piede in un carcere. Così possiamo incontrare Sylvie, soubrette televisiva nera che si scopre “affetta da razzismo” e, grazie alla convivenza con compagne di cella rom, riconosce e rivede i suoi pregiudizi; Gualtiero, che vive in regime di semilibertà e, lavorando in una tipografia che l’ha accolto, si sente libero “perché la libertà ce l’hai quando riesci a fare qualcosa che ti piace e se rientro a dormire in carcere ma faccio quello che mi piace, mi basta”; Carlo, che scopre che tutto quello che non si era imparato fuori del carcere lo si può imparare dentro e che ora, dopo aver fondato il gruppo Corpi Bollati conduce workshop di teatro danza dentro e fuori del carcere; Maurizio e Celeste, che conoscono e vivono in quella realtà l’amore più bello della loro vita, pur in condizioni di castità forzata. Queste e altre storie di vita ci vengono incontro attraverso le pagine portandoci a empatizzare con persone che non avremo l’occasione di incontrare e con cui non immaginavamo di aver nulla a che fare. L’importanza del cibo e della cucina, la discriminazione di genere che lascia molte più opportunità agli uomini che alle donne, il racconto della preparazione di documentari audio e video che diventano esperienze di conoscenza di sé sono altri degli elementi che compongono questo libro-puzzle. Un libro che, una volta che gli sembrava chiuso, Paolo Aleotti ha riaperto dopo un incontro casuale e una mail di due detenuti in condizione di semilibertà: il suo diario di viaggio prosegue fuori dalle mura, con nuovi dialoghi da cui scaturisce il bel titolo del volume. Vincenzo, che riceve Paolo nella cooperativa sociale dove lavora, parla del vuoto tra la Costituzione, l’ordinamento penitenziario e la realtà di tutti i giorni. “Quando si spengono le luci dei convegni, quando tutte le menti illuminate tornano a casa, siamo noi che torniamo in cella. E lo sappiamo noi che sapore hanno i muri, le celle, le vessazioni, le umiliazioni.” Quel sapore che nessun libro potrà mai svelarci e farci sentire fino in fondo.

 

Paolo Aleotti, Che sapore hanno i muri, CasaSirio Editore, prefazione di Luigi Manconi e Monica Fantauzzi, postfazione di Francesca Rigotti, pp. 332, euro 20.

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Città Isaura

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